Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Geopolitica Europea, Unione Europea

Regno Unito. Brexit. Parlamento sospeso e 21 parlamentari radiati.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-04.

2019-09-04__Regno Unito 001

Gli storici del futuro faranno una grande fatica nel cercare di capire cosa sia successo nel Regno Unito nel corso degli ultimi anni, specie poi in relazione alla Brexit. I media stanno scrivendo tutto ed il contrario di tutto. Gran parte delle così dette ‘informazioni‘ altro non sono che pettegolezzi incontrollati ed incontrollabili.

Cercando di sintetizzare, il Regno Unito è diviso in due quote equipollenti: quanti abbiano interesse ad abbandonare l’Unione Europea e quanti invece abbiano interesse a rimanervi. Poi, il fronte pro Brexit è ulteriormente diviso tra quanti vorrebbero l’uscita immediata, no-deal, a fine ottobre e quanti invece la vorrebbero raddolcita da una qualche contrattazione.

Il tutto infine senza tener conto delle posizioni dell’Unione Europea, la cui dirigenza ad oggi in carica scade proprio a fine ottobre, nonché del quadro internazionale. Mr Trump sembrerebbe essere di accordo, almeno fino a nuovo twitter, con Johnson. Infine, non si sottovaluti il momento di tensione mondiale determinato dalla svalutazione del Renminbi.

Comunque evolvano le cose, se metà degli inglesi potrebbe esserne contenta, l’altra metà ne risulterà essere danneggiata.

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Johnson sconfitto, i Comuni avviano l’iter per la legge anti ‘no deal’

Con 328 voti favorevoli e 301 contrari la Camera dei Comuni ha approvato la mozione che avvia l’iter del progetto di legge che punta ad impedire la no deal Brexit il prossimo 31 ottobre, obbligando il governo a chiedere all’Unione europea un rinvio fino al 31 gennaio del 2020. Per il premier conservatore Boris Johnson si tratta di una pesante sconfitta. I Comuni hanno di fatto tolto dalle mani del governo l’agenda legislativa, affidandola al controllo dell’aula.

Decisivi per la sconfitta del governo i voti dei ‘ribelli’ tories, contrari alla strategia negoziale del premier, deciso a rischiare l’uscita dalla Ue senza un accordo, per ottenere concessioni da Bruxelles riguardo alla clausola del ‘backstop’ per il confine irlandese. I ‘ribelli’ rischiano ora l’espulsione dal gruppo parlamentare conservatore e la mancata candidatura alle prossime elezioni.

Se la Camera dei Comuni approverà la legge anti no deal, si andrà alle elezioni anticipate. Lo ha annunciato Boris Johnson, dopo che il voto. La mozione per chiedere lo scioglimento anticipato del Parlamento verrà presentata stasera, ha aggiunto il premier. E come annunciato in precedenza, il leader laburista Jeremy Corbyn dice ‘no’ alla richiesta di elezioni anticipate. Prima di andare al voto, ha detto Corbyn sarà necessario approvare la legge anti ‘no deal’. In base alla legge britannica, per sciogliere anticipatamente il Parlamento è necessaria una maggioranza dei due terzi, impossibile da raggiungere senza i voti laburisti.

Da domani, i Comuni inizieranno a discutere il progetto di legge presentato dalla laburista Hillary Benn, per impedire il no deal, che potrebbe essere approvato entro lunedì, prima dello stop forzato al Parlamento, imposto da Johnson.


In questo momento particolarmente delicato, il Governo Johnson è quanto mai debole.

«I 21 ribelli conservatori che in serata hanno votato contro la linea del governo di Boris Johnson nella mozione sulla calendarizzazione domani della proposta di legge trasversale, sostenuta assieme alle opposizioni, favorevole a un nuovo rinvio della Brexit, saranno privati della cosiddetta whip (letteralmente frusta): ossia espulsi ipso facto dal gruppo parlamentare Tory»

«La linea dura, che sfarina ulteriormente l’ex maggioranza, è destinata ad abbattersi anche su alcuni pezzi da 90 del partito»

«Conservative rebels said they felt “liberated” walking through the lobbies facing imminent deselection as they backed moves to stop no-deal Brexit, with several emphasising that the government’s threats had been the catalyst for their decisions.»

«Among the 21 rebels who lost the Conservative whip were eight former cabinet ministers, some of whom occupied the country’s highest offices just weeks ago, as well as multiple Conservative veterans including the grandson of Sir Winston Churchill.»

«The defiance of the rebel group has led some in government to question whether the nuclear strategy of threatening deselection and cancelling an earlier meeting with key former ministers had been the right move.»

«The chief whip is speaking to those Tory MPs who did not vote with the government this evening. They will have the Tory whip removed»

«Some Conservatives have privately voiced serious concern about the future of the party and unease at removing the whip from such long-serving MPs.»

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Il partito conservatore ha 310/ 650 seggi alla Camera dei Comuni e 236 / 775 seggi alla Camera dei Lord. È ancora molto robusto nelle amministrazioni locali, disponendo di 9,116 / 21,871 eletti.

Occorrerebbe prendere atto che quanto stia accadendo nel Regno Unito sia sicuramente di interesse inglese, ma che le ripercussioni della Brexit con o senza deal saranno di vasta portata sull’Unione Europea e sull’Italia.

In tutta Europa, tranne Polonia ed Ungheria, i governi sono traballanti e, spesso, sono minoritari, con per esempio in Spagna. La parcellizzazione dell’elettorato è solo l’epifenomeno della presenza di interessi politici ed economici contrastanti e, spesso, altamente conflittuali.


Nota Importante.

Regno Unito, Inghilterra e Gran Bretagna sono tre entità differenti: non sono sinonimi.

Il REGNO UNITO è formato da 4 stati: Inghilterra (con capitale Londra), Scozia (con capitale Edimburgo), Galles (con capitale Cardiff) ed Irlanda del Nord (con capitale Belfast).  Il nome Regno Unito non è altro che l’acronimo di: “Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. Per chiarirsi le idee basta sapere che questi 4 paesi, condividono non solo lo stesso capo di stato, ovvero la Regina, ma anche il primo ministro e la stessa moneta, ovvero la sterlina. Mentre la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord sono sotto lo stesso Parlamento e Primo Ministro del Regno Unito, insieme all’Inghilterra. Ma a differenza di quest’ultima hanno anche amministrazioni proprie, con un loro parlamento.

L’INGHILTERRA, altro non è che uno dei 4 stati del Regno Unito, che ha come capitale Londra che è anche capitale del Regno Unito. Il nome inglese è England.

La GRAN BRETAGNA è semplicemente il nome dell’isola, con una valenza esclusivamente geografica.

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Guardian. 2019-09-04. Who are the 21 Tory rebels who have lost the whip?

Eight former cabinet ministers among 21 rebels who lose Conservative whip and face deselection.

Conservative rebels said they felt “liberated” walking through the lobbies facing imminent deselection as they backed moves to stop no-deal Brexit, with several emphasising that the government’s threats had been the catalyst for their decisions.

Among the 21 rebels who lost the Conservative whip were eight former cabinet ministers, some of whom occupied the country’s highest offices just weeks ago, as well as multiple Conservative veterans including the grandson of Sir Winston Churchill.

The defiance of the rebel group has led some in government to question whether the nuclear strategy of threatening deselection and cancelling an earlier meeting with key former ministers had been the right move.

In the immediate aftermath of the rebellion, the business secretary, Andrea Leadsom, said there was a possibility of a reprieve if MPs reconsidered and voted against the bill expected to be tabled on Wednesday.

That peace offering was contradicted within an hour by a Downing Street spokesman. “The chief whip is speaking to those Tory MPs who did not vote with the government this evening. They will have the Tory whip removed.”

Ed Vaizey, the former culture minister who had kept his intentions secret until the vote, said he felt liberated by his decision to rebel. “When you hear those speeches in the House of Commons by Antoinette Sandbach and Ken Clarke, you just know you are on the right side,” he said.

No 10 attempted a round of last-minute diplomacy ahead of the crunch vote, including convening a meeting with senior rebels such as Philip Hammond and David Gauke in Downing Street.

Several waverers were approached personally by the prime minister – with one MP saying they had received two phone calls from Johnson just minutes before the vote. Some senior Conservatives appeared stunned at the extent of the rebellion, with cabinet ministers approaching MPs en route from the voting lobbies to ask if they had rebelled.

Some Conservatives have privately voiced serious concern about the future of the party and unease at removing the whip from such long-serving MPs.

On Tuesday a number of the party’s leading centrist voices, including Justine Greening, Nicholas Soames and Alistair Burt, announced they would stand down at the next election, and the former justice minister Phillip Lee defected to the Lib Dems, with most saying they saw no future in the party and condemning its direction under Johnson.

Rory Stewart, the former international development secretary, also joked as he won GQ’s politician of the year that it came on the night he had ceased to be a politician.

“If anything, those threats have made it more difficult for MPs to back down, because if you decide to back the government in that circumstance, you are effectively saying you value your career over your principles,” one MP said.

Sam Gyimah, the former universities minister, wrote in the Guardian: “For MPs like myself, Downing Street has framed the choice as: speak your mind or keep your job.”

MPs who rebelled included former cabinet ministers Philip Hammond, Greg Clark, David Gauke, Caroline Nokes, Stewart and Greening.

Many more were former ministers including Steve Brine, Stephen Hammond, Anne Milton, Margot James, Guto Bebb, Dominic Grieve, Sam Gyimah, Richard Harrington, Oliver Letwin, as well as backbencher Antoinette Sandbach and Tory veterans Ken Clarke and Soames, the grandson of Winston Churchill.

Soames was among several Tory veterans who were deeply torn on whether to rebel after a fraught meeting with the prime minister on Tuesday, but he said he would rebel “with a very heavy heart” because he believed there was no chance to get a deal by October. Afterwards he confirmed he would not stand at the next election.

Announcing her decision to quit parliament at the election, Greening said it had become “clear to me that my concerns about the Conservative party becoming the Brexit party have come to pass”.

Rory Stewart, the former international development secretary, also joked as he won GQ’s politician of the year that it came on the night he had ceased to be a politician.

“If anything, those threats have made it more difficult for MPs to back down, because if you decide to back the government in that circumstance, you are effectively saying you value your career over your principles,” one MP said.

Sam Gyimah, the former universities minister, wrote in the Guardian: “For MPs like myself, Downing Street has framed the choice as: speak your mind or keep your job.”

MPs who rebelled included former cabinet ministers Philip Hammond, Greg Clark, David Gauke, Caroline Nokes, Stewart and Greening.

Many more were former ministers including Steve Brine, Stephen Hammond, Anne Milton, Margot James, Guto Bebb, Dominic Grieve, Sam Gyimah, Richard Harrington, Oliver Letwin, as well as backbencher Antoinette Sandbach and Tory veterans Ken Clarke and Soames, the grandson of Winston Churchill.

Soames was among several Tory veterans who were deeply torn on whether to rebel after a fraught meeting with the prime minister on Tuesday, but he said he would rebel “with a very heavy heart” because he believed there was no chance to get a deal by October. Afterwards he confirmed he would not stand at the next election.

Announcing her decision to quit parliament at the election, Greening said it had become “clear to me that my concerns about the Conservative party becoming the Brexit party have come to pass”.

Burt, one of the key sponsors of the rebel bill, said he had a “fundamental and unresolvable disagreement with party leadership on the manner in which we leave the EU”.

Stephen Hammond said he had hoped for reassurance from the government but had decided to reluctantly vote against the government.

“It’s a very emotional time for a lot of us, I’ve been agonising over it, I believe in everything this prime minister is doing pretty much, but I have said time after time that I would support a deal … but no deal is not acceptable,” he said.

Philip Hammond and Johnson went head to head in a furious meeting of the rebels in Downing Street, shortly after the former chancellor told BBC Radio 4’s Today programme he was gearing up for the “fight of a lifetime”, including preparing to take the Conservative party to court if Johnson deselected him as a candidate.

The last-ditch meeting, which included Hammond, Clark, James, Soames, Burt and Milton, was convened by Johnson at No 10 on Tuesday morning in an attempt to convince waverers about the implications of the bill and the negotiation progress.

A source close to the rebel group said the prime minister’s explanation was “unconvincing” about how a deal could be ratified, legally drafted, and legislated in the very short timeframe when parliament is not prorogued.

Downing Street sources said officials had hit back at Hammond, saying he had been advised when he was in cabinet that the process could be done in as little as 17 days.

However, several Tory MPs were also left concerned that there was no new information provided on how an alternative to the backstop had been devised and whether it had been provided to the EU, despite contributions in the meetings by Johnson’s EU negotiator, David Frost, who insisted the government was seeing movement on the Irish side.

The culture secretary, Nicky Morgan, who has been sceptical about no deal, also told MPs they would have time to act before the deadline.

One government official said there had been a “genuine breadth of opinion in the room … some wanted to be convinced that a deal is possible and the prime minister made clear that the deal before the House will wreck that chance.”

However, one rebel source said that assertion was challenged and that “no convincing proof was given that a real negotiation is taking place”.

The source also called it “a deliberate and willing misinterpretation” of the bill to suggest it would hand power to Jeremy Corbyn, saying it gave the government “maximum flexibility to achieve a deal”.

In a direct exchange with the prime minister, Hammond said rebels did not believe there was a serious negotiating strategy or team in place, or that the government would keep its word about the election date, a concern that one official likened to “a conspiracy theory”.

Hammond also challenged Johnson on his claim that the EU can apply conditions to any extension. “Philip made the point that the EU cannot – according to law, and to conversations he had with EU officials when he was in office,” one source said.

In turn, Johnson and Michael Gove argued that the bill as it stood could lead only to indefinite uncertainty, suggesting it would inevitably result in a second referendum or the revoking of article 50, which rebel Tories have claimed they do not want.

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Ansa. 2019-09-04. Brexit: media, espulsi 21 ribelli Tory

LONDRA, 4 SET – I 21 ribelli conservatori che in serata hanno votato contro la linea del governo di Boris Johnson nella mozione sulla calendarizzazione domani della proposta di legge trasversale, sostenuta assieme alle opposizioni, favorevole a un nuovo rinvio della Brexit, saranno privati della cosiddetta whip (letteralmente frusta): ossia espulsi ipso facto dal gruppo parlamentare Tory. Lo anticipano i media. La linea dura, che sfarina ulteriormente l’ex maggioranza, è destinata ad abbattersi anche su alcuni pezzi da 90 del partito.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Regno Unito. È legge che le leggi EU non abbiano più valore nel Regno Unito.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-21.

westminster-palace-01

Citiamo dal comunicato ufficiale del Governo del Regno Unito.

«The Government has signed into law legislation to repeal the Act of Parliament which set in stone Britain’s EU (EEC) membership in 1972»

«The 1972 Act is the vehicle that sees regulations flow into UK law directly from the EU’s lawmaking bodies in Brussels»

«The announcement of the Act’s repeal marks a historic step in returning lawmaking powers from Brussels to the UK»

«We are taking back control of our laws, as the public voted for in 2016»

«This is a clear signal to the people of this country that there is no turning back»

«Politicians cannot choose which public votes they wish to respect»

«This is a landmark moment in taking back control of our laws from Brussels.»

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Gli inglesi hanno molte caratteristiche, talune comprensibili altre meno, ma si deve dar loro atto di sapersi esprimere in modo chiaro ed inequivocabile.

Il vero, concreto e reale motivo per cui il Regno Unito  stato costretto a lasciare l’Unione Europea è stata la volontà di questa ultima di voler imporre de facto uno stato europeo. Non essendone in grado di farlo in via politica, ha cercato di aggirare il problema gestendo l’Unione in via giudiziaria, con leggi che si rifanno a concetti metagiuridici alieni alla maggioranza degli stati afferenti.

Tecnicamente, questa operazione dovrebbe essere denominata un ‘golpe’. È stato il tentativo di conquistare il potere de facto ignorando la volontà popolare, quella che si esprime con le libere elezioni.

Il Regno Unito ha avuto il coraggio di sapersi ribellare, anche tenendo conto che il suo sistema giudiziario si fonda sul common law.

Nota.

In senso stretto, l’Unione Europea non legifera, piuttosto emette direttive alle quali gli stati devono adeguarsi. Il termine è stato usato in modo conviviale, per farsi meglio capire anche dai non addetti ai lavori.


Ansa. 2019-08-20. Brexit: firmata legge che cancella leggi Ue in Gran Bretagna

Il ministro britannico per la Brexit, Steve Barclay, ha firmato la legge che cancella l’atto del 1972 che sanciva l’adozione delle leggi europee da parte del Regno Unito. Lo riferisce un comunicato del governo britannico sottolineando che si tratta di “un passo storico per il ritorno dei poteri legislativi da Bruxelles al Regno Unito”. L’annullamento dell”European Communities Act’ entrerà in vigore il 31 ottobre, data in cui la Gran Bretagna lascerà l’Unione europea, con o senza accordo.

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Gov UK. 2019-08-20. Brexit Secretary signs order to scrap 1972 Brussels Act – ending all EU law in the UK

The Government has signed into law legislation to repeal the Act of Parliament which set in stone Britain’s EU (EEC) membership in 1972.

The 1972 Act is the vehicle that sees regulations flow into UK law directly from the EU’s lawmaking bodies in Brussels.

The announcement of the Act’s repeal marks a historic step in returning lawmaking powers from Brussels to the UK. We are taking back control of our laws, as the public voted for in 2016.

The repeal of the European Communities Act 1972 will take effect when Britain formally leaves the EU on October 31.

Speaking after signing the legislation that will crystallise in law the upcoming repeal of the ECA, the Secretary of State for Exiting the EU Steve Barclay said:

– This is a clear signal to the people of this country that there is no turning back – we are leaving the EU as promised on October 31, whatever the circumstances – delivering on the instructions given to us in 2016.

– The votes of 17.4 million people deciding to leave the EU is the greatest democratic mandate ever given to any UK Government. Politicians cannot choose which public votes they wish to respect. Parliament has already voted to leave on 31 October. The signing of this legislation ensures that the EU Withdrawal Act will repeal the European Communities Act 1972 on exit day.

– The ECA saw countless EU regulations flowing directly into UK law for decades, and any government serious about leaving on October 31 should show their commitment to repealing it.

– That is what we are doing by setting in motion that repeal. This is a landmark moment in taking back control of our laws from Brussels.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Johnson Premier. Brexit il 31 ottobre.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-07-23.

Johnsn Boris 001

«Boris Johnson è il nuovo leader dei Tory – 55 anni, paladino della Brexit, ex ministro degli Esteri e già sindaco di Londra – ha stravinto secondo pronostico la sfida col suo successore al Foreign Office, il 52enne Jeremy Hunt, ottenendo oltre 90.000 voti contro gli oltre 40.000 nel ballottaggio affidato ai 160.000 iscritti del Partito Conservatore britannico»

«Il nuovo leader assumerà da domani anche la guida del governo, dopo che Theresa May avrà formalizzato le sue dimissioni da premier nelle mani della regina»

«Secondo il sistema britannico, non è previsto un voto di fiducia, salvo che a chiederlo sia il leader dell’opposizione, in questo momento il laburista Jeremy Corbyn»

«Attuare la Brexit, unire il Paese, sconfiggere Jeremy Corbyn»

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Si chiudono così molti capitoli storici: la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, il governo di Mrs Theresa May, questo clima di incertezza che ha caratterizzato gli ultimi anni.

Ma è anche il segno evidente della sconfitto dei liberal socialisti, di Mr Juncker, di Mr Tusk, di Frau Merkel e di Mr Macron: non solo non sono riusciti ad imporre al Regno Unito la loro ideologia ed i loro giudici politicizzati, ma con la loro caparbia testardaggine hanno demolito l’Unione. Il motto di questo quartetto riecheggia  i famosi versi “better to reign in hell than serve in heaven“.

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«Attuare la Brexit, unire il Paese, sconfiggere Jeremy Corbyn»

Poche parole, idee chiare.

E Germania e Francia iniziano a contabilizzare le perdite.


Ansa. 2019-07-23. Boris Johnson nuovo leader dei Tory: ‘Attuare la Brexit, fuori dall’Ue il 31 ottobre’

Da domani sarà a Downing Street a Downing Street. ‘So che ci sarà chi contesterà la saggezza della vostra decisione’.

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Boris Johnson è il nuovo leader dei Tory – 55 anni, paladino della Brexit, ex ministro degli Esteri e già sindaco di Londra – ha stravinto secondo pronostico la sfida col suo successore al Foreign Office, il 52enne Jeremy Hunt, ottenendo oltre 90.000 voti contro gli oltre 40.000 nel ballottaggio affidato ai 160.000 iscritti del Partito Conservatore britannico. Il risultato è stato introdotto dal presidente del partito, Brandon Lewis.

Il nuovo leader assumerà da domani anche la guida del governo, dopo che Theresa May avrà formalizzato le sue dimissioni da premier nelle mani della regina. La convocazione a Buckingham Palace per ricevere dalla stessa sovrana l’incarico di formare una nuova compagine è prevista nel pomeriggio di domani e a seguire Johnson entrerà a Downing Street. Secondo il sistema britannico, non è previsto un voto di fiducia, salvo che a chiederlo sia il leader dell’opposizione, in questo momento il laburista Jeremy Corbyn. Scenario rinviato presumibilmente a dopo la pausa estiva del Parlamento, visto che Westminster chiuderà i battenti giovedì 25 per riaprirli il 3 settembre.

Johnson ha ringraziato Theresa May e renso omaggio al rivale Jeremy Hunt nel discorso della vittoria dopo l’elezione, non senza scherzare su se stesso: “So che ci sarà chi contesterà la saggezza della vostra decisione“, dice rivolgendosi ai militanti del Partito Conservatore che lo hanno scelto a larga maggioranza.

Attuare la Brexit, unire il Paese, sconfiggere Jeremy Corbyn“. Sono questi gli obiettivi indicati da Johnson nel discorso della vittoria dopo la sua elezione a leader Tory e prossimo premier britannico in sostituzione di Theresa May, nel ballottaggio con Jeremy Hunt. Johnson ha ribadito di voler portare a termine l’uscita del Regno dall’Ue “il 31 ottobre”, ha parlato della necessità di “ridare energia” al Paese e al partito, di essere positivi, e ha assicurato di non aver paura “della sfida”.

 Le probabilità che la Gran Bretagna lasci l’Ue senza un accordo sono aumentate con l’elezione di Boris Johnson a leader dei Tory. Lo afferma Moody’s in una nota. “Con l’elezione di Johnson, le chance di un compromesso sostenibile appaiono più basse” mette in evidenza Colin Ellis di Moody’s. “Una Brexit no deal avrebbe effetti significativamente negativi” sulla Gran Bretagna, aggiunge.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Mrs May. Dimissioni dopo il quarto voto, indipendentemente dal risultato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-18.

Downing Street 10 001

«British prime minister Theresa May has agreed to step down at some point after her fourth attempt to pass an EU exit deal in June, no matter what the outcome»

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«Her decision was revealed on Thursday (16 May) by a senior Conservative MP, Graham Brady, the chairman of the so-called 1922 Committee, an influential backbench group within the party»

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«We have agreed to meet to decide the timetable for the election of a new leader of the Conservative Party as soon as the second reading has occurred and that will take place regardless of what the vote is on the second reading – whether it passes or whether it fails»

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«The deal has already been defeated three times on grounds that provisions related to the Irish border could see Britain stuck in a customs union with the EU for an indefinite amount of time»

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«The first defeat, in January, by 230 votes, was the largest ever for a government motion in British history»

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«May, who herself wanted to keep Britain in the EU during in the 2016 referendum, has been vilified by hardline Brexiteers for her handling of the process»

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«further procrastination which is causing appalling damage to the Conservative party»

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«For his part, Boris Johnson, a former foreign minister and hard Brexiteer, said he would “of course” throw his hat into the ring to take May’s job when she left.»

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Diamo atto a Mrs May di come sia stato, e sia tuttora. impossibile trattare con persone quali Mr. Juncker, Mr Tusk, Mr Oettinger, Mr Macron e Frau Merkel, la rigidità mentale delle quali supera l’immaginabile e l’inimmaginabile. Si sono comportate come galline isteriche, avendo recepito il Brexit per quello che è: un severo e pesante giudizio sul loro comportamento ed operato.

Ma nel contempo non possiamo negare quanta sprovvida imperizia abbia dispiegato Mrs May nello svolgere il ruolo di primo ministro di Sua Maestà Britannica. Un esempio per tutti, la convocazione delle elezioni anticipate, dalle quali Mrs May è uscita con le ossa rotte.

Sia l’Unione Europea sia il Regno Unito avrebbero un disperato bisogno di personaggi politici meno ideologizzati e ben più pragmatici.


EU Observer. 2019-05-17. May to step down after fourth EU vote

British prime minister Theresa May has agreed to step down at some point after her fourth attempt to pass an EU exit deal in June, no matter what the outcome.

Her decision was revealed on Thursday (16 May) by a senior Conservative MP, Graham Brady, the chairman of the so-called 1922 Committee, an influential backbench group within the party.

“We have agreed to meet to decide the timetable for the election of a new leader of the Conservative Party as soon as the second reading has occurred and that will take place regardless of what the vote is on the second reading – whether it passes or whether it fails,” Brady said, following what he called a “very frank” 90-minute long discussion with the British leader.

British MPs are to hold two days of debate on the exit deal on 3 June, shortly after the European Parliament elections, with a vote likely on 5 June.

The deal has already been defeated three times on grounds that provisions related to the Irish border could see Britain stuck in a customs union with the EU for an indefinite amount of time.

The first defeat, in January, by 230 votes, was the largest ever for a government motion in British history.

The third defeat, in March, saw the bill fail by just 58 votes.

It prompted May to hold talks with the opposition Labour party, but these are expected to break up in the coming days without a new compromise due to Labour’s red lines, which include staying in the customs union in any case.

May, who herself wanted to keep Britain in the EU during in the 2016 referendum, has been vilified by hardline Brexiteers for her handling of the process.

Brady said on Thursday that she was “determined to secure our departure from the European Union”.

But Andrew Bridgen, a pro-Brexit Tory MP, continued to attack her, saying that her plan for a fourth Brexit vote was “further procrastination which is causing appalling damage to the Conservative party”.

May was “an increasingly beleaguered and isolated prime minister, who is desperate to salvage something from her premiership and is prepared to drive through an agreement that would fatally hamstring any future prime minister in negotiations with the EU,” he added.

For his part, Boris Johnson, a former foreign minister and hard Brexiteer, said he would “of course” throw his hat into the ring to take May’s job when she left.

The UK was due to leave the EU in March, but the political stalemate in Westminster have seen that delayed to 31 October.

They have also seen support for the Tories plunge to new lows – just 11 percent of people plan to vote Conservative in the European Parliament (EP) elections, according to recent polls, putting it in fourth place behind the Brexit Party, Labour, and the Liberal Democrats – in what would mark its worst result in any vote since the Conservative party was formed in 1834.

The prospects of a potentially protracted Tory leadership battle and new general elections, on top of Westminster’s summer recess, bode ill for the UK agreeing a new exit deal by the October deadline.

The prospects of a new, anti-EU Tory leader taking over the talks, in the context of a powerful show of support for the anti-EU Brexit Party in the EP vote also bode ill.

Some in Europe have said it should offer to extend the deadline still further in the hope that Brexit might fall by the wayside.

“We should go soft on Britain, give them time, they are still in the EU, let’s give them space,” Polish foreign minister Jacek Czaputowicz told the Reuters news agency this week.

“It’s a matter of changing the rhetoric to let the Brits rethink their decision,” he said.

Others, such as German chancellor Angela Merkel, are playing their cards close to their chest.

When asked in a recent interview what might happen if a new British leader tried to renegotiate the UK’s exit terms in the autumn, she said merely: “Should there be anything to negotiate, the European commission will do so on behalf of the 27 member states, as it has done so far”.

But with few in the UK or in Europe keen for Britain to live with no deal in place, in what would likely wreak economic havoc on both sides of the English Channel, she added that British indecisiveness could see the process strung out even further.

“In order for the UK to leave the EU, there needs to be a parliamentary majority in London for, rather than merely against, something,” Merkel said.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

UK. Brexit Party 35%, Laburisti 15%, Conservatori 9%.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-17.

Downing Street 10 001

Tra qualche giorno finalmente si andrà a votare: tutte le prospezioni pubblicate saranno allora vagliate per stabilire la società di sondaggi che meglio ha saputo fotografare la realtà.

Stando all’ultimo sondaggio della società Yougov. il Brexit Party sarebbe al 35%, i Laburisti al 15%, i Conservatori al 9% ed i LibDem al 19%.

Ci si rende conto che le europee non sono le elezioni politiche, ma con il 9% i conservatori sparirebbero dal quadro politico inglese.


Ansa.  2019-05-17. Europee: sondaggio ora dà Farage al 35%

LONDRA, 17 MAG – Nuovo record di consensi in Gran Bretagna per il neonato Brexit Party di Nigel Farage in vista delle elezioni Europee della settimana prossima, accreditato adesso dall’ultimo sondaggio aggiornato dell’istituto Yougov di un 35% senza precedenti. Male invece i due storici partiti maggiori, tradizionalmente in difficoltà nelle consultazioni europee, ma mai come questa volta e penalizzati anche dallo stallo dei loro negoziati su una via parlamentare alla Brexit dichiarati falliti solo oggi: i Conservatori della traballante Theresa May vengono dati infatti a un umiliante 9%, addirittura al quinto posto; mentre il Labour di Jeremy Corbyn perde la seconda posizione di precedenti rivelazioni e cala al 15.

Salgono invece, come principale forza anti Brexit e pro referendum bis, i LibDem, dati ora al 19% davanti ai Laburisti.

Mentre i Verdi, pure pro Remain, progrediscono al 10%, scavalcando i Tory. Restano indietro infine Change Uk (anti Brexit) e Ukip (pro Brexit) con un residuo 5 e 3%.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Pew Research. Unione Europea sì, questa eurodirigenza no.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-06.

Il Pew Reasearch Center ha rilasciato un ponderoso Report sulla Unione Europea e su come i Cittadini ne percepiscano taluni aspetti. È una miniera di dati.

Europeans Credit EU With Promoting Peace and Prosperity, but Say Brussels Is Out of Touch With Its Citizens [pdf]

Traccia un quadro molto ben documentato della situazione attuale e potrebbe essere di grande utilità per meglio comprendere le problematiche in gioco con le elezioni del prossimo maggio.

Se ne raccomanda la lettura. A seguito riporteremo una piccola parte dei risultati dei sondaggi.

Cerchiamo di dare uno stringato sommario per punti.

– Il 51% reputa i burocrati di Bruxelles invadenti.

– Il 54% reputa l’Unione Europea e Bruxelles inefficiente.

– Il 62% reputa che l’Unione Europea e Bruxelles non riescano a capire le esigenze della popolazione.

– In termini mediani il 62% della popolazione apprezza l’Unione Europea, ma il 45% giudica negativamente l’operato del’europarlamento.

– Il 31% ritiene che la situazione economica possa migliorare, mentre il 50% ritiene che debba peggiorare. In Grecia, Italia, Spagna, Francia e UK la maggioranza ritiene che peggiorerà.

– In termini mediani, il 58% ritiene che i giovani siano senza futuro. In Spagna, UK, Italia, Grecia e Francia tale percentuale sale sopra il 70%.

– In termini mediani, il 40% approva i risultati economici dell’Unione europea: tale percentuale è il 26% nel Regno Unito, 20% in Italia, e 14% in Grecia.

– Il 38% approva come l’Unione abbia trattato la Brexit.

– Il 23% approva come l’Unione Europea abbia trattato il problema della immigrazione.

– Il 48% approva l’operato della Commissione Europea.

– Il 10% vorrebbe un incremento dell’immigrazione, percentuale che scende al 2% in Grecia, 2% in Ungheria, 5% in Italia.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Regno Unito. Si profila una rivoluzione elettorale.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-23.

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Le previsioni elettorali nel Regno Unito sono particolarmente difficili a causa del loro sistema elettorale.

Il sistema è denominato First-past-the-post – il cavallo che per primo passa il traguardo vince – consiste in un uninominale secco articolato su collegi uninominali, denominati constituency. The winner takes all.

Questo è il sistema elettorale più diffuso al mondo, dagli Stati Uniti alla India.

Il sistema gode della caratteristica di essere semplicissimo da comprendersi e da conteggiarsi.

Nel converso, le previsioni elettorali dovrebbero essere fatte collegio per collegio: le percentuali a livello nazionale rendono informazioni qualitative, spesso poi smentite clamorosamente dalle urne.

Infatti, partiti anche abbastanza votati ma che non raggiungano la maggioranza nei seggi sono implacabilmente tagliati fuori dall’agone politico. Per contro, lo Scottish National Party, pur essendo di ben piccole dimensioni su scala nazionale, 5% circa, conquista la quasi totalità dei seggi scozzesi ed ha così gran peso in parlamento.

*

 

Regno Unito. Ad elezioni europee il Brexit Party sarebbe al 27%.

La fondazione del Brexit Party è troppo recente, due settimane circa, per considerare stabilizzate le previsioni elettorali, ed in questo momento chaotico sarebbe possibile tutto ed il suo contrario.

Prima del ciclone Farage, il clima elettorale avrebbe suggerito una vittoria dei laburisti ed una secca sconfitta dei conservatori, che avrebbero perso 59 seggi.

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Ma se il Brexit Party si consolidasse, porrebbe serie remore sulla maggioranza parlamentare.

Ma mica che sia detto. I laburisti potrebbero anche avere un colpo di reni.

In ogni caso, come al solito, non conta tanto chi vincerà, quanto piuttosto chi perde: il partito conservatore è proiettato a percentuali oscillati tra il 15% ed il 18%. Se queste percentuali si confermassero, non piglierebbero nemmeno un seggio.

Il 2 giugno si terranno le elezioni amministrative. Sarà un verdetto elettorale da prendersi con buon senso, ma pur sempre indicativo.

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Tutto l’Occidente è dilaniato dalla devoluzione dell’ideologia liberal socialista.

Non traggano in inganno le etichette con le quali i vari partiti possano presentarsi: non sono quelle il metro di giudizio, bensì il grado di statalismo che propugnano e perseguono nei fatti.

Si riscontrano così partiti a denominazione ‘socialista’ che nei fatti sono proprio tutto tranne che ‘socialisti’, così come partiti ‘conservatori’ che sono nella prassi più socialisti dei socialisti.

Di certo, i partiti tradizionali stanno vistosamente perdendo elettorato.

Le ideologie sono ben dure a morire.

Mutatis mutandis, stiamo assistendo al ripetersi dell’implosione del sistema comunista.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Regno Unito. Analisi del voto sulla Brexit.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-08.

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«Scricchiola la Brexit, scricchiolano i tentativi di trovare una via di fuga dal caos e scricchiola pure il tetto della Camera dei Comuni britannica: costretta a sospendere l’ennesima seduta inconcludente per un’infiltrazione d’acqua che induce qualche deputato – in un sussulto d’ironia autocritica – a evocare l’immagine di una punizione biblica. Se non siamo al ‘si salvi chi può’, a Londra ci manca poco. E a una settimana scarsa dal vertice Ue, ultima chiamata d’appello prima della scadenza del divorzio da Bruxelles prorogata fino al 12 aprile, soluzioni sul tavolo non se ne vedono. Le ultime fiches restano puntate sul dialogo fra la premier Tory, Theresa May, e il leader laburista, Jeremy Corbyn, in corsa contro il tempo alla ricerca d’un problematico accordo di compromesso da sancire entro martedì e portare poi al summit europeo. Ma la seconda tornata di colloqui, allargata ai rispettivi team, ha prodotto oggi soltanto l’annuncio della prosecuzione d’un lavoro “tecnico” definito “produttivo” e “dettagliato”. Ma non risolutivo. Mentre il fuoco amico dall’interno dei due partitoni tiene sotto tiro entrambi i manovratori, pressati da moniti e ultimatum spesso in contraddizione l’uno con l’altro.

L’ultima mossa del Parlamento, prima dell’aggiornamento a lunedì dell’agenda dei Comuni, è stata intanto l’approvazione di una contrastatissima legge anti-no deal votata con una maggioranza trasversale di appena un voto (313 a 312) e contro la volontà del governo con l’obiettivo di trasformare in obbligo l’impegno dalla premier di chiedere un ulteriore slittamento della Brexit nel caso in cui non saltasse fuori un qualunque accordo ratificato prima del 12. Il testo è poi passato alla Camera dei Lord. E al più tardi dovrebbe entrare in vigore per lunedì, grazie ad un irrituale iter sprint.» [Edn Hub]

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Un provvedimento passato con 313 versus 312 voti validi è sicuramente un esempio di democrazia, ma indica nel contempo quanto profondamente sia divisa la nazione: qualsiasi scelta sia fatta, una buona metà dei sudditi di Sua Maestà saranno scontenti.

Tuttavia l’esame della composizione del voto lascia davvero stupefatti. Si sono determinati schieramenti contro natura.

Il premier, Mrs May, è conservatrice, ed il suo partito, quello conservatore, è dilaniato da correnti e faide interne degne della Verona dei Montecchi e Capuleti.

Il provvedimento posto in essere da Mrs May è passato con i voti dei laburisti (229), Nazionalisti Scozzesi (35), Liberal Democratici (11), Tig (ex-laburisti) (11), Indipendenti (8), Plaid (gallesi) (4) e Verdi (1). A questi si sono uniti 14 conservatori.

Tra i 312 contrari si notano però ben nove laburisti.

I partiti politici inglesi tradizionali stanno disgregandosi, incapaci di raggiungere un ragionevole accordo nel loro interno.

Salta però agli occhi quanto sarebbe stato utile per il Regno Unito che i vari governi che si sono succeduti avessero raggiunto un ragionevole accordo con i Nazionalisti scozzesi e quelli gallesi. Queste due formazioni politiche ottengono la quasi totalità dei voti espressi in Scozia e nel Galles, rispettivamente. Ci sono e portano avanti delle istanze che un giorno o l’altro potrebbero esplodere in modo anche virulento. In particolare, con 35 deputati i Nazionalisti Scozzesi sono una forza di tutto riguardo disposta ad ogni tipo di Realpolitik pur di ottenere i propri scopi.

Il primo dei due grandi partiti tradizionali che riesce a comprendere un fatto così evidente si conquisterebbe una maggioranza immarcescibile.

In ogni caso, si tenga sempre bene a mente come il Regno Unito sia tale solo di nome.

*

Il Regno Unito però evidenzia la caratteristica che sta contraddistinguendo tutti gli scenari nazionali europei, con ben poche eccezioni: i partiti tradizionali hanno perso l’Elettorato necessario a conseguire la maggioranza assoluta e devono quindi stringere alleanze per formare coalizioni governative.

Ma l’alterigia politica è dura a morire, e ragionamento tipico di queste formazioni è il non voler trattare a priori con i piccoli raggruppamenti che patrocinano interessi specifici, ma parcellari.

Tuttavia non sono queste formazioni minori la causa dei problemi: sono solo la conseguenza dei problemi che li hanno determinati. Ma i problemi ci sono per essere risolti, non per essere lasciati lì a marcire.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Germania. Hard Brexit metterebbe a rischio oltre 100,000 posti di lavoro.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-13.

Minosse & Macron

Chiunque abbia vissuto dall’interno le trattative tra Regno Unito ed Unione Europea, sia prima sia dopo il referendum sulla Brexit, dura molta fatica a capire di cosa stiano parlando i media e molti politici.

Una cosa sono gli attori che recitano sul palcoscenico, ed un’altra l’autore che scrive il copione.

Fin dal suo ingresso nell’Unione Europea, il Regno Unito mai aveva accettato la deriva imposta dall’eurodirigenza verso la formazione de facto degli Stati Uniti di Europa, da loro gestita in modo autocratico.

Si scontrava la visione di un’Europa delle nazioni sovrane ma collegate in modo concorde sul piano economico con quella di un’Unione Europea monolitica con leggi, norme e regolamenti a tutti comuni per ogni qualsiasi aspetto possibile della vita.

Il Regno Unito aveva ampiamente dimostrato la propria insofferenza specialmente al sensibile aspetto della gestione delle corti di giustizia europee. Infatti, mentre negli stati continentali sono in uso dei codici, nel Regno Unito vice il common law, ossia le sentenze dei tribunali costituiscono corpo giuridico. Il Regno Unito mai avrebbe potuto tollerare che le sentenze delle corti di giustizia europee potessero avere effetto immediato sul loro territorio.

Non solo.

L’Unione Europea non si è saputa dotare di una costituzione: due tentativi sono naufragati sotto il diniego referendario in Francia prima, nei Paesi Bassi dopo. Il motivo della repulsa risiedeva nel fatto che l’attuale dirigenza liberal socialista aveva scritto costituzioni improntate a tali ideologie. Avrebbe voluto imporle, ma non ci riuscì.

Gli eurocrati misero quindi in atto una manovra strisciante: in carenza di una costituzione cui rifarsi, le corti di giustizia avrebbero sentenziato in accordo all’ideologia liberal socialista.

L’eurodirigenza e l’allora egemone asse francogermanico obbligarono il Regno Unito a scegliere la Brexit, essendo tetragone nelle loro idee, che avrebbero dovuto essere accettate con resa incondizionata: erano convinte di aver vinto la guerra per il potere.

La reazione al risultato del referendum inglese fu ben peggio di quella dell’amante che si sente tradita: fu la reazione della checca isteria. L’occlusione totale divenne parte del loro credo religioso.

Le trattative tra Regno Unito ed eurodirigenza fu improntata al concetto che con gli inglesi “eretici” nessuna delle ragioni da loro addotte avrebbe mai dovuto essere presa in considerazione: costi quello che costi. La rigidità mentale e politica di Mr Hollande, Mr Macron, Frau Merkel, Mr Tusk, Herr Schäuble, Herrr Oettinger e e Mr Juncker hanno precluso ogni possibile accordo dignitoso. Ma gli inglesi sono pur sempre quelli che vinsero a Trafalgar ed a Waterloo.

Tra una Brexit a condizioni imposte dagli eurocrati od una Brexit senza accordo alcuno, hard Brexit, la scelta diventava obbligata.

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Ma i tempi sono mutati rapidamente, e gran parte di queste mutazioni sono state indotte proprio dall’altera ottusità di questa eurodirigenza. La Weltanschauung identitaria sovranista è stata abbracciata da molte nazioni europee, l’asse francogermanico si è sfasciato: Francia e Germania hanno ancora ai loro vertici dei liberal ortodossi, quali Mr Macron e Frau Merkel, ma il loro peso politico è virtualmente nullo.

Dopo le prossime elezioni europee e dopo le elezioni politiche che si terranno in sette stati dell’Unione Europea, sia il Consiglio Europeo sia l’europarlamento saranno profondamente differenti.

In quel tempo potrebbe essere molto verosimile che i colloqui con il Regno Unito riprendano, ma questa volta su base paritetica e con reciproco rispetto, quello che l’attuale eurodirigenza si è sempre ben guardata dall’osservare.

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Adesso, rotta tutta la cristalleria, la Germania inizia a razionalizzare quanto danno riceverà dall’hard Brexit, ed inizia a pigolare come un pulcino caduto dal nido.

«Industry leaders say the damage is “enormous,” but nothing like the “devastation” a no-deal Brexit would have»

Cercare di attuare le ideologie e le idee preconcette ha sempre un costo elevato: ma la Germania si è spinta all’orlo del suicidio.


Deutsche Welle. 2019-02-11. Hard Brexit risks 100,000 German jobs: report

A study has shown that Germany stands to lose the greatest number of jobs if Britain exits the EU without a deal. Some of the country’s well-known auto and tech hubs are likely to be the worst hit.

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A hard Brexit could cost more than 100,000 jobs in Germany, the Welt am Sonntag newspaper reported on Sunday, citing a study by the Leibniz Institute for Economic Research Halle (IWH) and the Martin Luther University Halle-Wittenberg.

The study, which looks at the effect of a hard Brexit down to individual districts and cities, showed that some of Germany’s well-known auto and technology hubs could face the maximum brunt.

“In no other country is the effect on total employment as great as in Germany,” Oliver Holtemöller, one of the authors of the study, told the newspaper.

Fears of Britain leaving the European Union without a deal have risen after the British Parliament rejected an exit deal reached between Prime Theresa May’s government and the European Union. Britain is slated to leave the 28-nation bloc on March 29.

Major importer

The United Kingdom was among the top five export destinations for German companies in 2017 and saw over €85 billion ($96 billion) worth of goods shipped from Germany, Europe’s largest economy and exporter.

The study only captures the jobs that would be lost because of a slump in exports resulting from, among other things, customs duties that would be levied by Britain on German exports in the event of a no-deal Brexit. Job losses resulting from other factors such as a fall in British investments in Germany are not reflected in the figures.

The study showed that a hard Brexit could affect more than 600,000 jobs globally, including 50,000 positions in France and 59,000 in China.

The Dutch government said on Saturday it had attracted millions of euros in Brexit-related investments last year. Some 42 companies or branch offices moved to the Netherlands in 2018 as a result of Brexit, accounting for 1,923 jobs and some €291 million ($330 million) in investments. It is wooing another 250 companies working out of Britain to move operations to the Netherlands.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Brexit. Ripercussioni sulle elezioni europee di maggio. Sarà il chaos.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-01-16.

Westminster Abbey

San Tommaso d’Aquino esortava tutti a pensare a fondo prima di fare o scrivere qualcosa: farlo dopo avrebbe avuto ben poco senso. Ovviamente la gente odierna ben si guarda dal seguire il suggerimento di un frate domenicano, per di più medievale. Quindi, prima si fa, poi si constatano le conseguenze, ed allora ci si pente di ciò che si è fatto.

Da molti punti di vista l’attuale Unione Europea sta vivendo quel simpaticissimo chaos che seguì il sacco di Roma del 410. Con il crollo dell’Impero tutto divenne parcellizzato e quasi incomunicabile. Ciò che era stato il dominio imperiale divenne un coacervo di microscopiche realtà in conflitto vicendevole per la lotta alla sopravvivenza.

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Martedì sera il Parlamento inglese ha votato contro  

«Si riapre la partita della Brexit: l’accordo sul divorzio dall’Ue raggiunto a novembre dalla premier Tory, Theresa May, con Bruxelles è stato bocciato dalla Camera dei Comuni britannica con 432 no contro 202 sì. La ratifica è stata negata con uno scarto di 230 voti, molto pesante per il governo. Sono 118 i deputati conservatori che hanno votato contro l’accordo. Il leader laburista Jeremy Corbyn ha presentato una mozione di sfiducia al governo Tory. Ma, al di là della questione della permanenza della May l’incognita è cosa può accadere ora a partire dall’incognita del ‘no deal’, l’uscita senza accordo. Una possibilità con la quale anche l’Ue si misura questa mattina nella Plenaria a Strasburgo. “A dieci settimane” dal 29 marzo, “non è mai stato così elevato il rischio del no deal” – dice il capo negoziatore Ue Michel Barnier nel dibattito in aula a Strasburgo dopo il voto di ieri nella Camera dei Comuni. “Adesso nessuno scenario può essere escluso, in particolare quello che abbiamo sempre voluto evitare: l’uscita” del Regno Unito “senza accordo”.» [Fonte]

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La bozza dell’accordo è stata bocciata 432 contro 202: ben 118 deputati conservatori hanno votato contro. Più chiari di così sarebbe stato difficile.

«Adesso nessuno scenario può essere escluso»

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Al momento attuale potrebbero essere prolungati i termini del divorzio, ma nel caso il Regno Unito dovrebbe continuare a votare per l’europarlamento.

«Se britannici votano a europee Ppe, S&D e Alde perdono seggi»

Né si sottovaluti l’impatto psicologico dell’evento.

Sia la élite politica inglese sia quella dei burocrati di Bruxelles hanno evidenziato quanto distanti siano le loro posizioni da quelle accettabili dalla gente e dai parlamenti liberamente eletti. Ma hanno anche dimostrato la quasi nulla duttilità politica di saper giungere ad accordi accettabili.

Sembrerebbe ragionevole supporre che i partiti identitari, sovranisti, possano trarne ragionevoli benefici elettorali.

Il problema non riguarda solo il Regno Unito, bensì tutti gli europei.


Ansa. 2019-01-16. Brexit: Votewatch, rinvio può rafforzare sovranisti al Pe

Se britannici votano a europee Ppe, S&D e Alde perdono seggi

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Se la data della Brexit verrà rinviata, le forze sovraniste ed euroscettiche saranno più forti nella prossima Eurocamera. È quanto emerge da una proiezione del centro studi Votewatch, resa nota in vista del voto della Camera dei comuni sull’accordo sulla Brexit. Se i deputati britannici domani dovessero bocciare l’intesa raggiunta dalla premier Theresa May con Bruxelles, si potrebbe aprire lo scenario dell’estensione della permanenza del Regno Unito nell’Ue, con la conseguente partecipazione dei britannici al voto di maggio per le europee. In questo caso sarebbe il Partito popolare europeo (Ppe) a risentirne di più, con “una notevole riduzione del divario con gli altri gruppi”, osserva Votewatch. Le tre forze moderate pro-Ue all’Eurocamera – il Ppe, il gruppo S&D e i liberali dell’Alde – perderebbero insieme circa il 2% dei seggi. Ad avvantaggiarsi di un eventuale voto britannico sarebbero invece le forze sovraniste ed euroscettiche – i Conservatori Ecr, il gruppo Enf, l’Efdd – i cui seggi aumenterebbero del 3%. I tre gruppi del Parlamento Ue in cui gli eurodeputati britannici sono più presenti sono i Conservatori Ecr (i Tory), il gruppo S&D (i laburisti) e il gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (l’Ukip). 


VoteWatch. 2019-01-16. Brexit: what consequences for the EU policies after the referendum’s shocking results?

A massive political earthquake shook the world this morning, as the majority of UK’s citizens voted in favour of leaving the EU. There is a lot of uncertainty regarding the future relations between the UK and the European Union, as well as the possibility of a domino effect in other EU countries and future internal cohesion of the country (considering the tension in Northern Ireland and Scotland).

However, the historical divorce is also going to impact the future shape of EU policies. Based on our unique collection of voting records in the European Parliament and the European Council, a previous research by VoteWatch Europe outlined the top 5 effects of Brexit:

1) The Brexit will lead to a weakening of the forces supporting the cut of red tape and the better regulation agenda. It will also bolster the policy makers in favour of higher standards for labour and the environment.

2) There will be less support for the enforcement of intellectual property rights across EU policy makers. Without the British MEPs, the already narrow majority in favour of strengthening protection for right holders will disappear.

3) The loss of a net contributor to the EU budget will first lead to a decrease in the overall size of the budget. However, as the UK’s government has always been very vocal in their opposition to increasing the budget, there will be bigger chances of pushing for higher contributions by the remaining EU Member States.

4) Without the British opposition, tax harmonization across the EU will be more likely, as well as the adoption of higher taxes on financial transactions.

5) Finally, after the Brexit, the supporters of nuclear energy and unconventional energy sources (e.g. shale gas) will lose an important ally in Brussels. In fact, it will be more difficult to assemble a majority in favour of the exploitation of these energy sources in the EP.

Additionally, among the political groups, ECR (European Conservatives and Reformists) and EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy) will be the most affected by the Brexit, the latter ultimately losing almost half of its MEPs.  Instead, the largest political group, the EPP (European People’s Party), will be become proportionally larger, as there are no British members sitting within its ranks.

Overall, the pro-integration voices in the European Parliament will be strengthened by the British departure from the Union, as more than half of UK’s MEPs are members of Eurosceptic (or Eurocritic) political groups.