Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Dettaglio elezioni politiche.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-23.

Europa Mappa Politica

2019, anno di elezioni europee e sfide elettorali in tutta l’Ue

Molti gli appuntamenti anche alle urne nazionali nel 2019, dall’Italia – al voto per regionali ed amministrative e, dopo la crisi di governo, anche per le politiche – alla Grecia, passando per altri 9 Stati membri (Belgio, Estonia, Finlandia, Slovacchia, Lituania, Danimarca, Portogallo, Polonia e Romania).

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ITALIA – Dopo la crisi di governo aperta dal vicepremier leghista Matteo Salvini in agosto, nuove elezioni politiche nel Paese potrebbero tenersi a ottobre, probabilmente il 27.

Nel corso dell’anno si sono svolte le elezioni amministrative – in programma domenica 26 maggio -, in concomitanza con le Europee. In alcune regioni si è votato anche per le regionali:

– Abruzzo (10 febbraio). Gli abruzzesi hanno premiato il centrodestra ed eletto Marco Marsilio alla presidenza della Regione: netto il risultato, affluenza però in forte calo. Marsilio ha raccolto il 48,03% dei consensi, staccando il candidato del centrosinistra allargato Giovanni Legnini che si è fermato al 31,28%. M5S terzo con il 20,20% dei voti.
Sardegna (24 febbraio). Il centrodestra ha espugnato anche la Sardegna con 47,78%, il nuovo presidente della Regione è Christian Solinas. Staccato al secondo posto il centrosinistra, guidato da Massimo Zedda, con il 32,92% dei voti. Il Movimento Cinquestelle si è fermato all’11,20%.

Basilicata (24 marzo). Il candidato governatore della Basilicata per il centrodestra Vito Bardi ha vinto con il 42,20%. Secondo Carlo Trerotola del centrosinistra al 33,11%, terzo Antonio Mattia del Movimento 5 stelle con il 20,32%.
Piemonte (26 maggio). Alberto Cirio, candidato del centrodestra, è stato eletto presidente del Piemonte, battendo nettamente il presidente uscente, Sergio Chiamparino, del Partito Democratico (49,9% contro 35,8%). Staccato il candidato Cinque Stelle, Giorgio Bertola (13,6%).

Le prossime regioni al voto saranno l’Emilia-Romagna e la Calabria in autunno.

BELGIO – Il partito fiammingo di destra N-VA è dato dai sondaggi in vantaggio rispetto al Partito Socialista. Le elezioni si terranno il 26 maggio con le europee. A seguito della spaccatura nel governo sul Global Compact per i migranti, lo scorso 18 dicembre il premier Charles Michel ha rassegnato le sue dimissioni al re. Il re lo ha incaricato di rimanere in carica per gli affari correnti fino alle elezioni del 2019. Michel era diventato primo ministro nell’ottobre del 2014 e guida una coalizione di centrodestra composta da quattro partiti.

ESTONIA – Il 3 marzo l’Estonia ha virato a destra con la vittoria della destra liberale e un boom dei sovranisti. Il partito riformista di opposizione, guidato dall’ex europarlamentare Kaja Kallas, ha ottenuto il 28,8% dei consensi battendo il Partito centrista del premier uscente Juri Ratas che si è dovuto accontentare di un secondo posto con il 23,1% dei consensi. Ma la vera novità è rappresentata dalla formazione euroscettica Ekre che si è piazzata terza con il 17,8%,raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni del 2015, come prevedevano i sondaggi. Dopo difficili negoziati, il Parlamento estone ha respinto la nomina a premier di Kallas, affidando all’ex primo ministro Juri Ratas l’incarico per la formazione di un governo. La nuova coalizione è composta dal Partito di Centro di Ratas (25 seggi), i conservatori di Isamaa (12) e, a sorpresa, EKRE (19 seggi), per un totale 56 seggi su 101. .

SLOVACCHIA – Il 30 marzo, Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del paese. Ha ottenuto il 58%, contro il 42% del suo avversario, Maroš Šefčovič, del partito di centrosinistra Direzione – Socialdemocrazia (Smer) e  commissario Ue per l’unione energetica dal 2014. Čaputová, avvocata ambientalista e attivista, fa parte del piccolo partito europeista Progressive Slovakia. Al primo turno, aveva ottenuto il 40,5% dei voti contro il 18,7% di Šefčovič. Nel 2018 la Slovacchia ha attraversato una crisi politica scatenata dall’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). In seguito, l’ex presidente Kiska ha designato primo ministro ad interim Peter Pellegrini, anch’egli socialdemocratico. Le prossime elezioni parlamentari slovacche si terranno nel 2020.

FINLANDIA – Il 14 aprile sono stati i cittadini finlandesi a recarsi alle urne per rinnovare il parlamento. La sinistra ha vinto di un soffio le elezioni politiche – e potrebbe tornare a guidare il governo dopo 20 anni – con un vantaggio risicato sui populisti dei Veri Finlandesi che hanno mancato un clamoroso trionfo per una frazione di punto. Il Partito socialdemocratico (Sdp), guidato di Antti Rinne, ha ottenuto il 17,7% rispetto al 17,5% dei ‘Veri Finlandesi’, alleati di Matteo Salvini. La partita per guidare il Paese è ora nelle mani dei socialdemocratici dell’ex sindacalista Rinne: la maggioranza dei finlandesi sembra aver puntato sulla lotta al cambiamento climatico e sulla difesa del generoso modello di welfare invidiato in tutto il mondo, ma indebolito da anni di austerità sotto il governo di centrodestra dell’ex premier Juha Sipila. Sipila si era dimesso il mese scorso proprio dopo la bocciatura della sua riforma sanitaria, che voleva ridurre sensibilmente i costi per la salute. E anche le urne hanno confermato che le sue ricette non sono state apprezzate: il suo partito di centro si è piazzato quarto, dietro anche ai conservatori.

SPAGNA – Il partito socialista (Psoe) ha vinto le elezioni in Spagna il 28 aprile. Il Psoe guidato da Pedro Sanchez è uscito dalle urne come primo partito con 123 deputati, segnando anche una certa distanza dal Partido Popular, secondo ma con la metà dei seggi, registrando un tracollo storico. E di storico c’è stato anche l’ingresso in parlamento dell’estrema destra con Vox che ha ottenuto 24 seggi, oltre all’affluenza record al 75,7%. La Spagna si ritrova però senza una maggioranza chiara per formare il governo e i partiti indipendentisti potrebbero ancora una volta ricoprire un ruolo chiave nel rebus delle alleanze che si prospetta. A oltre quattro mesi dalle politiche, Pedro Sánchez, designato dal re, non è ancora riuscito a incassare l’approvazione del Parlamento per formare il governo.

LITUANIA – Il 12 maggio i lituani sono andati alle urne per eleggere il successore di Dalia Grybauskaitė, la ‘Lady di Ferro’, prima donna presidente della Lituania, in carica dal 2009 come indipendente (sostenuta dai conservatori) e giunta al termine del suo secondo mandato. Al primo turno nessuno dei nove candidati ha raggiunto il 50% e si è andati al ballottaggio, accorpato con le elezioni europee il 26 maggio. L’economista indipendente Gitanas Nausėda ha vinto con il 66,5% dei consensi, battendo l’altra indipendente Ingrida Šimonytė, ex ministro delle Finanze del Paese, ferma al 33,4%. Fuori al primo turno il commissario Ue alla Salute, il socialista Vytenis Andriukaitis, che ha raccolto il 4,81% dei voti.

DANIMARCA – I 179 seggi del Parlamento danese – Folketing – sono stati rinnovati domenica 5 giugno. La sinistra è tornata al potere dopo quattro anni promettendo di mantenere la linea dura sull’immigrazione. La 49enne leader socialdemocratica Mette Frederiksen è diventata il primo ministro più giovane nella storia del suo Paese: il voto ha infatti premiato i socialdemocratici, che si sono confermati primo partito con il 26%, pur perdendo lo 0,3% rispetto alle elezioni del 2015. Ma, al contrario di quattro anni fa, questa volta possono contare sul sostegno di altre forze di sinistra in crescita per raggiungere la maggioranza di 90 seggi su 179. Il premier uscente danese, il conservatore Lars Loekke Rasmussen, è arrivato al 23,4% (+3,9% rispetto al 2015), ma gli alleati del blocco conservatore non hanno fatto registrare una buona prestazione. In particolare, il partito dell’Alleanza liberale ha ottenuto il 2,3%, con il leader e ministro uscenti degli Esteri Anders Samuelsen che non è entrato nel nuovo Parlamento. I populisti xenofobi del Partito del popolo danese sono infine precipitati dal 21,1 all’8,8% (e da 37 a 16 seggi). E’ entrata invece con 4 seggi in parlamento la Nuova Destra, fondata dall’architetto Pernille Vermund.

GRECIA: domenica 7 luglio si sono tenute le prime elezioni politiche per il Paese dopo l’addio della Troika e l’uscita dal tunnel della crisi economica. Il premier in carica Alexis Tsipras, leader di Syriza (Sinistra Radicale),  si è fermato al 31,5% dei voti, scalzato dal centrodestra di Nea Dimokratia (39,8%), guidato da Kyriakos Mitsotakis (36%). Staccati gli altri: i socialisti di Kinal al 8,1%, seguiti dai comunisti di Kke con il 5,3%, i nazionalisti di Elliniki Lysi (‘Soluzione Greca’) al 3,7% e il movimento Diem25 di Yanis Varoufakis con il 3,4%. I neonazisti di Alba Dorata sono rimasti fuori dal Parlamento.

PORTOGALLO – Il centrosinistra è in vantaggio nei sondaggi delle elezioni politiche che si svolgeranno il 6 ottobre: il primo ministro socialista Antonio Costa appare nettamente in testa (i sondaggi lo danno al 39%), anche se per ottenere la maggioranza potrebbe avere ancora bisogno di stringere accordi i partiti democratici di sinistra.

AUSTRIA – Il cancelliere austriaco, il conservatore Sebastian Kurz, ha deciso di indire elezioni anticipate dopo lo scandalo che ha coinvolto il suo alleato e vicecancelliere Heinz-Christian Strache, leader del partito di estrema destra che appartiene alla coalizione di governo. Il presidente austriaco Alexander Van der Bellen ha accolto la proposta. Le nuove elezioni si terranno il 29 settembre. Lo scandalo è nato dalla pubblicazione di un video girato di nascosto nel 2017 in cui si vede Strache promettere favori a una presunta ereditiera russa vicina al presidente Vladimir Putin, in cambio di finanziamenti illeciti.

POLONIA – Le prossime elezioni parlamentari si terranno il 13 ottobre. Il partito della destra anti-europeista Diritto e Giustizia del premier Mateusz Morawiecki guida ampiamente sondaggi con il 42%.

ROMANIA Presidenziali in programma a novembre o dicembre. I Socialisti sono dati come favoriti, tanto da puntare a spodestare l’attuale presidente liberale Klaus Iohannis, che ha annunciato la sua ricandidatura.

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Dopo un anno elettorale cruciale per l’Unione europea, il 2017, la sfida dei Ventotto al populismo ha caratterizzato anche il 2018. A confrontarsi con i risultati delle urne sono stati a vario titolo 11 Stati membri: dall’Italia all’Irlanda, passando per Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro, Finlandia, Svezia. Il destino dei partiti tradizionali, davanti all’ascesa dei rivali populisti, è apparso ancora molto incerto. Tra gli appuntamenti più attesi, le elezioni in Italia il 4 marzo, dove gli euro-scettici del Movimento 5 Stelle non hanno disatteso  i favori dei pronostici e sono andati al governo con il partito di destra anti-migranti della Lega Nord.

I risultati elettorali del 2018:

REPUBBLICA CECA – Al ballottaggio del 26 e 27 gennaio, in un serrato testa a testa, il presidente uscente Milos Zeman ha battuto lo sfidante Jiri Drahos, ex presidente dell’Accademia delle Scienze (Csav), con il 51,3% dei consensi. Si riconferma quindi la linea euroscettica e populista portata avanti nello scorso mandato da Zeman, che mantiene Praga orientata verso l’est dell’Europa, allacciata ai Visegrad (Polonia, Ungheria e Slovacchia), muro anti Ue nell’accoglienza ai migranti. Zeman ha promesso di affidare ad Andrej Babis, vincitore delle elezioni politiche in Repubblica Ceca nell’ottobre del 2017, il secondo tentativo di formare un governo. L’affluenza ha raggiunto il record del 66,6%.

FINLANDIA – Domenica 28 gennaio la Finlandia si è recata alle urne per eleggere il nuovo presidente per un mandato di sei anni. Il presidente uscente, Sauli Niinisto, è stato rieletto al primo turno con il 62,7% dei suffragi, quasi cinque volte di più del suo sfidante più vicino, il verde Pekka Haavisto, che si è fermato al 12,4%. Niniisto, 69 anni, ex ministro delle Finanze ed ex speaker del parlamento, è stato un presidente molto popolare sin dall’inizio del suo mandato nel 2012. Si è presentato come indipendente, senza associarsi al partito conservatore che in passato aveva presieduto. “Sono sorpreso e colpito da questo sostegno”, ha detto ai media dopo la vittoria. Deludente invece il risultato dei Veri Finlandesi, partito conosciuto per le sue forti posizioni anti-europeiste e nazionaliste, in forte ascesa negli ultimi anni: la candidata Laura Huhtasaari si è fermata al 6,8%.

CIPRO –  A 5 anni di distanza dalle ultime elezioni presidenziali di Cipro nel 2013, il voto di domenica 28 gennaio ha visto contrapposti su tutti il presidente in carica conservatore Nicos Anastasiades e il principale avversario, Stavros Malas, sostenuto dal partito comunista Akel.  Arrivati al ballottaggio (al primo turno Anastasiades era arrivato primo con il 35,5% dei voti, Malas secondo con il 30,2%), il 4 febbraio il 71enne Anastasiades è stato rieletto presidente ricevendo il 56% dei voti, mentre il suo avversario Stavros Malas ha raccolto il 44% dei voti. I due si erano già sfidati nelle elezioni del 2013, quando Anastasiades vinse con un larghissimo vantaggio; a questa tornata è stata ricompensata la stabilità ottenuta dal paese durante la sua carica, ma Malas ha ricevuto comunque più voti rispetto alle aspettative. La questione della riunificazione dell’isola è stata al centro della campagna elettorale di Nicosia. Il 7 gennaio è stata rinnovata l’Assemblea dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord (Rtcn), che ha sancito la vittoria Partito di unità nazionale (Ubp) – vicino ad Ankara e per il mantenimento dello status quo -, ma non la formazione di un governo che è ancora in discussione. Proprio la necessità di riprendere il dialogo con la Turchia sul processo di riunificazione in funzione di uno stato federale è stato uno dei temi al centro del dibattito elettorale e sarà la maggior sfida di Anastasiades.

ITALIA – Il 4 marzo è stata la volta degli elettori italiani, chiamati alle urne per le elezioni politiche. A sfidarsi sono stati la coalizione di centro-destra guidata dall’ex premier Silvio Berlusconi affiancato dal leader della Lega, Matteo Salvini, i populisti del Movimento Cinque Stelle con Luigi Di Maio candidato premier, e il Partito Democratico di Matteo Renzi. Il Movimento 5 stelle ha ottenuto più del 30 per cento dei voti sia alla Camera sia al Senato, sopratutto grazie alle regioni del centro e dell’Italia del sud. La Lega ha superato Forza Italia e il Partito democratico è sotto al 20%. Liberi e Uguali ha superato la soglia di sbarramento del 3%. L’affluenza è stata del 72,9%, la più bassa nelle elezioni politiche dal 1948 a oggi. Con questi numeri, nessuna forza politica ha ottenuto una maggioranza assoluta in parlamento, ma dopo oltre due mesi e mezzo di trattative M5S e Lega si sono alleati dando vita a un governo di stampo populista, presieduto dal premier Giuseppe Conte.

UNGHERIA – L’8 aprile si sono tenute le elezioni politiche in Ungheria. Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orbán, populista di destra, ha vinto con il 49% dei consensi, riconquistando la maggioranza dei due terzi in parlamento e avviandosi al suo terzo mandato consecutivo dal 2010. Secondo è il partito Jobbik con il 20%, terza l’alleanza socialisti-verdi con 12%.  La sfida sembra essere tutta a destra, con il partito Jobbik di estrema destra a rappresentare il più grande rivale di Orban.

SLOVENIA – Anno di campagna elettorale per la Slovenia, con le elezioni generali a giugno e quelle locali a novembre. Alle politiche del 4 giugno, il conservatore Janez Jansa e il suo Partito democratico sloveno (SDS), che sono su posizioni anti-migranti e alleati del leader nazionalista ungherese Viktor Orban, hanno vinto con il 25% dei voti. Jansa non è però stato in grado di formare una maggioranza. A guidare il Paese è dunque Marjan Sarec (LMS), che con la Lista omonima si era piazzato secondo con il 12,6%, ed è appoggiato da cinque partiti di centrosinistra in un governo di minoranza.

SVEZIA – Il 9 settembre 2018 è stato il turno della Svezia di andare al voto. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven sono risultati nuovamente la prima forza, con il 28,4% dei consensi, ma è il risultato peggiore per il partito dal 1920. Secondi, con il 19,7%, la destra dei Moderati guidati da Ulf Kristersson. Terzi, in ascesa al 17,7%, i populisti e sovranisti del partito Svedesi Democratici, guidati da Jimmie Akesson. Al momento, il blocco del centrosinistra e del centrodestra sono appaiati intorno al 40%, ma non hanno i numeri per governare. Nelle prossime settimane saranno dunque decisive le trattative per formare un governo di coalizione.

LETTONIA – Dalle elezioni politiche di sabato 6 ottobre, le tredicesime nei 100 anni di storia del Paese, è emerso il primato del partito filorusso Concordia (Harmony) al 19,8%, che però ha scarse possibilità di dar vita a un governo. Lo scenario che si presenta – come peraltro avvenuto in tutte le ultime elezioni politiche nei Paesi dell’Ue – è una lunghissima trattativa tra forze politiche anche molto diverse, per mettere in piedi una coalizione. Brusco calo di consensi per il partito liberal-conservatore, una volta potentissimo, del vicepresidente della Commissione europea ed ex premier del Paese baltico, Valdis Dombrovskis. Il suo Unità (‘Vienotiba’ in lettone) – uno dei tre partiti che compongono la maggioranza uscente – è crollato al 6,7%, ottenendo appena otto seggi. Alle politiche del 2014, registrò il 21,8% con 23 seggi. Dombrovskis si dice comunque “fiducioso che il Paese sarà in grado di istituire un governo fermamente pro-europeo”, anche se a guidarlo non sarà più probabilmente il premier uscente Maris Kucinskis. La maggioranza tripartitica di centro-destra, dimezzata nei consensi, dovrà cercare nuove alleanze pescando tra una serie di formazioni che viaggiano intorno al 10-13%. Secondo gli analisti locali, alla fine si potrebbe arrivare a un ‘pentapartito’, che rischia tuttavia di avere problemi di tenuta, per le distanze programmatiche tra le formazioni. E’ invece altamente improbabile che a formare l’esecutivo sia chiamato il partito Concordia, che ha nella minoranza russa il proprio elettorato di riferimento e che finora è stato sempre tenuto fuori dalla stanza dei bottoni grazie a una sorta di cordone sanitario messo in atto dalle altre forze politiche, preoccupate dell’eventuale ingresso di un cavallo di Troia del Cremlino negli affari politici europei: fino al 2017 Concordia aveva anche un accordo di cooperazione col partito di Putin Russia Unita. Al momento, soltanto i secondi arrivati, i populisti euroscettici di Kpv Lv sarebbero disponibili ad allearsi coi filorussi, ma il loro 14,2% non è comunque sufficiente a garantire una maggioranza.

BELGIOUna incontestabile vittoria per i Verdi è, in sintesi, il risultato delle Comunali che si sono svolte in Belgio. Domenica 14 ottobre si sono tenute le elezioni provinciali, municipali e distrettuali belghe. La regione di Bruxelles è andata al voto con 19 comuni, le Fiandre con 5 province e 300 comuni (nella città di Anversa si sono tenutee anche le elezioni per i distretti), e la Vallonia con 5 province e 262 comuni. A Bruxelles i Verdi passano da uno a tre borgomastri (sindaci), facendo breccia nei 19 comuni della capitale belga e sembrerebbero pronti ad entrare in una maggioranza con il Ps, quest’ultimo largamente in testa che realizza globalmente dei buoni risultati nella regione di Bruxelles. Ammaccato il Mr (Liberali), mentre al sud del Paese, in Vallonia, si registra una buona performance per il Ptb, il Partito del lavoro, di estrema sinistra che diventa il terzo partito a Liegi ed il secondo a Charleroi e a Seraing. Nelle Fiandre, nord del paese, il nazionalismo fiammingo tiene: roccaforte della Nuova alleanza fiamminga (N-va), la città conferma il suo leader, Bart De Wever, sindaco. Resta da capire con chi si alleeranno i nazionalisti. Altro dato significativo quello delle donne a Bruxelles: il 48,8% risultano elette, un vero e proprio record. Nulla di fatto invece per il partito Islam che non ha ottenuto alcun eletto.

LUSSEMBURGOAlle elezioni del 15 ottobre, i tre partiti della coalizione di governo uscente – i socialisti della Lsap, Dp (la formazione di stampo liberale di Bettel) e i Verdi -, hanno riconfermato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (31 su 60). Il partito di centro-destra Csv (cristiano sociali), dell’ex premier e attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, si è invece aggiudicato la maggioranza relativa con il 28,3% dei voti e 21 seggi. Il granduca del Lussemburgo, Henri Albert Guillaume, ha incaricato il premier uscente, il liberale Xavier Bettel a formare un nuovo governo.

IRLANDA – Elezioni presidenziali senza sorprese in Irlanda: Michael D. Higgins, 77 anni, letterato di idee liberal, è stato confermato per un secondo settennato alla carica di capo dello Stato, sostanzialmente di garanzia, ma priva di veri poteri nel sistema istituzionale della repubblica. Higgins, nel rispetto delle previsioni della vigilia, ha segnato una netta vittoria al primo turno con oltre il 58% di voti. Il meno lontano dei 5 rivali è l’uomo d’affari indipendente Peter Casey, dato poco sopra il 20%, mentre tutti gli altri sono sotto il 10 con la prima donna in lizza, Liadh Ni
Riad, eurodeputata dello Sinn Fein (sinistra nazionalista) al terzo posto attorno all’8%. In calo l’affluenza alle urne rispetto al 2011.

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Dopo le ferite riportate nel 2016 con l’esito del referendum sulla Brexit, il 2017 è stato l’anno della verità per l’Unione europea, con appuntamenti elettorali in Olanda, Bulgaria, Francia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Austria e Malta. L’obiettivo, raggiunto parzialmente, era quello invertire l’ondata populista che, in tutti i Paesi, ha saputo imporre la sua agenda in campagna elettorale e si è trasformato nella terza forza europea.

Ecco tutti i risultati elettorali del 2017 e i tipi di governo che si sono formati o si formeranno, con una caratteristica sempre più diffusa: essere di coalizione.

OLANDA – Il voto del 15 marzo 2017 nei Paesi Bassi ha scacciato il pericolo di una ‘Nexit’ (‘Netherland exit’), molto temuta a Bruxelles dopo quanto accaduto nel Regno Unito. A spuntarla è infatti stato il primo ministro uscente e leader dei conservatori, Mark Rutte, che con il 21,3% dei consensi si è imposto sul populista, euroscettico e antislamico Geert Wilders, terzo con il 13,1%. Oltre 13 milioni di olandesi si sono recati alle urne per decidere il nome del nuovo primo ministro e la composizione del Parlamento, segnando un dato record sull’affluenza (82%), la più alta degli ultimi trent’anni nel Paese. Dopo 208 giorni di colloqui, è stato raggiunto un accordo per la formazione del governo: a guidare il paese è una coalizione di centrodestra, con il Vvd, partito del premier Mark Rutte, insieme ai cristiano-democratici del Cda, ai liberali progressisti del D66 e ai conservatori della Christen Union. E’ stato eguagliato il record del 1977: anche allora furono necessari 208 giorni per formare un governo, operazione tradizionalmente lenta nel Paese.

BULGARIA – Il partito conservatore filo-europeista Gerb, guidato  dal premier Boyko Borissov, ha vinto le elezioni politiche di domenica 26 marzo con il 33,55% dei voti. Al secondo posto si è collocato il Partito socialista di Kornelia Ninova, con poco più del 27,02% dei voti, mentre ha raggiunto il terzo posto la coalizione nazionalista Patrioti uniti, con il 9,12% dei voti.  L’affluenza alle urne è stata intorno al 50%. Si è trattato del primo appuntamento elettorale a livello nazionale in un Paese Ue dopo la firma, sabato 25 marzo 2017, della Dichiarazione di Roma in occasione delle celebrazioni nella capitale italiana per il 60° anniversario della sigla dei Trattati di Roma.

FRANCIA – L’europeista Emmanuel Macron domenica 7 maggio ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi con il 66,1% delle preferenze, contro il 33,9% della sfidante euroscettica e populista Marine Le Pen. Evitata, quindi, una ‘Frexit’, paventata dalla rivale con un referendum su Ue ed euro in caso di vittoria. Al primo turno del 23 aprile, dove era stata registrata un’affluenza attorno all’80%, il leader di ‘En Marche!’ era arrivato in testa con il 24,01% contro il 21,30% della leader del Front National. Al secondo turno, invece, l’astensione è stata record con il 25,44%, la più elevata dal 1969, mentre 3,01 milioni di francesi hanno votato scheda bianca e 1,06 milioni sono stati i voti nulli. Alle successive elezioni legislative del 18 giugno il partito En Marche! del presidente francese Macron ha sbancato con il 43,06% dei consensi, consegnandogli la maggioranza assoluta. Si è invece spenta l’onda populista e anti-Ue del Front National: dopo la sconfitta nella corsa all’Eliseo, il partito di Marine Le Pen è sceso all’8,75%.

MALTA – Il 3 giugno il premier maltese Joseph Muscat, travolto da uno scandalo insieme alla moglie legato alle società offshore smascherate dai Panama Papers, e il suo partito laburista pro-Ue sono stati confermati alla guida del Paese con il 55% dei voti, sconfiggendo il leader del Partito Nazionalista Simon Busuttil.

REGNO UNITO – L’8 giugno 2017 i cittadini britannici sono andati alle urne per le elezioni politiche anticipate (la legislatura si sarebbe conclusa nel 2020). La premier Theresa May aveva infatti deciso di promuovere lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni attraverso una mozione approvata dal Parlamento il 19 aprile 2017 con una maggioranza superiore ai due terzi. L’obiettivo della May era di avere una maggioranza parlamentare più forte per affrontare il processo della Brexit in una situazione più favorevole e imporre una ‘hard Brexit’. Obiettivo clamorosamente mancato: i Tory infatti si sono confermati primo partito del Regno Unito con il 42,4% dei consensi, ma non hanno raggiunto la maggioranza assoluta. In Parlamento hanno ottenuto 318 seggi, perdendone 12 rispetto al 2015. Exploit invece dei laburisti di Jeremy Corbyn, subito dietro al 40% (+9% rispetto al 2015), con 262 deputati e un balzo di 30 seggi in più. Venti giorni dopo le elezioni, May ha quindi firmato un accordo con il partito degli unionisti nordirlandesi del Dup, spalla del governo di minoranza Tory.

GERMANIA – Le elezioni federali del 2017 per eleggere i membri del nuovo Bundestag, il parlamento tedesco, si sono tenute il 24 settembre. La cancelliera uscente Angela Merkel ne è uscita vincitrice ma indebolita: il suo partito, la Cdu-Csu ha ottenuto il 33% dei consensi (-8,5%). I socialisti della Spd, guidati dall’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, si sono fermati al 20,5% (-5,2%), mentre si è verificata l’ascesa a sorpresa i populisti di Alternative für Deutschland (AfD), arrivati terzi al 12,6% (+7,9%). Il partito euroscettico, trascinato dai candidati di punta Alice Weidel e Alexander Gualand, con 95 i seggi conquistati è il primo partito di estrema destra ad entrare nel Parlamento federale tedesco dal secondo dopoguerra. Dopo il tentativo fallito di formare una coalizione guidata dall’Unione di Angela Merkel con i Liberali e i Verdi, la cosiddetta coalizione Giamaica – così denominata per i colori dei tre partiti nero-giallo-verde, come la bandiera della nazione caraibica -, si va ora verso una riedizione della Große Koalition tra Cdu-Csu e Spd. I colloqui però presentano ancora ostacoli. Due le alternative: un governo di minoranza della Cancelliera tedesca, utile nel breve periodo, oppure il ritorno alle urne.

AUSTRIA – Il 15 ottobre si è votato per le elezioni parlamentari anticipate di un anno prima rispetto al termine naturale della legislatura. Il ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, leader del Partito popolare austriaco (ÖVP), è diventato premier con il 31,4% dei voti. L’estrema destra del Partito della libertà austriaco (FPÖ) di Heinz-Christian Strache, è arrivata seconda con il 27,4%, terzi i socialdemocratici di SPÖ guidati dal cancelliere uscente Christian Kern, al 26,7%. Il partito di Kurz, tuttavia, non ha raggiunto una maggioranza tale da poter governare da solo: dopo quasi due mesi di trattative, il 18 dicembre è arrivato il giuramento del nuovo governo di destra austriaco, guidato dalla coalizione tra l’ÖVP di Kurz e gli oltranzisti dell’FPÖ di Strache.

REPUBBLICA CECA – Le elezioni parlamentari si sono tenute il 20 e 21 ottobre 2017.  Ha vinto il movimento Ano 2011, “Azione del cittadino scontento”, di Andrej Babis con il 29,64% e 78 seggi su 200 in Parlamento. Al secondo posto il centrodestra dei Civici democratici (Ods) con l’11,32% e 25 parlamentari. Al terzo posto i Pirati con il 10,79% e 22 seggi. Non avendo i numeri per formare una maggioranza di governo, Babis formerà con tutta probabilità un governo di minoranza che conti su ministri del suo partito e tecnici. Il mandato gli è stato affidato il 31 ottobre dal presidente ceco Milos Zeman, che ha detto di preferire l’opzione di un governo di minoranza a quello di un esecutivo di maggioranza, perché è il modo più semplice per promuovere le decisioni. Secondo Babis, il governo di minoranza è l’unica soluzione, dal momento che gli altri partiti entrati in Parlamento non vogliono entrare in coalizione con lui.

CATALOGNA – A margine delle elezioni ufficiali per i governi di diversi Stati dell’Ue, il 21 dicembre 2017 si sono tenute anche le elezioni in Catalogna, indette dopo l’esito schiachiante del referendum per l’indipendenza dalla Spagna del 2 novembre 2017 e le inevitabili conseguenze (la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e l’attuazione dell’articolo 155 da parte del governo di Madrid). I catalani hanno scelto nuovamente il campo indipendentista, infliggendo un sonoro schiaffo politico al premier spagnolo Mariano Rajoy. Ora la situazione è in stallo, con la maggior parte dei vincitori indipendisti o in carcere o rifugiati fuori dal Paese e nessuna apertura da parte del governo centrale. L’ex President catalano e leader indipendista Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles, è stretto tra due fuochi: se tornerà a Barcellona sarà arrestato, ma restando nella capitale belga non potrà essere nominato nuovamente President. La prima sessione del nuovo parlamento catalano, secondo quanto annunciato da Rajoy, dovrebbe tenersi il 17 gennaio 2018.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Exit polls. Nea Demokratia ~40%. Forse maggioranza di seggi. – Aljazeera.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-07-07.

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«Centre-right New Democracy party is projected to win the parliamentary election with about 40 percent of the vote»

«Greeks have voted to elect a new parliament in a snap election, with exit polls indicating a clear victory for centre-right New Democracy party headed by Kyriakos Mitsotakis»

«Prime Minister Alexis Tsipras, 44, had called the election three months before the end of his term after his left-wing Syriza suffered a crushing 9.5-percentage point defeat in May’s European Parliament elections»

«New Democracy could secure an absolute majority in the 300-member parliament»

«The election on Sunday came as Greece struggles to emerge from a nearly decade-long financial crisis that saw its economy shrink by a whopping 25 percent and hundreds of thousands of mostly young people leave the country in the hopes of better opportunities abroad»

* * * * * * *

Se questi exit polls si confermassero, la Grecia potrebbe finalmente avere un governo monopartitico con la sua congrua maggioranza parlamentare.

Questo risultato conferirebbe stabilità all’azione governativa.

Sarebbe prematuro prognosticare quale posizione assumerà nel Consiglio Europeo Mr Kyriakos Mitsotakis, ma tutto lascerebbe supporre che potrebbe essere anche molto differente da quella tenuta da Mr Tsipras.


Aljazeera. 2019-07-07. Greece election: Conservatives defeat Tsipras, exit polls suggest

Centre-right New Democracy party is projected to win the parliamentary election with about 40 percent of the vote..

*

Greeks have voted to elect a new parliament in a snap election, with exit polls indicating a clear victory for centre-right New Democracy party headed by Kyriakos Mitsotakis.

After a largely lacklustre campaign dominated by disappointment over the pace of the country’s economic recovery, the 12-hour polling closed on Sunday across Greece at 7pm (1600 GMT).

Prime Minister Alexis Tsipras, 44, had called the election three months before the end of his term after his left-wing Syriza suffered a crushing 9.5-percentage point defeat in May’s European Parliament elections.

Reporting from Athens, Al Jazeera’s John Psaropoulos said exit polls aired on TV channels after polls closed indicated the New Democracy could secure an absolute majority in the 300-member parliament. 

“One of the first exit polls we have heard puts the New Democracy at between 38 and 42 percent of the popular vote while Syriza is at 26 and 30 percent,” he said. 

The result will mark a major shift for the crisis-hit country run for nearly a decade by fragile coalitions of ideologically divergent parties united by their stance either in favour or against Greece’s bailout deals.

Campaign pledges

Public surveys in the lead-up to Sunday’s vote showed New Democracy retaining a firm 8-10 percentage-point lead over Syriza, as well as being able to secure an outright majority.

The projections, coupled with the fact that the election is being held for the first time in the middle of summer, a time when many Greeks are either on holiday or holding temporary tourism jobs far from their homes, has shifted attention on turnout.

Both Tsipras and Mitsotakis have called on their supporters not to assume Sunday’s result is a foregone conclusion and to go out and vote.

Tsipras used the final days of the election campaign on a tour through some of Greece’s biggest cities, insisting he can pull off a comeback.

“The upset will come if everyone and each one of us succeeds in persuading another one to come to the ballot box,” he told supporters in Heraklion, the largest city on the island of Crete, earlier this week.

For his part, Mitsotakis repeated his call for voters to give him a “strong mandate” that will allow his party to implement its manifesto, which is largely focused on introducing tax cuts, attracting much-needed investments and bolstering security.

“Now is the time for responsibility, rallying together and participation,” he said at a campaign rally in Athens on Thursday.

Economic complaints

The election on Sunday came as Greece struggles to emerge from a nearly decade-long financial crisis that saw its economy shrink by a whopping 25 percent and hundreds of thousands of mostly young people leave the country in the hopes of better opportunities abroad.

Syriza, which before the crisis was on the fringes of the country’s political landscape, stormed to power in January 2015, replacing a New Democracy-led government amid widespread discontent over years of harsh fiscal measures imposed by Greece’s bailout creditors.

But despite its promises to end austerity, the Syriza-led government seven months later caved in to the European Union and the International Monetary Fund‘s demands, signing onto a third bailout deal and implementing further tax hikes. Still, it managed to regain power in a snap election in September 2015 and form a coalition government with the nationalist Independent Greeks party.

Greece exited its final bailout last year but is still under financial surveillance from its creditors. Its economy is expected to expand by around two percent in 2019 but financial woes remain, including an unemployment rate of 18 percent, the eurozone’s highest.

Along with the chronic financial grievances, mainly from Greece’s shrinking middle class, Tsipras’s government has also come under fire for mismanaging crises, including the response to a devastating fire near Athens last summer that killed 102 people, and for brokering a widely unpopular deal to resolve a decades-long dispute over the name of neighbouring North Macedonia.

‘Jury not out’

Panos Polyzoidis, a political analyst in Athens, told Al Jazeera that a New Democracy win could signify “a return to normality … [and] possibly the end of the crisis, in political terms.

“That crisis has cost most political forces a lot in influence. New Democracy is one of the parties that survived. It also seems that Syriza is a party that came to the limelight because of the crisis and will probably also survive the post-crisis period.”

Looking ahead, Polyzoidis said “the jury is not out yet” on the financial front.

“It’s very difficult to see where this is heading,” he said. “The bailout programmes have ended, but austerity has not ended,” Polyzoidis added. “New Democracy has been promising growth-orientated policies, lowering taxes, lowering social security contributions. It all remains to be seen how feasible these are because the fiscal restrains remain.”

According to official figures, 9,903,864 people, including nearly 520,000 first-time voters are registered to cast ballots. Greeks living abroad are not allowed to vote.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Nea Demokratia proiettata per la maggioranza assoluta.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-07-02.

2019-07-01__Grecia__001

Il sette luglio la Grecia si recherà alle urne per le elezioni politiche.

Il parlamento dispone di 300 seggi, essendo quindi 151 la maggioranza.

Nea Demokratia sembrerebbe dover salire dal 28.1% al 37.9%, ossia passare dagli attuali 75 ai proiettati 155 – 163 seggi: conquisterebbe così la maggioranza parlamentare senza bisogno di formare coalizioni.

Syriza, la coalizione della sinistra radicale, scenderebbe dal 35.5% al 29.0%, passando dagli attuali 145 seggi ai proiettati 80 – 87 deputati.

Si tenga presente che per la legge elettorale, al partito di maggioranza relativa spettano di diritto 50 deputati in più rispetto a quelli ottenuti con le elezioni.

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Se queste elezioni determineranno un terremoto interno, pesanti ripercussioni avverranno in sede del Consiglio Europeo.

Syriza infatti fa parte del gruppo parlamentare European United Left–Nordic Green Left, mentre Nea Demokratia è incardinata nel partito Popolare Europeo.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Grecia. Elezioni 7 luglio. Nea Dimokratia al 39%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-27.

2019-06-26__Grecia 001

«On July 7, voters elect 300 members of the Greek parliament. Of them, 250 are elected proportionally and 50 are awarded to the most voted party. In 2015, Prime Minister Alexis Tsipras’ Syriza won 36.3 percent of the vote and 149 seats.»

2019-06-26__Grecia 002

Nea Dimokratia potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.

Cambierà il capo di Governo greco in seno al Consiglio Europeo, con tutte le conseguenze.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Spagna. Elezioni Politiche. Ultimi Sondaggi. Dichiarazioni innovative.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

2019-04-27__Spagna__001

Secondo gli ultimi sondaggi alla camera il partito socialista otterrebbe 117 / 350 seggi, il partito popolare 84, ciudadamos 51, vox 41, e podemos 28. Sarà ben dura la strada per racimolare i 176 voti di maggioranza, sempre che qualcuno ci riesca.

«il Psoe continua a essere saldamente in testa e le destre sommate non raggiungono la maggioranza assoluta di 176 voti.»

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Più complessa la situazione elettorale del senato, formato da 266 membri.

2019-04-27__Spagna__002

208 senatori sono eletti direttamente dal corpo elettorale con suffragio universale che elegge 4 senatori per ciascuna provincia peninsulare, per un totale di 188 eletti; a quelle insulari vengono invece assegnati 16 senatori, di cui 3 vengono eletti in ognuna delle isole maggiori.

58 senatori sono designati dalle 17 assemblee delle Comunità Autonome, ognuna delle quali elegge almeno un senatore, cui se ne aggiunge un altro in più per ogni milione di abitanti residenti entro il territorio della rispettiva Comunità.

Le proiezioni per il senato, incomplete per l’incertezza attributiva a livello delle Comunità Autonome, assegnerebbe in ogni caso la maggioranza assoluta al partito socialista, che otterrebbe 136 / 266 seggi.

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Non saranno rilasciati exit polls.

Alcune scarne considerazioni.

Se si dovessero confermare queste propensioni al voto, la situazione politica sarebbe ingovernabile.

Un segnale di estrema importanza, sia a livello spagnolo sia a livello europeo, è però la dichiarazione rilasciata da Pablo Casado presidente del partito popolare.

«In riferimento alla manifestazione che PP, Ciudadanos e Vox fecero a Madrid nella prima metà di febbraio. Utile secondo Pablo Casado presidente del PP, per non mettere in discussione la maggioranza parlamentare con il frazionamento del voto tra le tre destre, mentre offre a Vox, per la prima volta esplicitamente, di entrare nel suo futuro governo.»

Così la Spagna si allineerebbe all’Austria, per esempio, nel dismettere l’ostracismo verso i partiti di destra e nel considerare la possibilità di formare governi con questi. È uno dei tanti segni de nuovo che avanza.

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Spagna, mossa dei popolari: «Governo con l’ultradestra»

BARCELLONA Ultime ore di campagna elettorale, i leader di tutte le formazioni politiche hanno fatto appello al voto utile. Utile secondo il socialista Pedro Sánchez «se vogliamo una Spagna in cui ci sia spazio per tutti, o solo per i tre del Colón», in riferimento alla manifestazione che PP, Ciudadanos e Vox fecero a Madrid nella prima metà di febbraio. Utile secondo Pablo Casado presidente del PP, per non mettere in discussione la maggioranza parlamentare con il frazionamento del voto tra le tre destre, mentre offre a Vox, per la prima volta esplicitamente, di entrare nel suo futuro governo.
Utile per Santiago Abascal per frenare «il caos e la violenza del fronte popolare». Utile secondo Pablo Iglesias, segretario di Podemos, per rafforzare l’opzione progressista di governo e bloccare una possibile intesa tra Psoe e Ciudadanos, anche se Sánchez ha riconosciuto per la prima volta che potrebbe guidare un governo di coalizione assieme al partito viola. Utile per Albert Rivera per fare un governo costituzionalista. E utile per i partiti indipendentisti catalani, per dimostrare di non avere smobilitato e rimettere al centro della politica dello Stato la soluzione democratica del conflitto catalano.

I SONDAGGI

Da cinque giorni non ci sono più sondaggi ufficiali, proibiti da norme elettorali che appaiono desuete. La sera di domenica, quando si chiuderanno i seggi, non ci saranno exit poll che nel passato hanno dato falsi annunci. Saranno le televisioni spagnola, catalana e di altre Autonomie a rendere pubblico il risultato dell’ultimo sondaggio telefonico effettuato nelle ore precedenti su un campione di 12.000 persone. Per quanto se ne sa, negli ultimi giorni la situazione non sembra essere molto cambiata rispetto a una settimana fa: il Psoe continua a essere saldamente in testa e le destre sommate non raggiungono la maggioranza assoluta di 176 voti.

Perciò sarebbero possibili altre soluzioni di governo, diverse dal tripartito che si è imposto in Andalusia: da un’alleanza tra socialisti e Podemos che potrebbe necessitare del sostegno di altri partiti, come quello nazionalista basco o gli indipendentisti catalani; a un’alleanza tra Psoe e Ciudadanos che piacerebbe a una parte del Psoe ma che Rivera ha negato fin dall’inizio e che ora sembra meno in auge; fino all’ipotesi di un governo di minoranza del solo Psoe, che però sconterebbe in partenza una grave debolezza.

LE INCERTEZZE

Eppure la manifestazione di campagna di Vox che aveva riunito oltre 5.000 persone a Valencia nelle ultime ore, ha fatto saltare tutti gli allarmi. D’altronde, non sarebbe il primo caso al mondo in cui i sondaggi non riescono a misurare la consistenza del fenomeno dell’estrema destra. Perciò, a sinistra, è ripartito l’appello al voto per frenare l’avanzata reazionaria. Sánchez ha esplicitamente fatto riferimento all’elezione di Trump, al referendum sulla brexit, al risultato delle elezioni andaluse per ammonire tutti dal rilassarsi, perché è quasi fatta.

Iglesias negli ultimi giorni ha probabilmente migliorato le non brillanti aspettative che i sondaggi riconoscevano al suo partito fin dall’inizio, perché ha indovinato la campagna elettorale, risultando vincente nei dibattiti televisivi che si sono succeduti il 22 e 23 aprile scorsi e forse è così riuscito a recuperare parte dell’elettorato di sinistra che altrimenti si sarebbe astenuto. Perché il livello di partecipazione sarà fondamentale per risolvere la contesa, come dimostra la vicenda andalusa, in cui i socialisti persero soprattutto per la smobilitazione del loro elettorato.

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Europa. Calendario Elettorale 2019.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

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Europa. Risultati Elettorali 2017.

Europa. Risultati Elettorali 2018.

L’Unione Europea è governata dalla Commissione Europea, dall’europarlamento, ma, soprattutto, dal Consiglio Europeo, formato dai capi di stato o di governo dei paesi afferenti l’Unione.

Molte decisioni sono prese a maggioranza semplice, ma spesso è richiesta quella qualificata. Sulle questioni essenziali serve invece la unanimità. Esiste infine il diritto di veto.

Ma il controllo del Consiglio Europeo lo si combatte nelle elezioni politiche dei singoli stati.


Riportiamo da Edn Hub il calendario elettorale 2019.

Bruxelles – Il 2019 sarà l’anno delle elezioni europee, che si svolgeranno dal 23 al 26 maggio in tutta Europa. Ogni Stato membro dell’Ue avrà la libertà di definire in quali e per quanti giorni mantenere aperte le urne sul proprio territorio, per l’Italia la data sarà domenica 26 maggio. Un momento cruciale, quello di fine maggio, per il destino dell’Unione tutta ma anche dei partiti tradizionali, negli ultimi due anni messi in grande difficoltà, se non oscurati, dall’ascesa dei partiti populisti e sovranisti.

Molti gli appuntamenti anche alle urne nazionali nel 2019, dall’Italia – al voto per regionali ed amministrative – alla Grecia, passando per altri 9 Stati membri (Belgio, Estonia, Finlandia, Slovacchia, Lituania, Danimarca, Portogallo, Polonia e Romania).

Il calendario elettorale del 2019:

– UE – Elezioni europee dal 23 al 26 maggio. Qui i risultati delle prime proiezioni.

– ITALIA – Le elezioni amministrative si svolgeranno insieme alle elezioni europee – in programma domenica 26 maggio – come avvenne 5 anni fa.

In alcune regioni si è già votato per le regionali:

– Abruzzo (10 febbraio). Gli abruzzesi hanno premiato il centrodestra ed eletto Marco Marsilio alla presidenza della Regione: netto il risultato, affluenza però in forte calo. Marsilio ha raccolto il 48,03% dei consensi, staccando il candidato del centrosinistra allargato Giovanni Legnini che si è fermato al 31,28%. M5S terzo con il 20,20% dei voti.
Sardegna (24 febbraio). Il centrodestra ha espugnato anche la Sardegna con 47,78%, il nuovo presidente della Regione è Christian Solinas. Staccato al secondo posto il centrosinistra, guidato da Massimo Zedda, con il 32,92% dei voti. Il Movimento Cinquestelle si è fermato all’11,20%.

Basilicata (24 marzo). Il candidato governatore della Basilicata per il centrodestra Vito Bardi ha vinto con il 42,20%. Secondo Carlo Trerotola del centrosinistra al 33,11%, terzo Antonio Mattia del Movimento 5 stelle con il 20,32%
Le prossime regioni al voto saranno il Piemonte (26 maggio, insieme alle europee) ed Emilia-Romagna e Calabria in autunno.

– BELGIO – Il partito fiammingo di destra N-VA è dato dai sondaggi in vantaggio rispetto al Partito Socialista. Le elezioni si terranno il 26 maggio con le europee. A seguito della spaccatura nel governo sul Global Compact per i migranti, lo scorso 18 dicembre il premier Charles Michel ha rassegnato le sue dimissioni al re. Il re lo ha incaricato di rimanere in carica per gli affari correnti fino alle elezioni del 2019. Michel era diventato primo ministro nell’ottobre del 2014 e guida una coalizione di centrodestra composta da quattro partiti.

– ESTONIA – Il 3 marzo l’Estonia ha virato a destra con la vittoria della destra liberale e un boom dei sovranisti. Il partito riformista di opposizione, guidato dall’ex europarlamentare Kaja Kallas, ha ottenuto il 28,8% dei consensi battendo il Partito centrista del premier uscente Juri Ratas che si è dovuto accontentare di un secondo posto con il 23,1% dei consensi. Ma la vera novità è rappresentata dalla formazione euroscettica Ekre che si è piazzata terza con il 17,8%,raddoppiando i consensi rispetto alle elezioni del 2015, come prevedevano i sondaggi. Dopo difficili negoziati, il Parlamento estone ha respinto la nomina a premier di Kallas, affidando all’ex primo ministro Juri Ratas l’incarico per la formazione di un governo. La nuova coalizione è composta dal Partito di Centro di Ratas (25 seggi), i conservatori di Isamaa (12) e, a sorpresa, EKRE (19 seggi), per un totale 56 seggi su 101. .

– SLOVACCHIA – Il 30 marzo, Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del paese. Ha ottenuto il 58%, contro il 42% del suo avversario, Maroš Šefčovič, del partito di centrosinistra Direzione – Socialdemocrazia (Smer) e  commissario Ue per l’unione energetica dal 2014. Čaputová, avvocata ambientalista e attivista, fa parte del piccolo partito europeista Progressive Slovakia. Al primo turno, aveva ottenuto il 40,5% dei voti contro il 18,7% di Šefčovič. Nel 2018 la Slovacchia ha attraversato una crisi politica scatenata dall’omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata, che ha portato alle dimissioni del primo ministro Robert Fico (Smer-SD). In seguito, l’ex presidente Kiska ha designato primo ministro ad interim Peter Pellegrini, anch’egli socialdemocratico. Le prossime elezioni parlamentari slovacche si terranno nel 2020.

– FINLANDIA – Il 14 aprile sono stati i cittadini finlandesi a recarsi alle urne per rinnovare il parlamento. La sinistra ha vinto di un soffio le elezioni politiche – e potrebbe tornare a guidare il governo dopo 20 anni – con un vantaggio risicato sui populisti dei Veri Finlandesi che hanno mancato un clamoroso trionfo per una frazione di punto. Il Partito socialdemocratico (Sdp), guidato di Antti Rinne, ha ottenuto il 17,7% rispetto al 17,5% dei ‘Veri Finlandesi’, alleati di Matteo Salvini. La partita per guidare il Paese è ora nelle mani dei socialdemocratici dell’ex sindacalista Rinne: la maggioranza dei finlandesi sembra aver puntato sulla lotta al cambiamento climatico e sulla difesa del generoso modello di welfare invidiato in tutto il mondo, ma indebolito da anni di austerità sotto il governo di centrodestra dell’ex premier Juha Sipila. Sipila si era dimesso il mese scorso proprio dopo la bocciatura della sua riforma sanitaria, che voleva ridurre sensibilmente i costi per la salute. E anche le urne hanno confermato che le sue ricette non sono state apprezzate: il suo partito di centro si è piazzato quarto, dietro anche ai conservatori.

– SPAGNA – Il premier spagnolo socialista, Pedro Sanchez, ha annunciato che le elezioni generali anticipate si terranno il 28 aprile. A febbraio il Parlamento iberico aveva bocciato il progetto di finanziaria di Sanchez, con i voti dei partiti di centro destra Pp e Ciudadanos e degli indipendentisti catalani. Per questo il premier ha ritenuto opportuno convocare elezioni anticipate. Secondo gli ultimi sondaggi, i socialisti sarebbero in vantaggio con circa il 31% dei voti, seguiti dai popolari con il 20%, Ciudadanos al 14,4% e Podemos all’11,4%. La formazione di estrema destra Vox è data all’11,2 per cento. Se le percentuali fossero queste, il partito di Pedr Sanchez non otterrebbe la maggioranza assoluta di 176 seggi necessari per governare da solo, quindi un governo di coalizione sarebbe altamente probabile.

– LITUANIA – Il 12 maggio i lituani andranno alle urne per eleggere il successore di Dalia Grybauskaitė, prima donna presidente della Lituania, in carica dal 2009 come indipendente (sostenuta dai conservatori) e giunta ora al termine del suo secondo mandato. In corsa per la successione anche il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis (Socialisti). I sondaggi danno in testa l’economista indipendente Gitanas Nausėda (i cui consensi si aggirano intorno al 25%).

– DANIMARCA – I 179 seggi del Parlamento danese – Folketing – sono in attesa di essere rinnovati. La data delle elezioni non è ancora nota ma dovranno svolgersi entro giugno. Nelle elezioni del 2015, il partito liberale Venstre formò un governo di minoranza di stampo conservatore, guidato dal premier Lars Løkke Rasmussen.

– GRECIA: domenica 20 ottobre i greci saranno chiamati alle urne per rinnovare Voulí ton Ellínon, il parlamento ellenico. Saranno le prime elezioni politiche per il Paese dopo l’addio della Troika e l’uscita dal tunnel della crisi economica. Il premier in carica Alexis Tsipras, leader di Syriza (Sinistra Radicale),  è però dato indietro nei sondaggi (al 26%) rispetto al centro-destra del partito Nea Dimokratia, guidato da Kyriakos Mitsotakis (36%). Staccati gli altri: gli estremisti di destra della Chrysí Avgí sono dati all’8%; stessa percentuala dei socialisti di Kinima Allagis; i comunisti del Kommounistikó Kómma Elládas si attestano al 7%; mentre il partito di centro, Enosi Kentroon, riscuote solo il 2% dei consensi.

PORTOGALLO – Il centrosinistra è in vantaggio nei sondaggi delle elezioni politiche che si svolgeranno il 6 ottobre: il primo ministro socialista Antonio Costa appare nettamente in testa (i sondaggi lo danno al 39%), anche se per ottenere la maggioranza potrebbe avere ancora bisogno di stringere accordi i partiti democratici di sinistra.

POLONIA – Le prossime elezioni parlamentari si terranno non più tardi di novembre. Il partito della destra anti-europeista Diritto e Giustizia del premier Mateusz Morawiecki guida ampiamente sondaggi con il 42%.

ROMANIA Presidenziali in programma a novembre o dicembre. I Socialisti sono dati come favoriti, tanto da puntare a spodestare l’attuale presidente liberale Klaus Iohannis, che ha annunciato la sua ricandidatura.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Europa. Risultati Elettorali 2017.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-24.

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Riportiamo da Edn Hub i risultati elettorali 2017

Dopo le ferite riportate nel 2016 con l’esito del referendum sulla Brexit, il 2017 è stato l’anno della verità per l’Unione europea, con appuntamenti elettorali in Olanda, Bulgaria, Francia, Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Austria e Malta. L’obiettivo, raggiunto parzialmente, era quello invertire l’ondata populista che, in tutti i Paesi, ha saputo imporre la sua agenda in campagna elettorale e si è trasformato nella terza forza europea.

Ecco tutti i risultati elettorali del 2017 e i tipi di governo che si sono formati o si formeranno, con una caratteristica sempre più diffusa: essere di coalizione.

– OLANDA – Il voto del 15 marzo 2017 nei Paesi Bassi ha scacciato il pericolo di una ‘Nexit’ (‘Netherland exit’), molto temuta a Bruxelles dopo quanto accaduto nel Regno Unito. A spuntarla è infatti stato il primo ministro uscente e leader dei conservatori, Mark Rutte, che con il 21,3% dei consensi si è imposto sul populista, euroscettico e antislamico Geert Wilders, terzo con il 13,1%. Oltre 13 milioni di olandesi si sono recati alle urne per decidere il nome del nuovo primo ministro e la composizione del Parlamento, segnando un dato record sull’affluenza (82%), la più alta degli ultimi trent’anni nel Paese. Dopo 208 giorni di colloqui, è stato raggiunto un accordo per la formazione del governo: a guidare il paese è una coalizione di centrodestra, con il Vvd, partito del premier Mark Rutte, insieme ai cristiano-democratici del Cda, ai liberali progressisti del D66 e ai conservatori della Christen Union. E’ stato eguagliato il record del 1977: anche allora furono necessari 208 giorni per formare un governo, operazione tradizionalmente lenta nel Paese.

– BULGARIA – Il partito conservatore filo-europeista Gerb, guidato  dal premier Boyko Borissov, ha vinto le elezioni politiche di domenica 26 marzo con il 33,55% dei voti. Al secondo posto si è collocato il Partito socialista di Kornelia Ninova, con poco più del 27,02% dei voti, mentre ha raggiunto il terzo posto la coalizione nazionalista Patrioti uniti, con il 9,12% dei voti.  L’affluenza alle urne è stata intorno al 50%. Si è trattato del primo appuntamento elettorale a livello nazionale in un Paese Ue dopo la firma, sabato 25 marzo 2017, della Dichiarazione di Roma in occasione delle celebrazioni nella capitale italiana per il 60° anniversario della sigla dei Trattati di Roma.

– FRANCIA – L’europeista Emmanuel Macron domenica 7 maggio ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi con il 66,1% delle preferenze, contro il 33,9% della sfidante euroscettica e populista Marine Le Pen. Evitata, quindi, una ‘Frexit’, paventata dalla rivale con un referendum su Ue ed euro in caso di vittoria. Al primo turno del 23 aprile, dove era stata registrata un’affluenza attorno all’80%, il leader di ‘En Marche!’ era arrivato in testa con il 24,01% contro il 21,30% della leader del Front National. Al secondo turno, invece, l’astensione è stata record con il 25,44%, la più elevata dal 1969, mentre 3,01 milioni di francesi hanno votato scheda bianca e 1,06 milioni sono stati i voti nulli. Alle successive elezioni legislative del 18 giugno il partito En Marche! del presidente francese Macron ha sbancato con il 43,06% dei consensi, consegnandogli la maggioranza assoluta. Si è invece spenta l’onda populista e anti-Ue del Front National: dopo la sconfitta nella corsa all’Eliseo, il partito di Marine Le Pen è sceso all’8,75%.

– MALTA – Il 3 giugno il premier maltese Joseph Muscat, travolto da uno scandalo insieme alla moglie legato alle società offshore smascherate dai Panama Papers, e il suo partito laburista pro-Ue sono stati confermati alla guida del Paese con il 55% dei voti, sconfiggendo il leader del Partito Nazionalista Simon Busuttil.

– REGNO UNITO – L’8 giugno 2017 i cittadini britannici sono andati alle urne per le elezioni politiche anticipate (la legislatura si sarebbe conclusa nel 2020). La premier Theresa May aveva infatti deciso di promuovere lo scioglimento anticipato della Camera dei Comuni attraverso una mozione approvata dal Parlamento il 19 aprile 2017 con una maggioranza superiore ai due terzi. L’obiettivo della May era di avere una maggioranza parlamentare più forte per affrontare il processo della Brexit in una situazione più favorevole e imporre una ‘hard Brexit’. Obiettivo clamorosamente mancato: i Tory infatti si sono confermati primo partito del Regno Unito con il 42,4% dei consensi, ma non hanno raggiunto la maggioranza assoluta. In Parlamento hanno ottenuto 318 seggi, perdendone 12 rispetto al 2015. Exploit invece dei laburisti di Jeremy Corbyn, subito dietro al 40% (+9% rispetto al 2015), con 262 deputati e un balzo di 30 seggi in più. Venti giorni dopo le elezioni, May ha quindi firmato un accordo con il partito degli unionisti nordirlandesi del Dup, spalla del governo di minoranza Tory.

– GERMANIA – Le elezioni federali del 2017 per eleggere i membri del nuovo Bundestag, il parlamento tedesco, si sono tenute il 24 settembre. La cancelliera uscente Angela Merkel ne è uscita vincitrice ma indebolita: il suo partito, la Cdu-Csu ha ottenuto il 33% dei consensi (-8,5%). I socialisti della Spd, guidati dall’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, si sono fermati al 20,5% (-5,2%), mentre si è verificata l’ascesa a sorpresa i populisti di Alternative für Deutschland (AfD), arrivati terzi al 12,6% (+7,9%). Il partito euroscettico, trascinato dai candidati di punta Alice Weidel e Alexander Gualand, con 95 i seggi conquistati è il primo partito di estrema destra ad entrare nel Parlamento federale tedesco dal secondo dopoguerra. Dopo il tentativo fallito di formare una coalizione guidata dall’Unione di Angela Merkel con i Liberali e i Verdi, la cosiddetta coalizione Giamaica – così denominata per i colori dei tre partiti nero-giallo-verde, come la bandiera della nazione caraibica -, si va ora verso una riedizione della Große Koalition tra Cdu-Csu e Spd. I colloqui però presentano ancora ostacoli. Due le alternative: un governo di minoranza della Cancelliera tedesca, utile nel breve periodo, oppure il ritorno alle urne.

– AUSTRIA – Il 15 ottobre si è votato per le elezioni parlamentari anticipate di un anno prima rispetto al termine naturale della legislatura. Il ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, leader del Partito popolare austriaco (ÖVP), è diventato premier con il 31,4% dei voti. L’estrema destra del Partito della libertà austriaco (FPÖ) di Heinz-Christian Strache, è arrivata seconda con il 27,4%, terzi i socialdemocratici di SPÖ guidati dal cancelliere uscente Christian Kern, al 26,7%. Il partito di Kurz, tuttavia, non ha raggiunto una maggioranza tale da poter governare da solo: dopo quasi due mesi di trattative, il 18 dicembre è arrivato il giuramento del nuovo governo di destra austriaco, guidato dalla coalizione tra l’ÖVP di Kurz e gli oltranzisti dell’FPÖ di Strache.

– REPUBBLICA CECA – Le elezioni parlamentari si sono tenute il 20 e 21 ottobre 2017.  Ha vinto il movimento Ano 2011, “Azione del cittadino scontento”, di Andrej Babis con il 29,64% e 78 seggi su 200 in Parlamento. Al secondo posto il centrodestra dei Civici democratici (Ods) con l’11,32% e 25 parlamentari. Al terzo posto i Pirati con il 10,79% e 22 seggi. Non avendo i numeri per formare una maggioranza di governo, Babis formerà con tutta probabilità un governo di minoranza che conti su ministri del suo partito e tecnici. Il mandato gli è stato affidato il 31 ottobre dal presidente ceco Milos Zeman, che ha detto di preferire l’opzione di un governo di minoranza a quello di un esecutivo di maggioranza, perché è il modo più semplice per promuovere le decisioni. Secondo Babis, il governo di minoranza è l’unica soluzione, dal momento che gli altri partiti entrati in Parlamento non vogliono entrare in coalizione con lui.

– CATALOGNA – A margine delle elezioni ufficiali per i governi di diversi Stati dell’Ue, il 21 dicembre 2017 si sono tenute anche le elezioni in Catalogna, indette dopo l’esito schiachiante del referendum per l’indipendenza dalla Spagna del 2 novembre 2017 e le inevitabili conseguenze (la dichiarazione di indipendenza della Catalogna e l’attuazione dell’articolo 155 da parte del governo di Madrid). I catalani hanno scelto nuovamente il campo indipendentista, infliggendo un sonoro schiaffo politico al premier spagnolo Mariano Rajoy. Ora la situazione è in stallo, con la maggior parte dei vincitori indipendisti o in carcere o rifugiati fuori dal Paese e nessuna apertura da parte del governo centrale. L’ex President catalano e leader indipendista Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles, è stretto tra due fuochi: se tornerà a Barcellona sarà arrestato, ma restando nella capitale belga non potrà essere nominato nuovamente President. La prima sessione del nuovo parlamento catalano, secondo quanto annunciato da Rajoy, dovrebbe tenersi il 17 gennaio 2018.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Finlandia. Socialdemocratici 40 seggi, Finns 39, Coalizione Nazionale 31.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-15.

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Finland election: Right-wing Finns Party surges in poll

«With over 97% of ballots counted, the Social Democrats took 17.8% of the vote, with the Finns Party on 17.6%.»

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«The centre-right National Coalition is slightly behind the Finns Party while ex-PM Juha Sipila’s Centre Party has seen its support plummet.»

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«The Social Democrats have won 40 seats in the 200-seat parliament, one more than the Finns Party, and coalition-building lies ahead. …. Before the election, the Finns Party had 17 seats.»

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«Balancing taxes and spending is problematic for any government, and Finland’s personal income tax rate – at 51.6% – is among the highest in Europe.»

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«Today’s result could also be felt outside Finland’s borders, as the country is set to take presidency of the European Union in July. The Finns Party success could affect EU policy making.»

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«The Finns Party has already announced an alliance with Germany’s far-right AfD, Italy’s League party and the Danish People’s Party for the European elections in May.»

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«They plan to form a parliamentary group, the European Alliance for People and Nations, to challenge the power of centrist parties.»

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Se è vero che i socialdemocratici abbiano la maggioranza relativa, sarebbe altrettanto vero considerare che il Finns Party ne avrebbe ottenuto solo un seggio in meno.

Poi, per formare un governo servirebbe una coalizione, e nessuno si potrebbe stupire se alla fine si arrivasse ad una soluzione tipo quella che si è vista in Estonia.

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Come nota a margine, il voto finlandese in seno al Consiglio Europeo non sarà più quello di prima.


Finlandia: socialdemocratici primi e populisti quasi

Socialdemocratici vittoriosi di misura, e ora c’è da chiedersi se potranno governare e con chi: in Finlandia non si può parlare di vera svolta, perché i primi dati, che rafforzavano il centrosinistra e relegavano al quarto posto il Partito dei Veri Finlandesi, sono poi stati ridimensionati se non sovvertiti nelle ore successive. La destra populista alla fine è seconda a un’incollatura dai socialdemocratici.

Facile immaginare che la tendenza potesse cambiare, perché i dati forniti subito dopo la chiusura dei seggi erano quelli del voto anticipato, cioè circa un terzo degli aventi diritto. In Finlandia una norma varata nel 1970 per favorire la partecipazione elettorale consente di votare in anticipo rispetto al giorno di apertura dei seggi, e quest’anno si è votato per una settimana fino a martedì scorso. Il risultato di quel voto è stato fornito nella domenica elettorale subito dopo la chiusura dei seggi, e il resto del conteggio si è aggiunto poco alla volta.

Evidentemente l’orientamento di chi ha votato di domenica è diverso da quelli che avevano votato in anticipo.

Fatto sta che il Parlamento di Helsinki offre ora ancora meno soluzioni per un governo, con i 200 seggi divisi tra otto partiti, i primi quattro dei quali superano i 30 seggi.

In pratica, o si ripropone la coalizione uscente a tre (centristi, il centrodestra di Coalizione Nazionale e populisti), che però il premier Sipilä non voleva ritenendo che i Veri Finlandesi si fossero spostati troppo a destra, oppure si potrebbe pensare a un’alleanza dei centristi con i socialdemocratici, i verdi e la sinistra. Ma anche in questo caso la governabilità è dubbia.

Difficile individuare il vincitore reale (forse nessuno) e quello morale (rivendicano questo ruolo sia i socialdemocratici, sia i Veri Finlandesi di cui l’alleato Salvini celebra il successo).

Lo sconfitto invece è più facile da individuare e ha nome e cognome: Juha Sipilä. Il premier uscente paga lo scotto, il suo partito ha perso 18 seggi rispetto alle elezioni del 2015 e anche se dovesse far parte di una coalizione di governo, a destra o a sinistra, è difficile immaginare che Sipilä possa ancora ricoprire un ruolo.

D’altra parte lo stesso premier uscente ha ammesso la sconfitta, e se ne è assunto la responsabilità, quando lo spoglio era ancora in corso.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Finlandia. Elezioni. Socialdemocratici stimati al 19%, Finns Party al 16.3%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-14.

2019-04-14__Finlandia__001

Oggi si vota in Finlandia per le elezioni politiche.

Dagli ultimi sondaggi, che confermano quelli degli ultimi mesi, i socialdemocratici potrebbe ottenere la maggioranza relativa con il 19%, subito seguiti dal Finns Party con il 16.3% e dalla Coalizione Nazionale con il 15.9%.

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Dal punto di vista prettamente numerico, la Finlandia si avvia ad avere un governo di coalizione, che richiederà ai partiti, almeno tre, meglio quattro, una notevole duttilità.

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Finland Poised for Rare Turn Left as Election Race Tightens [Bloomberg]

– Polls show SDP lead, populists surge ahead of Sunday’s vote

– Prime Minister Sipila expected to be denied second term

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Finland is about to take a step to the left, a rare occurrence in Europe’s recent political history, with the Social Democratic Party favored to emerge as the biggest after Sunday’s election.

Latest polls show the SDP holding on to a narrowing lead, with two center-right parties and the anti-immigrant Finns party in a neck-and-neck race for second place.

A Social Democratic win would give leader Antti Rinne the first attempt to form a government and become the party’s first prime minister in 16 years. Public support for the current opposition has been fueled by discontent with the Center Party of Prime Minister Juha Sipila, a millionaire who has pushed through painful reforms in a successful attempt to restore the country’s economic fortunes.

Many voters are also frustrated with a failure to pass a health-care reform that’s been more than a decade in the making. A recent uproar over neglect at private elderly care homes has also hurt the National Coalition Party, a champion of privatization. ….

Spending is being cut while Finland is richer than it’s ever been before ….

An increasingly fragmented political landscape means coalition building may prove tricky. The populist Finns Party has seen its support surge during the campaign, but most parties don’t want to cooperate with the group, which has become more stridently anti-immigrant under the leadership of Jussi Halla-aho.»

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I problemi maggiori sono una situazione economica che imporrebbe una riduzione delle spese per il welfare ed, in secondo piano, la immigrazione.

Uno dei nodi apparentemente insolubili è la conventio ad excludendum, per cui i partiti tradizionali non vogliono coalizzarsi con il Finns Party.

Questa è una caratteristica di comportamento politico dei liberal socialisti, che corre però il pericolo di non riconoscere le tensioni politiche e sociali che hanno determinato un Finns Party quale secondo partito finlandese.