Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Elezioni 7 luglio. Nea Dimokratia al 39%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-27.

2019-06-26__Grecia 001

«On July 7, voters elect 300 members of the Greek parliament. Of them, 250 are elected proportionally and 50 are awarded to the most voted party. In 2015, Prime Minister Alexis Tsipras’ Syriza won 36.3 percent of the vote and 149 seats.»

2019-06-26__Grecia 002

Nea Dimokratia potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.

Cambierà il capo di Governo greco in seno al Consiglio Europeo, con tutte le conseguenze.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Spagna. Elezioni Politiche. Ultimi Sondaggi. Dichiarazioni innovative.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

2019-04-27__Spagna__001

Secondo gli ultimi sondaggi alla camera il partito socialista otterrebbe 117 / 350 seggi, il partito popolare 84, ciudadamos 51, vox 41, e podemos 28. Sarà ben dura la strada per racimolare i 176 voti di maggioranza, sempre che qualcuno ci riesca.

«il Psoe continua a essere saldamente in testa e le destre sommate non raggiungono la maggioranza assoluta di 176 voti.»

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Più complessa la situazione elettorale del senato, formato da 266 membri.

2019-04-27__Spagna__002

208 senatori sono eletti direttamente dal corpo elettorale con suffragio universale che elegge 4 senatori per ciascuna provincia peninsulare, per un totale di 188 eletti; a quelle insulari vengono invece assegnati 16 senatori, di cui 3 vengono eletti in ognuna delle isole maggiori.

58 senatori sono designati dalle 17 assemblee delle Comunità Autonome, ognuna delle quali elegge almeno un senatore, cui se ne aggiunge un altro in più per ogni milione di abitanti residenti entro il territorio della rispettiva Comunità.

Le proiezioni per il senato, incomplete per l’incertezza attributiva a livello delle Comunità Autonome, assegnerebbe in ogni caso la maggioranza assoluta al partito socialista, che otterrebbe 136 / 266 seggi.

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Non saranno rilasciati exit polls.

Alcune scarne considerazioni.

Se si dovessero confermare queste propensioni al voto, la situazione politica sarebbe ingovernabile.

Un segnale di estrema importanza, sia a livello spagnolo sia a livello europeo, è però la dichiarazione rilasciata da Pablo Casado presidente del partito popolare.

«In riferimento alla manifestazione che PP, Ciudadanos e Vox fecero a Madrid nella prima metà di febbraio. Utile secondo Pablo Casado presidente del PP, per non mettere in discussione la maggioranza parlamentare con il frazionamento del voto tra le tre destre, mentre offre a Vox, per la prima volta esplicitamente, di entrare nel suo futuro governo.»

Così la Spagna si allineerebbe all’Austria, per esempio, nel dismettere l’ostracismo verso i partiti di destra e nel considerare la possibilità di formare governi con questi. È uno dei tanti segni de nuovo che avanza.

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Spagna, mossa dei popolari: «Governo con l’ultradestra»

BARCELLONA Ultime ore di campagna elettorale, i leader di tutte le formazioni politiche hanno fatto appello al voto utile. Utile secondo il socialista Pedro Sánchez «se vogliamo una Spagna in cui ci sia spazio per tutti, o solo per i tre del Colón», in riferimento alla manifestazione che PP, Ciudadanos e Vox fecero a Madrid nella prima metà di febbraio. Utile secondo Pablo Casado presidente del PP, per non mettere in discussione la maggioranza parlamentare con il frazionamento del voto tra le tre destre, mentre offre a Vox, per la prima volta esplicitamente, di entrare nel suo futuro governo.
Utile per Santiago Abascal per frenare «il caos e la violenza del fronte popolare». Utile secondo Pablo Iglesias, segretario di Podemos, per rafforzare l’opzione progressista di governo e bloccare una possibile intesa tra Psoe e Ciudadanos, anche se Sánchez ha riconosciuto per la prima volta che potrebbe guidare un governo di coalizione assieme al partito viola. Utile per Albert Rivera per fare un governo costituzionalista. E utile per i partiti indipendentisti catalani, per dimostrare di non avere smobilitato e rimettere al centro della politica dello Stato la soluzione democratica del conflitto catalano.

I SONDAGGI

Da cinque giorni non ci sono più sondaggi ufficiali, proibiti da norme elettorali che appaiono desuete. La sera di domenica, quando si chiuderanno i seggi, non ci saranno exit poll che nel passato hanno dato falsi annunci. Saranno le televisioni spagnola, catalana e di altre Autonomie a rendere pubblico il risultato dell’ultimo sondaggio telefonico effettuato nelle ore precedenti su un campione di 12.000 persone. Per quanto se ne sa, negli ultimi giorni la situazione non sembra essere molto cambiata rispetto a una settimana fa: il Psoe continua a essere saldamente in testa e le destre sommate non raggiungono la maggioranza assoluta di 176 voti.

Perciò sarebbero possibili altre soluzioni di governo, diverse dal tripartito che si è imposto in Andalusia: da un’alleanza tra socialisti e Podemos che potrebbe necessitare del sostegno di altri partiti, come quello nazionalista basco o gli indipendentisti catalani; a un’alleanza tra Psoe e Ciudadanos che piacerebbe a una parte del Psoe ma che Rivera ha negato fin dall’inizio e che ora sembra meno in auge; fino all’ipotesi di un governo di minoranza del solo Psoe, che però sconterebbe in partenza una grave debolezza.

LE INCERTEZZE

Eppure la manifestazione di campagna di Vox che aveva riunito oltre 5.000 persone a Valencia nelle ultime ore, ha fatto saltare tutti gli allarmi. D’altronde, non sarebbe il primo caso al mondo in cui i sondaggi non riescono a misurare la consistenza del fenomeno dell’estrema destra. Perciò, a sinistra, è ripartito l’appello al voto per frenare l’avanzata reazionaria. Sánchez ha esplicitamente fatto riferimento all’elezione di Trump, al referendum sulla brexit, al risultato delle elezioni andaluse per ammonire tutti dal rilassarsi, perché è quasi fatta.

Iglesias negli ultimi giorni ha probabilmente migliorato le non brillanti aspettative che i sondaggi riconoscevano al suo partito fin dall’inizio, perché ha indovinato la campagna elettorale, risultando vincente nei dibattiti televisivi che si sono succeduti il 22 e 23 aprile scorsi e forse è così riuscito a recuperare parte dell’elettorato di sinistra che altrimenti si sarebbe astenuto. Perché il livello di partecipazione sarà fondamentale per risolvere la contesa, come dimostra la vicenda andalusa, in cui i socialisti persero soprattutto per la smobilitazione del loro elettorato.

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Europa. Calendario Elettorale 2019.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

Europa 002

Europa. Risultati Elettorali 2017.

Europa. Risultati Elettorali 2018.

L’Unione Europea è governata dalla Commissione Europea, dall’europarlamento, ma, soprattutto, dal Consiglio Europeo, formato dai capi di stato o di governo dei paesi afferenti l’Unione.

Molte decisioni sono prese a maggioranza semplice, ma spesso è richiesta quella qualificata. Sulle questioni essenziali serve invece la unanimità. Esiste infine il diritto di veto.

Ma il controllo del Consiglio Europeo lo si combatte nelle elezioni politiche dei singoli stati.


Riportiamo da Edn Hub il calendario elettorale 2019.

Bruxelles – Il 2019 sarà l’anno delle elezioni europee, che si svolgeranno dal 23 al 26 maggio in tutta Europa. Ogni Stato membro dell’Ue avrà la libertà di definire in quali e per quanti giorni mantenere aperte le urne sul proprio territorio, per l’Italia la data sarà domenica 26 maggio. Un momento cruciale, quello di fine maggio, per il destino dell’Unione tutta ma anche dei partiti tradizionali, negli ultimi due anni messi in grande difficoltà, se non oscurati, dall’ascesa dei partiti populisti e sovranisti.

Molti gli appuntamenti anche alle urne nazionali nel 2019, dall’Italia – al voto per regionali ed amministrative – alla Grecia, passando per altri 9 Stati membri (Belgio, Estonia, Finlandia, Slovacchia, Lituania, Danimarca, Portogallo, Polonia e Romania).

Il calendario elettorale del 2019:

– UE – Elezioni europee dal 23 al 26 maggio. Qui i risultati delle prime proiezioni.

– ITALIA – Le elezioni amministrative si svolgeranno insieme alle elezioni europee – in programma domenica 26 maggio – come avvenne 5 anni fa.

In alcune regioni si è già votato per le regionali:

– Abruzzo (10 febbraio). Gli abruzzesi hanno premiato il centrodestra ed eletto Marco Marsilio alla presidenza della Regione: netto il risultato, affluenza però in forte calo. Marsilio ha raccolto il 48,03% dei consensi, staccando il candidato del centrosinistra allargato Giovanni Legnini che si è fermato al 31,28%. M5S terzo con il 20,20% dei voti.
Sardegna (24 febbraio). Il centrodestra ha espugnato anche la Sardegna con 47,78%, il nuovo presidente della Regione è Christian Solinas. Staccato al secondo posto il centrosinistra, guidato da Massimo Zedda, con il 32,92% dei voti. Il Movimento Cinquestelle si è fermato all’11,20%.

Basilicata (24 marzo). Il candidato governatore della Basilicata per il centrodestra Vito Bardi ha vinto con il 42,20%. Secondo Carlo Trerotola del centrosinistra al 33,11%, terzo Antonio Mattia del Movimento 5 stelle con il 20,32%
Le prossime regioni al voto saranno il Piemonte (26 maggio, insieme alle europee) ed Emilia-Romagna e Calabria in autunno.

– BELGIO – Il partito fiammingo di destra N-VA è dato dai sondaggi in vantaggio rispetto al Partito Socialista. Le elezioni si terranno il 26 maggio con le europee. A seguito della spaccatura nel governo sul Global Compact per i migranti, lo scorso 18 dicembre il premier Charles Michel ha rassegnato le sue dimissioni al re. Il re lo ha incaricato di rimanere in carica per gli affari correnti fino alle elezioni del 2019. Michel era diventato primo ministro nell’ottobre del 2014 e guida una coalizione di centrodestra composta da quattro partiti.

– ESTONIA – Il 3 marzo l’Estonia ha virato a destra con la vittoria della destra liberale e un boom dei sovranisti. Il partito riformista di opposizione, guidato dall’ex europarlamentare Kaja Kallas, ha ottenuto il 28,8% dei consensi battendo il Partito centrista del premier uscente Juri Ratas che si è dovuto accontentare di un secondo posto con il 23,1% dei consensi. Ma la vera novità è rappresentata dalla formazione euroscettica Ekre che si è piazzata terza con il 17,8%,raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni del 2015, come prevedevano i sondaggi. Dopo difficili negoziati, il Parlamento estone ha respinto la nomina a premier di Kallas, affidando all’ex primo ministro Juri Ratas l’incarico per la formazione di un governo. La nuova coalizione è composta dal Partito di Centro di Ratas (25 seggi), i conservatori di Isamaa (12) e, a sorpresa, EKRE (19 seggi), per un totale 56 seggi su 101. .

– SLOVACCHIA – Il 30 marzo, Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del paese. Ha ottenuto il 58%, contro il 42% del suo avversario, Maroš Šefčovič, del partito di centrosinistra Direzione – Socialdemocrazia (Smer) e  commissario Ue per l’unione energetica dal 2014. Čaputová, avvocata ambientalista e attivista, fa parte del piccolo partito europeista Progressive Slovakia. Al primo turno, aveva ottenuto il 40,5% dei voti contro il 18,7% di Šefčovič. Nel 2018 la Slovacchia ha attraversato una crisi politica scatenata dall’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). In seguito, l’ex presidente Kiska ha designato primo ministro ad interim Peter Pellegrini, anch’egli socialdemocratico. Le prossime elezioni parlamentari slovacche si terranno nel 2020.

– FINLANDIA – Il 14 aprile sono stati i cittadini finlandesi a recarsi alle urne per rinnovare il parlamento. La sinistra ha vinto di un soffio le elezioni politiche – e potrebbe tornare a guidare il governo dopo 20 anni – con un vantaggio risicato sui populisti dei Veri Finlandesi che hanno mancato un clamoroso trionfo per una frazione di punto. Il Partito socialdemocratico (Sdp), guidato di Antti Rinne, ha ottenuto il 17,7% rispetto al 17,5% dei ‘Veri Finlandesi’, alleati di Matteo Salvini. La partita per guidare il Paese è ora nelle mani dei socialdemocratici dell’ex sindacalista Rinne: la maggioranza dei finlandesi sembra aver puntato sulla lotta al cambiamento climatico e sulla difesa del generoso modello di welfare invidiato in tutto il mondo, ma indebolito da anni di austerità sotto il governo di centrodestra dell’ex premier Juha Sipila. Sipila si era dimesso il mese scorso proprio dopo la bocciatura della sua riforma sanitaria, che voleva ridurre sensibilmente i costi per la salute. E anche le urne hanno confermato che le sue ricette non sono state apprezzate: il suo partito di centro si è piazzato quarto, dietro anche ai conservatori.

– SPAGNA – Il premier spagnolo socialista, Pedro Sanchez, ha annunciato che le elezioni generali anticipate si terranno il 28 aprile. A febbraio il Parlamento iberico aveva bocciato il progetto di finanziaria di Sanchez, con i voti dei partiti di centro destra Pp e Ciudadanos e degli indipendentisti catalani. Per questo il premier ha ritenuto opportuno convocare elezioni anticipate. Secondo gli ultimi sondaggi, i socialisti sarebbero in vantaggio con circa il 31% dei voti, seguiti dai popolari con il 20%, Ciudadanos al 14,4% e Podemos all’11,4%. La formazione di estrema destra Vox è data all’11,2 per cento. Se le percentuali fossero queste, il partito di Pedr Sanchez non otterrebbe la maggioranza assoluta di 176 seggi necessari per governare da solo, quindi un governo di coalizione sarebbe altamente probabile.

– LITUANIA – Il 12 maggio i lituani andranno alle urne per eleggere il successore di Dalia Grybauskaitė, prima donna presidente della Lituania, in carica dal 2009 come indipendente (sostenuta dai conservatori) e giunta ora al termine del suo secondo mandato. In corsa per la successione anche il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis (Socialisti). I sondaggi danno in testa l’economista indipendente Gitanas Nausėda (i cui consensi si aggirano intorno al 25%).

– DANIMARCA – I 179 seggi del Parlamento danese – Folketing – sono in attesa di essere rinnovati. La data delle elezioni non è ancora nota ma dovranno svolgersi entro giugno. Nelle elezioni del 2015, il partito liberale Venstre formò un governo di minoranza di stampo conservatore, guidato dal premier Lars Løkke Rasmussen.

– GRECIA: domenica 20 ottobre i greci saranno chiamati alle urne per rinnovare Voulí ton Ellínon, il parlamento ellenico. Saranno le prime elezioni politiche per il Paese dopo l’addio della Troika e l’uscita dal tunnel della crisi economica. Il premier in carica Alexis Tsipras, leader di Syriza (Sinistra Radicale),  è però dato indietro nei sondaggi (al 26%) rispetto al centro-destra del partito Nea Dimokratia, guidato da Kyriakos Mitsotakis (36%). Staccati gli altri: gli estremisti di destra della Chrysí Avgí sono dati all’8%; stessa percentuala dei socialisti di Kinima Allagis; i comunisti del Kommounistikó Kómma Elládas si attestano al 7%; mentre il partito di centro, Enosi Kentroon, riscuote solo il 2% dei consensi.

PORTOGALLO – Il centrosinistra è in vantaggio nei sondaggi delle elezioni politiche che si svolgeranno il 6 ottobre: il primo ministro socialista Antonio Costa appare nettamente in testa (i sondaggi lo danno al 39%), anche se per ottenere la maggioranza potrebbe avere ancora bisogno di stringere accordi i partiti democratici di sinistra.

POLONIA – Le prossime elezioni parlamentari si terranno non più tardi di novembre. Il partito della destra anti-europeista Diritto e Giustizia del premier Mateusz Morawiecki guida ampiamente sondaggi con il 42%.

ROMANIA Presidenziali in programma a novembre o dicembre. I Socialisti sono dati come favoriti, tanto da puntare a spodestare l’attuale presidente liberale Klaus Iohannis, che ha annunciato la sua ricandidatura.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Europa. Risultati Elettorali 2017.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-24.

Europa 002

Riportiamo da Edn Hub i risultati elettorali 2017

Dopo le ferite riportate nel 2016 con l’esito del referendum sulla Brexit, il 2017 è stato l’anno della verità per l’Unione europea, con appuntamenti elettorali in Olanda, Bulgaria, Francia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Austria e Malta. L’obiettivo, raggiunto parzialmente, era quello invertire l’ondata populista che, in tutti i Paesi, ha saputo imporre la sua agenda in campagna elettorale e si è trasformato nella terza forza europea.

Ecco tutti i risultati elettorali del 2017 e i tipi di governo che si sono formati o si formeranno, con una caratteristica sempre più diffusa: essere di coalizione.

– OLANDA – Il voto del 15 marzo 2017 nei Paesi Bassi ha scacciato il pericolo di una ‘Nexit’ (‘Netherland exit’), molto temuta a Bruxelles dopo quanto accaduto nel Regno Unito. A spuntarla è infatti stato il primo ministro uscente e leader dei conservatori, Mark Rutte, che con il 21,3% dei consensi si è imposto sul populista, euroscettico e antislamico Geert Wilders, terzo con il 13,1%. Oltre 13 milioni di olandesi si sono recati alle urne per decidere il nome del nuovo primo ministro e la composizione del Parlamento, segnando un dato record sull’affluenza (82%), la più alta degli ultimi trent’anni nel Paese. Dopo 208 giorni di colloqui, è stato raggiunto un accordo per la formazione del governo: a guidare il paese è una coalizione di centrodestra, con il Vvd, partito del premier Mark Rutte, insieme ai cristiano-democratici del Cda, ai liberali progressisti del D66 e ai conservatori della Christen Union. E’ stato eguagliato il record del 1977: anche allora furono necessari 208 giorni per formare un governo, operazione tradizionalmente lenta nel Paese.

– BULGARIA – Il partito conservatore filo-europeista Gerb, guidato  dal premier Boyko Borissov, ha vinto le elezioni politiche di domenica 26 marzo con il 33,55% dei voti. Al secondo posto si è collocato il Partito socialista di Kornelia Ninova, con poco più del 27,02% dei voti, mentre ha raggiunto il terzo posto la coalizione nazionalista Patrioti uniti, con il 9,12% dei voti.  L’affluenza alle urne è stata intorno al 50%. Si è trattato del primo appuntamento elettorale a livello nazionale in un Paese Ue dopo la firma, sabato 25 marzo 2017, della Dichiarazione di Roma in occasione delle celebrazioni nella capitale italiana per il 60° anniversario della sigla dei Trattati di Roma.

– FRANCIA – L’europeista Emmanuel Macron domenica 7 maggio ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi con il 66,1% delle preferenze, contro il 33,9% della sfidante euroscettica e populista Marine Le Pen. Evitata, quindi, una ‘Frexit’, paventata dalla rivale con un referendum su Ue ed euro in caso di vittoria. Al primo turno del 23 aprile, dove era stata registrata un’affluenza attorno all’80%, il leader di ‘En Marche!’ era arrivato in testa con il 24,01% contro il 21,30% della leader del Front National. Al secondo turno, invece, l’astensione è stata record con il 25,44%, la più elevata dal 1969, mentre 3,01 milioni di francesi hanno votato scheda bianca e 1,06 milioni sono stati i voti nulli. Alle successive elezioni legislative del 18 giugno il partito En Marche! del presidente francese Macron ha sbancato con il 43,06% dei consensi, consegnandogli la maggioranza assoluta. Si è invece spenta l’onda populista e anti-Ue del Front National: dopo la sconfitta nella corsa all’Eliseo, il partito di Marine Le Pen è sceso all’8,75%.

– MALTA – Il 3 giugno il premier maltese Joseph Muscat, travolto da uno scandalo insieme alla moglie legato alle società offshore smascherate dai Panama Papers, e il suo partito laburista pro-Ue sono stati confermati alla guida del Paese con il 55% dei voti, sconfiggendo il leader del Partito Nazionalista Simon Busuttil.

– REGNO UNITO – L’8 giugno 2017 i cittadini britannici sono andati alle urne per le elezioni politiche anticipate (la legislatura si sarebbe conclusa nel 2020). La premier Theresa May aveva infatti deciso di promuovere lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni attraverso una mozione approvata dal Parlamento il 19 aprile 2017 con una maggioranza superiore ai due terzi. L’obiettivo della May era di avere una maggioranza parlamentare più forte per affrontare il processo della Brexit in una situazione più favorevole e imporre una ‘hard Brexit’. Obiettivo clamorosamente mancato: i Tory infatti si sono confermati primo partito del Regno Unito con il 42,4% dei consensi, ma non hanno raggiunto la maggioranza assoluta. In Parlamento hanno ottenuto 318 seggi, perdendone 12 rispetto al 2015. Exploit invece dei laburisti di Jeremy Corbyn, subito dietro al 40% (+9% rispetto al 2015), con 262 deputati e un balzo di 30 seggi in più. Venti giorni dopo le elezioni, May ha quindi firmato un accordo con il partito degli unionisti nordirlandesi del Dup, spalla del governo di minoranza Tory.

– GERMANIA – Le elezioni federali del 2017 per eleggere i membri del nuovo Bundestag, il parlamento tedesco, si sono tenute il 24 settembre. La cancelliera uscente Angela Merkel ne è uscita vincitrice ma indebolita: il suo partito, la Cdu-Csu ha ottenuto il 33% dei consensi (-8,5%). I socialisti della Spd, guidati dall’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, si sono fermati al 20,5% (-5,2%), mentre si è verificata l’ascesa a sorpresa i populisti di Alternative für Deutschland (AfD), arrivati terzi al 12,6% (+7,9%). Il partito euroscettico, trascinato dai candidati di punta Alice Weidel e Alexander Gualand, con 95 i seggi conquistati è il primo partito di estrema destra ad entrare nel Parlamento federale tedesco dal secondo dopoguerra. Dopo il tentativo fallito di formare una coalizione guidata dall’Unione di Angela Merkel con i Liberali e i Verdi, la cosiddetta coalizione Giamaica – così denominata per i colori dei tre partiti nero-giallo-verde, come la bandiera della nazione caraibica -, si va ora verso una riedizione della Große Koalition tra Cdu-Csu e Spd. I colloqui però presentano ancora ostacoli. Due le alternative: un governo di minoranza della Cancelliera tedesca, utile nel breve periodo, oppure il ritorno alle urne.

– AUSTRIA – Il 15 ottobre si è votato per le elezioni parlamentari anticipate di un anno prima rispetto al termine naturale della legislatura. Il ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, leader del Partito popolare austriaco (ÖVP), è diventato premier con il 31,4% dei voti. L’estrema destra del Partito della libertà austriaco (FPÖ) di Heinz-Christian Strache, è arrivata seconda con il 27,4%, terzi i socialdemocratici di SPÖ guidati dal cancelliere uscente Christian Kern, al 26,7%. Il partito di Kurz, tuttavia, non ha raggiunto una maggioranza tale da poter governare da solo: dopo quasi due mesi di trattative, il 18 dicembre è arrivato il giuramento del nuovo governo di destra austriaco, guidato dalla coalizione tra l’ÖVP di Kurz e gli oltranzisti dell’FPÖ di Strache.

– REPUBBLICA CECA – Le elezioni parlamentari si sono tenute il 20 e 21 ottobre 2017.  Ha vinto il movimento Ano 2011, “Azione del cittadino scontento”, di Andrej Babis con il 29,64% e 78 seggi su 200 in Parlamento. Al secondo posto il centrodestra dei Civici democratici (Ods) con l’11,32% e 25 parlamentari. Al terzo posto i Pirati con il 10,79% e 22 seggi. Non avendo i numeri per formare una maggioranza di governo, Babis formerà con tutta probabilità un governo di minoranza che conti su ministri del suo partito e tecnici. Il mandato gli è stato affidato il 31 ottobre dal presidente ceco Milos Zeman, che ha detto di preferire l’opzione di un governo di minoranza a quello di un esecutivo di maggioranza, perché è il modo più semplice per promuovere le decisioni. Secondo Babis, il governo di minoranza è l’unica soluzione, dal momento che gli altri partiti entrati in Parlamento non vogliono entrare in coalizione con lui.

– CATALOGNA – A margine delle elezioni ufficiali per i governi di diversi Stati dell’Ue, il 21 dicembre 2017 si sono tenute anche le elezioni in Catalogna, indette dopo l’esito schiachiante del referendum per l’indipendenza dalla Spagna del 2 novembre 2017 e le inevitabili conseguenze (la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e l’attuazione dell’articolo 155 da parte del governo di Madrid). I catalani hanno scelto nuovamente il campo indipendentista, infliggendo un sonoro schiaffo politico al premier spagnolo Mariano Rajoy. Ora la situazione è in stallo, con la maggior parte dei vincitori indipendisti o in carcere o rifugiati fuori dal Paese e nessuna apertura da parte del governo centrale. L’ex President catalano e leader indipendista Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles, è stretto tra due fuochi: se tornerà a Barcellona sarà arrestato, ma restando nella capitale belga non potrà essere nominato nuovamente President. La prima sessione del nuovo parlamento catalano, secondo quanto annunciato da Rajoy, dovrebbe tenersi il 17 gennaio 2018.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Finlandia. Socialdemocratici 40 seggi, Finns 39, Coalizione Nazionale 31.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-15.

2019-04-15__Finlandia__001

Finland election: Right-wing Finns Party surges in poll

«With over 97% of ballots counted, the Social Democrats took 17.8% of the vote, with the Finns Party on 17.6%.»

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«The centre-right National Coalition is slightly behind the Finns Party while ex-PM Juha Sipila’s Centre Party has seen its support plummet.»

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«The Social Democrats have won 40 seats in the 200-seat parliament, one more than the Finns Party, and coalition-building lies ahead. …. Before the election, the Finns Party had 17 seats.»

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«Balancing taxes and spending is problematic for any government, and Finland’s personal income tax rate – at 51.6% – is among the highest in Europe.»

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«Today’s result could also be felt outside Finland’s borders, as the country is set to take presidency of the European Union in July. The Finns Party success could affect EU policy making.»

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«The Finns Party has already announced an alliance with Germany’s far-right AfD, Italy’s League party and the Danish People’s Party for the European elections in May.»

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«They plan to form a parliamentary group, the European Alliance for People and Nations, to challenge the power of centrist parties.»

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Se è vero che i socialdemocratici abbiano la maggioranza relativa, sarebbe altrettanto vero considerare che il Finns Party ne avrebbe ottenuto solo un seggio in meno.

Poi, per formare un governo servirebbe una coalizione, e nessuno si potrebbe stupire se alla fine si arrivasse ad una soluzione tipo quella che si è vista in Estonia.

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Come nota a margine, il voto finlandese in seno al Consiglio Europeo non sarà più quello di prima.


Finlandia: socialdemocratici primi e populisti quasi

Socialdemocratici vittoriosi di misura, e ora c’è da chiedersi se potranno governare e con chi: in Finlandia non si può parlare di vera svolta, perché i primi dati, che rafforzavano il centrosinistra e relegavano al quarto posto il Partito dei Veri Finlandesi, sono poi stati ridimensionati se non sovvertiti nelle ore successive. La destra populista alla fine è seconda a un’incollatura dai socialdemocratici.

Facile immaginare che la tendenza potesse cambiare, perché i dati forniti subito dopo la chiusura dei seggi erano quelli del voto anticipato, cioè circa un terzo degli aventi diritto. In Finlandia una norma varata nel 1970 per favorire la partecipazione elettorale consente di votare in anticipo rispetto al giorno di apertura dei seggi, e quest’anno si è votato per una settimana fino a martedì scorso. Il risultato di quel voto è stato fornito nella domenica elettorale subito dopo la chiusura dei seggi, e il resto del conteggio si è aggiunto poco alla volta.

Evidentemente l’orientamento di chi ha votato di domenica è diverso da quelli che avevano votato in anticipo.

Fatto sta che il Parlamento di Helsinki offre ora ancora meno soluzioni per un governo, con i 200 seggi divisi tra otto partiti, i primi quattro dei quali superano i 30 seggi.

In pratica, o si ripropone la coalizione uscente a tre (centristi, il centrodestra di Coalizione Nazionale e populisti), che però il premier Sipilä non voleva ritenendo che i Veri Finlandesi si fossero spostati troppo a destra, oppure si potrebbe pensare a un’alleanza dei centristi con i socialdemocratici, i verdi e la sinistra. Ma anche in questo caso la governabilità è dubbia.

Difficile individuare il vincitore reale (forse nessuno) e quello morale (rivendicano questo ruolo sia i socialdemocratici, sia i Veri Finlandesi di cui l’alleato Salvini celebra il successo).

Lo sconfitto invece è più facile da individuare e ha nome e cognome: Juha Sipilä. Il premier uscente paga lo scotto, il suo partito ha perso 18 seggi rispetto alle elezioni del 2015 e anche se dovesse far parte di una coalizione di governo, a destra o a sinistra, è difficile immaginare che Sipilä possa ancora ricoprire un ruolo.

D’altra parte lo stesso premier uscente ha ammesso la sconfitta, e se ne è assunto la responsabilità, quando lo spoglio era ancora in corso.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Finlandia. Elezioni. Socialdemocratici stimati al 19%, Finns Party al 16.3%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-14.

2019-04-14__Finlandia__001

Oggi si vota in Finlandia per le elezioni politiche.

Dagli ultimi sondaggi, che confermano quelli degli ultimi mesi, i socialdemocratici potrebbe ottenere la maggioranza relativa con il 19%, subito seguiti dal Finns Party con il 16.3% e dalla Coalizione Nazionale con il 15.9%.

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Dal punto di vista prettamente numerico, la Finlandia si avvia ad avere un governo di coalizione, che richiederà ai partiti, almeno tre, meglio quattro, una notevole duttilità.

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Finland Poised for Rare Turn Left as Election Race Tightens [Bloomberg]

– Polls show SDP lead, populists surge ahead of Sunday’s vote

– Prime Minister Sipila expected to be denied second term

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Finland is about to take a step to the left, a rare occurrence in Europe’s recent political history, with the Social Democratic Party favored to emerge as the biggest after Sunday’s election.

Latest polls show the SDP holding on to a narrowing lead, with two center-right parties and the anti-immigrant Finns party in a neck-and-neck race for second place.

A Social Democratic win would give leader Antti Rinne the first attempt to form a government and become the party’s first prime minister in 16 years. Public support for the current opposition has been fueled by discontent with the Center Party of Prime Minister Juha Sipila, a millionaire who has pushed through painful reforms in a successful attempt to restore the country’s economic fortunes.

Many voters are also frustrated with a failure to pass a health-care reform that’s been more than a decade in the making. A recent uproar over neglect at private elderly care homes has also hurt the National Coalition Party, a champion of privatization. ….

Spending is being cut while Finland is richer than it’s ever been before ….

An increasingly fragmented political landscape means coalition building may prove tricky. The populist Finns Party has seen its support surge during the campaign, but most parties don’t want to cooperate with the group, which has become more stridently anti-immigrant under the leadership of Jussi Halla-aho.»

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I problemi maggiori sono una situazione economica che imporrebbe una riduzione delle spese per il welfare ed, in secondo piano, la immigrazione.

Uno dei nodi apparentemente insolubili è la conventio ad excludendum, per cui i partiti tradizionali non vogliono coalizzarsi con il Finns Party.

Questa è una caratteristica di comportamento politico dei liberal socialisti, che corre però il pericolo di non riconoscere le tensioni politiche e sociali che hanno determinato un Finns Party quale secondo partito finlandese.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Finlandia. Il 14 aprile si terranno le elezioni politiche. Scenario incerto.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-07.

2019-04-05__Finlandia__001

Questi sono i principali partiti in gioco.

2019-04-05__Finlandia__002

Suomen sosialidemokraattinen puolue

Social Democratic Party of Finland ( S&D) 35 / 200 seggi.

«The Social Democratic Party of Finland, shortened to the Social Democrats, is a social-democratic political party in Finland. The party holds 35 seats in Finland’s parliament. The party has set many fundamental policies of Finnish society during its representation in the Finnish Government. Founded in 1899, the SDP is Finland’s oldest active political party. The SDP has a close relationship with Finland’s largest trade union, SAK, and is a member of the Socialist International, the Party of European Socialists, and SAMAK.»

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Suomen Keskusta

Centre Party of Finland (Alde) 48 / 200 seggi.

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Vihreä liitto

Green League (Grune – European Free Alliance) 15 / 200 seggi.

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Kansallinen Kokoomus

National Coalition (EPP) 38 / 200 seggi.

The National Coalition Party is a centre-right political party in Finland considered to be liberal, conservative, and liberal-conservative. Founded in 1918, the National Coalition Party is one of the three largest parties in Finland, along with the Social Democratic Party and the Centre Party. The current party chair is Petteri Orpo, elected on 11 June 2016. The party self-statedly bases its politics on “freedom, responsibility and democracy, equal opportunities, education, supportiveness, tolerance and caring” and supports multiculturalism and gay rights. It is pro-NATO and pro-European as well as a member of the European People’s Party (EPP).

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Perussuomalaiset

Finns Party (European Conservatives and Reformists) 17 / 200 seggi.

The Finns Party, formerly known in English as the True Finns, is a Finnish conservative political party, founded in 1995 following the dissolution of the Finnish Rural Party.

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Vasemmistoliitto

Left Alliance (Party of European left) 12 / 200 seggi.

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Le previsioni attuali non indicherebbero grandi sommovimenti.  In comparazione con le elezioni del 2014:

– Spd, da 16.5% → 20.1%

– Kokoomus da 18.2% → 15.8%

– Perus da 17.7%  → 15.1%

– Kesk da 21.1%  → 14.4%

– Vihreä da 8.5% → 13.0%.

I finlandesi dovranno formare verosimilmente un governo di coalizione, diverso da quello attuale, che avrebbe perso la maggioranza.

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A really simple guide to Finland’s 2019 parliamentary election

On 14 April voters will choose a new parliament and government in Finland, with 200 MPs to be elected.

The current three-party government coalition is led by Prime Minister Juha Sipilä‘s Centre Party, with the National Coalition Party (NCP) and the Blue Reform party also holding ministerial posts in the cabinet. Those parties currently control 104 of the 200 seats in the Finnish parliament.

This is a thin majority for a country used to relatively broad-based coalitions; the previous government elected in 2011 included six of the then-eight parties in parliament. The electorate is divided into 15 regional constituencies that each elect MPs using a proportional system.

Sipilä’s three-party coalition has been more ideologically coherent, with market-based reforms and austerity dominating the agenda. The Sipilä government took office in 2015 pledging four billion euros in annual spending cuts, and ended up cutting education and social security budgets while forcing through an increase in working time for most employees.

The April election could see a big shift in policy if Sipilä and his Centre Party do not do well enough for him to continue as premier.

What are the issues?

The government’s controversial and unfinished reform of health and social care (‘sote’) is one of the biggest issues facing the country, but few voters fully understand it.

A spate of recent scandals about standards at care homes has pushed that issue to the top of the political agenda, ensuring that parties are now discussing tightening the rules for operators of facilities for the elderly.

After recent alarming news about climate change, the Green Party is framing this year’s vote as the last chance to save the world, hoping for a ‘climate election’. The nationalist Finns Party meanwhile is pushing to make immigration a central theme of the election campaign, especially after a series of sexual abuse cases in Oulu in which the suspects were asylum seekers or immigrants.

You can explore candidates approach to these and other issues with the help of Yle’s election compass, which is available in English.

Who’s likely to win?

The Social Democrats have been leading the polls and hope to emerge from the election as the biggest party.

The party that wins the most MPs in the 200-member parliament gets the opportunity to form a government. To do that it will need to form a coalition with other parties commanding at least 101 MPs between them.

If they get the mandate to negotiate, the SDP is likely to look to the Green Party as a potential coalition partner, as well as the Left Alliance. Those three parties have been consistent critics of the current government’s austerity budgets and labour market reforms.

The Greens have been pushing to break into the ‘big three’ of Finnish politics (the NCP, SDP and Centre), as their poll numbers rose after the last election before dipping again. They recently changed leader, electing former presidential candidate Pekka Haavisto to replace Touko Aalto, after Aalto took extended sick leave.

Those parties are unlikely to constitute a majority, however, so the NCP or Centre Party may be asked to join the new administration along with a smaller party like the Swedish People’s Party or Christian Democratic Party, or even the Blue Reform party that split from the Finns Party in 2017.The winning parties are likely to face tough choices in creating a working coalition, however, as the electoral arithmetic might not throw up an obvious, ideologically-coherent combination.

What about President Niinistö?

Finland’s popular president Sauli Niinistö, who brought together Donald Trump and Vladimir Putin last year, is not up for re-election having won a second term in 2018. His role is in foreign policy and diplomacy, as the president acts as a figurehead rather than getting his or her hands dirty in domestic politics.

It is unlikely any coalition government would have big disagreements with Niinistö, who has been president since 2012 and was formerly a member of the National Coalition party.

What happens next?

Coalition negotiations can drag on: In 2011 it took more than two months from election to confirmation of Jyrki Katainen as Prime Minister.

Horsetrading and political wrangling aside, it’s a big year for elections in Finland. New MEPs are due to be elected on 26 May, and new regional assemblies may (or may not) be elected as part of the troubled ‘sote’ reform.

A recent economic upswing might well run out of steam in the coming years, leaving the incoming administration less room to manoeuvre than they might like.

A really simple guide to the main parties

– The Centre Party is a centrist party that enjoys strong voter support in the countryside. It has liberal and traditionalist wings.

-The centre-right National Coalition is an economically liberal party that is popular in cities and among higher-income groups.

– The Blue Reform split from the Finns Party after a hardliner took over as party chair in June 2017. The coalition partners objected and kicked the Finns Party out of government, but eventually accepted the Blue Reform ministers and MPs who broke with the Finns Party back into the coalition.

– The Finns Party is a right-wing populist party that is opposed to immigration and the EU.

– The Social Democratic Party is a centre-left party with strong links to Finland’s trade unions.

– The Green Party is an environment-focused party founded in the 1970s with a growing supporter base among young, urban voters.

– The Left Alliance is a left-wing group with roots in the Communist party and strong links to the labour movement.

– The Swedish People’s Party is a liberal party advocating for Finland’s Swedish-speaking minority.

– The Christian Democrat Party is a small, socially conservative party with links to Christian religious groups.

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Finlandia. Governo Sipila dimissionario. Elezioni il 14 aprile.

«The changes were crucial to the three-party governing coalition’s plan to balance public finances.

Financial constraints are colliding with the healthcare costs imposed by Finland’s fast-ageing population. But cutting those costs is a major political obstacle in a Nordic country that historically has provided an extensive — and expensive — healthcare system.»

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Le elezioni politiche in Finlandia

Nonostante l’attuale governo abbia vissuto una crisi che lo ha quasi portato alle prime elezioni anticipate in oltre 40 anni, la legislatura finlandese sta giungendo alla sua naturale conclusione e il prossimo 14 aprile si terranno le elezioni politiche. Per usare un’espressione forse esagerata, a queste latitudini, si sta per entrare nel vivo della campagna elettorale. Chi sia abituato alle campagne elettorali continue, non troverà niente di simile nel Paese nordico, dove i ministri fanno i ministri, nelle loro sedi, e non passano giorno e notte partecipando a show televisivi, producendone di propri, non proprio raffinati, col cellulare brandito come un gladio. In questo paese che probabilmente è solo normale, nonostante certe difficoltà di produzione, latte di renna non ne è ancora stato versato.

Come le elezioni anticipate, anche i brogli elettorali sono praticamente sconosciuti, e anche per questo la scheda elettorale finlandese è un capolavoro minimalista: un foglio ripiegato in due con l’esterno interamente bianco (verrà vidimato con un timbro prima di essere inserito nell’urna) e, all’interno, da un lato il nome e l’anno della consultazione (nelle due lingue ufficiali), e dall’altro un cerchio dove l’elettore andrà a scrivere un numero che equivale a un candidato.

Il sistema elettorale finlandese è un proporzionale secco, in cui i 200 seggi della camera unica sono divisi in 13 circoscrizioni elettorali, il cui numero di seggi è assegnato in base alla popolazione dell’ultimo censimento. Per il 2019 c’è solo un cambiamento: il distretto di Uusimaa, la regione attorno a Helsinki, eleggerà 36 parlamentari, un seggio in più rispetto al 2015, sottratto alla circoscrizione del Savo-Carelia. La capitale Helsinki è un distretto a parte che vale 22 seggi.

In Finlandia è ammesso il voto postale, sia domestico (ci sono seggi alle poste, nelle biblioteche e in altri luoghi pubblici) che dall’estero. Nell’ultima tornata del 2015 il ne ha fatto uso il 32% dei votanti. Come in Italia le elezioni politiche sono le più popolari, l’affluenza alle urne nel 2015 è stata 70%, tre punti in meno rispetto alle ultime politiche in Italia.

Il sistema usato, il metodo D’Hondt, favorisce i grandi partiti tradizionali quindi, per i nostalgici della Prima Repubblica, porta spesso a strane alleanze che possono ricordare i tempi del Pentaparito.

I sondaggi danno in vantaggio i socialdemocratici, risaliti sopra la soglia del 20% dopo il tonfo del 2015 (16,5%), in crescita anche i Verdi e l’Alleanza di sinistra, mentre si prevede una batosta per i partiti di governo. Con nessun partito in posizione di netta prevalenza, non sarà semplice trovare una maggioranza per il prossimo primo ministro.

Per gli italiani cresciuti con silenzi elettorali, par condicio, pubblicità solo in spazi e fasce determinate, la campagna elettorale in Finlandia può sembrare un potenziale far west, visto che non ci sono forti regolamentazioni, le pubblicità si vedono dappertutto e non ci sono cronometraggi o spartizioni, ma almeno fino ad ora non ci sono stati particolari abusi o contestazioni sull’equità dei dibattiti. Sono al contrario le pubblicità “ordinarie” a essere consigliate di non imitare o assomigliare troppo a pubblicità politiche durante la campagna elettorale.

Uno strumento estremamente utile è il Vaalikone, la “macchina del voto” (qui quello del 2015), un sistema elettronico messo in piedi per la prima volta nel 1996 dalla tv nazionale YLE in cui a tutti i candidati vengono fatte le stesse domande, tutte le risposte vengono poi messe all’interno di questa “macchina”, che altro non è che un sito web dove gli elettori possono rispondere a un questionario contenente le stesse identiche domande fatte ai politici. In base alle risposte al questionario, il sistema suggerisce i candidati più vicini alle proprie idee ed opinioni. Al contrario di piattaforme informatiche nostrane, il sistema e i dati del Vaalikone sono completamente aperti e accessibili a tutti. Il Vaalikone di YLE è stato poco dopo copiato anche da altri media, come il quotidiano Helsingin Sanomat e la tv privata MTV3; questi altri sistemi variano per struttura e domande ma non nell’idea generale. Negli ultimi anni sono state anche aggiunti altri contenuti come schede e videointerviste, sempre democraticamente di formato identico e per tutti i candidati.

Un’altra peculiarità è quello che succede dopo la chiusura delle urne. La tradizione nostrana esige maratone televisive, stillicidio di dati, i leader che escono solo a risultati quasi confermati. In Finlandia i tempi dello spoglio sono piuttosto brevi (raramente si va oltre la mezzanotte) e, grazie al voto postale che viene conteggiato già durante il pomeriggio delle votazioni, si hanno quasi subito dei risultati concreti. Quindi la tradizione vuole che tutti i leader di partito siedano nello stesso spazio, in genere la sede della YLE a Helsinki, per commentare in diretta i risultati l’istante dopo la chiusura ufficiale delle urne. Solo più tardi nella serata i leader si recano al quartier generale del partito.

Per un occhio italiano è strano vedere politici di partiti diversi discutere pacatamente in televisione, soprattutto appena dopo un’elezione. E questa serata non è un’eccezione, sono molto comuni dibattiti elettorali con rappresentanti di tutti i partiti condividono civilmente lo stesso spazio dove, nonostante non manchino frecciate e affondi verbali, raramente si alza voce.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Finlandia. Governo Sipila dimissionario. Elezioni il 14 aprile.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-09.

2019-03-09__Finlandia__001

«The changes were crucial to the three-party governing coalition’s plan to balance public finances.

Financial constraints are colliding with the healthcare costs imposed by Finland’s fast-ageing population. But cutting those costs is a major political obstacle in a Nordic country that historically has provided an extensive — and expensive — healthcare system.»

Il welfare costa, e costa anche molto: ma se lo possono permettere solo coloro che hanno denaro a sufficienza, ma la situazione economica finlandese non è certo brillante. Un giorno o l’altro, con le buone oppure con le cattive, dovranno ridurlo, ed anche in modo consistente.

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Finlandia, dimissioni per il governo Sipila. Elezioni politiche il 14 aprile

«Finlandia: si dimette il governo di centrodestra per la mancata approvazione delle riforme sanitarie

 Momento politico complesso anche nel Nord Europa. Il premier finlandese, Juha Sipila, ha presentato le dimissioni del suo governo di centrodestra dopo la mancata approvazione di un pacchetto di riforme sociali e sanitarie. Lo ha reso noto la presidenza del Paese scandinavo.

Elezioni FInlandia il 14 aprile

“Il primo ministro ha presentato le dimissioni del governo alle 10 (orario francese) di oggi”, ha chiarito la presidenza. Le dimissioni arrivano a sole cinque settimane dalle elezioni legislative, in programma il prossimo 14 aprile.»

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Reuters. 2019-03-08. Finland’s government resigns after healthcare reform fails

Finland’s government resigned on Friday after ditching plans to reform the healthcare system, a key policy, the Finnish president’s office said, throwing the country into political limbo.

The president approved Prime Minister Juha Sipila’s resignation and asked his government to continue as a care-taker government until a new cabinet has been appointed.

The collapse of the government comes just one month before parliamentary elections are due, after Sipila failed to push through the reforms. The changes were crucial to the three-party governing coalition’s plan to balance public finances.

Financial constraints are colliding with the healthcare costs imposed by Finland’s fast-ageing population. But cutting those costs is a major political obstacle in a Nordic country that historically has provided an extensive — and expensive — healthcare system.

Sipila resigned “because the healthcare reform cannot be accomplished during this government term,” Antti Kaikkonen, the head of Sipila’s Centre Party’s parliamentary group, wrote on Twitter. Several governments have tried to push through reforms in different forms over the past 12 years.

“Since elections were already set for 14 April, the resignation of the government is not a big deal at all at this point. Still, it does create some ugly headlines,” Nordea’s chief analyst wrote on Twitter.

According to the government, the reform could have curbed the annual growth of Finland’s public social and healthcare expenses to 0.9 percent from the current estimate of 2.4 percent between 2019 and 2029.

Sipila had previously said he would dissolve his centre-right coalition government if it failed to push through its healthcare and local government reform.

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La situazione politica finlandese ricalca quella di quasi tutte le nazioni europee: si assiste ad una proliferazione di piccoli partiti, nove quelli con percentuali di voto superiori al 2%. Elemento caratteristico di queste formazioni è un elevato tasso di litigiosità virtualmente su tutto. La mancata approvazione della riforma del welfare è un severo empasse, sopratutto perché la sua stesura era stata concordata tra i partiti della coalizione dimissionaria.

Sempre che non accadano fatti nuovi e rilevanti, le nuove elezioni sembrerebbero non essere foriere di un qualche cambiamento.

Nelle passate elezioni presidenziali del 28 gennaio 2018 era stato eletto Mr Sauli Ninisto, un indipendente di centro destra, con il 62.7% dei voti validi.

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Da tempo si vocifera di un blocco politico nordico. Nulla da eccepire, l’idea avrebbe uno logico substrato.

Ma sia Svezia sia Finlandia versano in paludi politiche, nelle quali sembrerebbero essersi impantanate.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Estonia. Vince la destra. Ekre prende 19 deputati (+12).

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-04.

2019-03-04__Estonia__001

Il Ministero ha rilasciato i risultati delle elezioni politiche che si sono tenute in Estonia.

Eesti Reformierakond ha ottenuto il 28.8% dei voti e 34 seggi, aumentando di 4, mentre Eesti Keskerakond ha ottenuto il 23.1%, conseguendo 26 deputati, uno in meno della passata legislazione.

Eesti Konservatiivne Rahvaerakond ha ottenuto il 17.8% dei suffragi, conquistandosi 19 deputati, dodici in più che nelle scorse elezioni.

«The opposition centre-right Reform party has won Estonia’s general election, beating the ruling Centre»

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«Reform, led by former MEP Kaja Kallas, took about 29% of the vote to 23% for Centre in Sunday’s ballot.»

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«Meanwhile the far-right Conservative People’s Party of Estonia (EKRE), which has called for a referendum on EU membership, came a close third»

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«Ms Kallas – set to be Estonia’s first female prime minister – said all coalition options were on the table. Speaking to public broadcaster ETV however she insisted EKRE were “not a choice for us”»

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I risultati di queste elezioni politiche rovesciano la situazione estone, che sembrerebbe avviarsi ad un governo di centro-destra.

Sicuramente dovrà essere concordata una coalizione governativa, per cui il programma finale di governo è ancora da determinarsi.

I due partiti tradizionali hanno annunciato in campagna elettorale di essere indisponibili a formare un governo con l’Ekre, gli identitari sovranisti estoni, ma in politica tutto è possibile.

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Il voto estone conferma il trend che oramai caratterizza l’Europa: il corpo elettorale sta abbandonando i partiti liberal socialisti.

Non solo.

Se sicuramente i partiti tradizionali potranno ostracizzare l’Ekre, lasciandolo in una sorta di ghetto, d’altra parte ben difficilmente potranno non tener conto della sua presenza politica e delle sue istanze. Poi, come in queste elezioni l’Ekre ha saputo conquistarsi 19 seggi, mica è detto che alle prossime elezioni consegua la maggioranza.

Né, tanto meno, è detto che in Estonia non si attuino anche manifestazioni di piazza tipo quelle dei Gilets Jaunes in Francia.

Il mondo politico europeo sta cambiando, e questi sono i primi segni della mutazione.


Ansa. 2019-03-04. Voto Estonia: vince partito centrodestra

TALLINN, 3 MAR – L’opposizione di centrodestra si profila come la vincitrice delle elezioni parlamentari in Estonia, dove si registra anche una forte avanzata dei populisti di destra.

Mentre lo scrutinio è quasi terminato, il Partito Riformista, di stampo ultra-liberista, che ha guidato il Paese dal 2005 al 2016 si attesta al 34%, mentre il Partito Centrista dell’attuale premier Juri Ratas – perno di una coalizione con 2 partiti minori, Socialdemocratici e conservatori di Fatherland, dal 2016 – raggiungerebbe il 26%. Il Partito Conservatore del Popolo Estone (Ekre), che si è presentato al voto con un’agenda anti-immigrazione, avrebbe il 19% (avevano l’8,1% nel 2015). I 2 principali partiti hanno sempre detto che nessuna alleanza sarà possibile con Ekre, ma il presidente di quest’ultimo, Mart Helme, si è detto disponibile ad entrare in una coalizione.

L’Estonia ha una popolazione di 1,3 milioni di abitanti, e circa un milione di elettori. L’affluenza è stata del 62,1%.


Bbc. 2019-03-04. Estonia general election: Opposition party beats Centre rivals

The opposition centre-right Reform party has won Estonia’s general election, beating the ruling Centre.

Reform, led by former MEP Kaja Kallas, took about 29% of the vote to 23% for Centre in Sunday’s ballot.

Meanwhile the far-right Conservative People’s Party of Estonia (EKRE), which has called for a referendum on EU membership, came a close third.

Ms Kallas – set to be Estonia’s first female prime minister – said all coalition options were on the table.

Speaking to public broadcaster ETV however she insisted EKRE were “not a choice for us”.

Nearly a quarter of Estonia’s 881,000 eligible voters cast their ballots by e-voting. Results from e-voting gave Reform an even higher score.

Estonia uses proportional representation to pick members in its 101-seat parliament.

What were the results?

The decisive result came despite opinion polls suggesting in advance that the vote would be tight.

Reform and Centre have alternated in power since the Estonia’s independence from the Soviet Union in 1991.

But the eurosceptic EKRE saw its popularity surge, more than doubling its previous election results and garnering about 18% of the vote.

During campaigning the party pushed anti-immigration rhetoric and promised to slash taxes.

The two main parties support continued austerity policies, which have left Estonia with the lowest debt level of any Eurozone country but have caused anger in rural communities who feel left behind.

The conservative Isamaa party and the Social Democrats – currently in the governing coalition with the Centre party – won 11.4% and 9.8% respectively, and could partner with either of the main parties.

Centre and Reform have governed in coalition in the past. Ms Kallas did not rule this out again but said her party has “strong differences” with Centre over tax, education and citizenship.

PM Juri Ratas told ETV that Centre would consider being the junior coalition partner, but did not give details.

What were the main issues?

Reform and Centre campaigned on tax changes, the former to help job creation and the latter to boost state revenues.

Estonia’s Russian minority, who make up a quarter of the population, were also a key issue in the campaign.

The Centre party wants to maintain the joint Estonian- and Russian-language school system – something both Reform and EKRE plan to abolish.