Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

ECB. Entro fine anno si dovrebbe rinnovare il Governatore.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-27.

EuroTower 003

Le bugie ripetute con ossessiva reiterazione alla fine sono percepite come lampanti verità: la mente quasi si rifiuta di ragionarci sopra, sempre poi che ne sia capace di farlo.

Nell’attuale transeunte cultura occidentale il mito delle indipendenza della banca centrale dal potere politico si è tramutato nella degenerazione di un mantra, che ha mutato il suo iniziale significato di strumento di pensiero per ridursi ad una formula magica.

La banca centrale è tutto tranne che indipendente dalla politica: essa è per definizione deputata a fare politica finanziaria, e chi fa politica tenendo in mano i cordoni della borsa la condiziona severamente. Il suo governatore è di nomina governativa, così come tutta la sua alta dirigenza. Nessun governatore mai si sognerebbe di fare alcunché senza essersi previamente consultato con i suoi colleghi e con il governo dello stato da cui dipende.

Quando poi un governatore facesse qualcosa di sgradito al governo in carica non dimostrerebbe di essere ‘libero’ e ‘non condizionato’: si sarebbe semplicemente accordato con l’opposizione.

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Diamo con piacere atto a Mario Draghi di essere riuscito a far sopravvivere l’Ecb in un periodo particolarmente turbolento della storia e, soprattutto, in un momento di sconcertante crisi politica, con parcellizzazione del potere.  A Mario Draghi sono venuti a meno i referenti politici che gli indicassero fini ed obiettivi da perseguire. Non sarebbe nemmeno troppo azzardato dire che alla fine sia stato lui a cercare di governare questa povera Unione Europea dilacerata da correnti centrifughe per di più di cangianti direttive strategiche.

L’attuale Commissione Europea uscente è risultata essere composta di miopi omini piccini piccini, persino incapaci di fare i propri interessi. L’asse francogermanico si è dissolto come neve al sole, e non è ancora stato sostituito da un qualcosa di equipollente.

Mario Draghi, sulla scia degli accadimenti mondiali, ha dovuto tramutare la banca centrale da prestatrice ad acquirente di ultima istanza: una strada mai prima tentata nella storia e teoricamente ignota.

Non solo. È riuscito a garantire per molti anni un regime di tassi vicini allo zero e, talora, anche negativi.

Se Mario Draghi ha concesso agli stati nazionali gli strumenti necessari per controllare i debiti sovrani, questi li hanno utilizzati non per sanare bensì per peggiorare la situazione. Il ricorso al debito è diventato la droga dei governi.

Debito usato contro natura: tanto è utile il debito contratto per finanziare un investimento produttivo che intrinsecamente ne prevede l’ammortamento, tanto è pernicioso quello usato per finanziare spese correnti, improduttive.

L’Ecb comprava titoli di qualità vicina alla carta straccia concedendo denaro fresco e buono. Metteva a disposizione del sistema bancario europeo liquidità a tassi nulli, liquidità che i governi imponevano poi fosse utilizzata per comprare ancora titoli di stato. L’eurozona è stracolma di bond inesigibili.

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Se Draghi non vedesse l’ora di potersene andare via e se i governanti europei dimostrassero un minimo barlume intellettivo, la scelta operativa migliore sarebbe quella di rinnovarlo nel suo incarico.

Così, mentre tutti gli occhi e le menti sono abbacinate dalle prossime elezioni e relativo scadenziario per il rinnovo delle cariche europee, nessuno osa parlare di come procedere al rinnovo del governatore della banca centrale.

Nessuno è così forte da imporlo, nessuno è così debole da non generare problemi, da porre dei veti.

È una situazione di stallo.

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«All eyes are on the European Central Bank, which has been the strongest line of defense against an economic slowdown»

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«A far bigger risk is the replacement of Mario Draghi as the central bank’s president this year.»

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«Will the new chief be willing to use all of the instruments available to take the monetary union out of any crisis? It’s far from certain.»

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«The Fed has raised rates nine times since the financial crisis, lifting them from 0-0.25 percent to 2.25-2.5 percent. It has also started selling some of the assets it bought under “quantitative easing,” in a process known as “quantitative tightening.” …. By contrast, the euro zone’s central bank only ended its net asset purchases at the end of 2018, more than four years after the Fed. Interest rates are still ultra-low»

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«The ECB might also consider cutting its deposit rate even deeper into negative territory. That would encourage banks to lend their money rather than store it at the central bank, and lower the value of the euro, helping to boost exports.»

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«Policymakers are examining whether long-term negative rates might hurt, rather than benefit, banks»

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«The euro zone would find itself with a dysfunctional monetary policy in addition to a non-existent common fiscal policy: A real tragedy.»

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Concludiamo con alcune scarne considerazioni.

L’intera eurozona, tranne rare enclavi, è entrata in un periodo di stagnazione economica, ove il calo della produzione industriale si associa ad una diminuzione dei consumi. Il passo verso la recessione è piccolissimo.

Se è vero che la finanza gode di una sua certa quale autonomia, sarebbe ancor più vero ricordarsi che senza produzione industriale la finanza si riduce al gioco del monopoli.

Questo è un concetto che Mario Draghi ha ripetuto fino alla nausea. Ma la ripresa della produzione industriale è compito della politica, non della banca centrale. Fossimo nella Roma Repubblicana, si dovrebbe considerare se eleggere Draghi dittatore: sarebbe non solo un ottimo governatore, ma anche un altrettanto ottimo governante. Ma così non è.

«A real tragedy.»

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Bloomberg. 2019-04-24. The central bank has plenty of tools left to tackle a European slump, but will Mario Draghi’s replacement be as willing to wield them?

The euro zone has only recently recovered from a double-dip recession, but there are already questions about how prepared it would be for a new crisis.

All eyes are on the European Central Bank, which has been the strongest line of defense against an economic slowdown. While pessimists worry that the ECB has few tools left if it needs to revive growth – given the region’s already rock bottom interest rates – such concerns are overdone. A far bigger risk is the replacement of Mario Draghi as the central bank’s president this year. Will the new chief be willing to use all of the instruments available to take the monetary union out of any crisis? It’s far from certain.

The ECB is still well behind the U.S. Federal Reserve in terms of bringing its monetary policy back to normal. The Fed has raised rates nine times since the financial crisis, lifting them from 0-0.25 percent to 2.25-2.5 percent. It has also started selling some of the assets it bought under “quantitative easing,” in a process known as “quantitative tightening.”

By contrast, the euro zone’s central bank only ended its net asset purchases at the end of 2018, more than four years after the Fed. Interest rates are still ultra-low: The main refinancing rate is stuck at zero, and the deposit rate is a negative 0.4 percent (meaning lenders pay for the privilege of parking their excess reserves with the ECB). In March, Draghi told investors they shouldn’t expect any rate increases until at least the start of 2020, in an attempt to spur lending and help the euro zone through a soft patch of growth. He also announced a new round of cheap loans to the banks.

None of this means the ECB has nothing left in the tank for a downturn. For a start, it could reactivate those net asset purchases to push down bond yields. That would offer breathing space to governments, which could spend more, and cut lending rates (helping companies and consumers). The ECB might also consider cutting its deposit rate even deeper into negative territory. That would encourage banks to lend their money rather than store it at the central bank, and lower the value of the euro, helping to boost exports.

Policymakers are examining whether long-term negative rates might hurt, rather than benefit, banks. Even if that were the case, they could mitigate the impact. For example, they could create a tiered system whereby banks wouldn’t pay any charge for putting their excess reserves with the ECB until they hit a certain level.

Of course, these measures might have less of an impact than in the recent past. But a much greater threat is if we end up with a central bank that’s unwilling to deploy its full toolkit of unorthodox measures. The euro zone would find itself with a dysfunctional monetary policy in addition to a non-existent common fiscal policy: A real tragedy.

This risk, unfortunately, is all too apparent. The list of contenders to replace Draghi includes some central bankers who are intellectually opposed to some unorthodox measures. For example, Jens Weidmann, the president of Germany’s Bundesbank, has long questioned the use of bond-buying schemes. In 2016, he said that mammoth asset purchase programs came dangerously close to the monetary financing of government deficits, which is illegal under European Treaties.

Weidmann isn’t opposed to other unconventional measures, including negative rates. It’s possible that he could, if picked as president, become less hawkish. Or euro zone leaders could well choose another candidate who’s more inclined to preserve Draghi’s toolkit. They might include Benoit Coeure, an ECB executive board member, or Francois Villeroy de Galhau, governor of the Banque de France. Olli Rehn and Erkki Liikanen, the current and former governors of the Bank of Finland, are other more moderate possibilities.

As Draghi has demonstrated, the ECB’s effectiveness during a slump depends more on its leadership than on its financial instruments. As euro zone leaders mull his replacement, they must make sure the central bank keeps the ability to do its job properly.

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Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Juncker propone di mettere l’Eurozona sotto il controllo di una Grande Commissione.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-12-06.

Juncker 004

Gran brutta bestia la Sindrome di Korsakov. Accanto al decadimento delle facoltà mentali si osservano allucinazioni associate a confabulazioni fantastiche deliranti.

Prima di entrare nel merito, sarebbe necessario precisare che l’Eurozona giuridicamente non esiste.

Dal punto di vista giuridico è definita l’Unione Europea:

«un’organizzazione internazionale politica ed economica a carattere sovranazionale, che comprende 28 paesi membri indipendenti e democratici. La sua formazione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (entrato in vigore il 1º novembre 1993)» [Fonte]

Con fede fanciullesca, i firmatari del Trattato di Maastricht avevano dato per scontato che tutti i membri aderenti l’Unione Europea avrebbero adottato una moneta comune, cosa poi smentita dai fatti. L’Unione Europea è scollata dall’insieme dei paesi che hanno adottato l’euro.

L’Unione Europea non può quindi giuridicamente rappresentare i paesi aderenti l’euro.

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«Viene informalmente detta zona euro (o, altrettanto frequentemente, eurozona o eurolandia) l’insieme degli stati membri dell’Unione europea che adottano l’euro come valuta ufficiale ovvero formano l’Unione economica e monetaria dell’Unione europea.

Le politiche monetarie dell’eurozona sono regolate esclusivamente dalla Banca centrale europea, con sede a Francoforte sul Meno. L’armonizzazione delle politiche economiche e fiscali dell’area euro è agevolata dalle periodiche riunioni dell’Eurogruppo, organismo composto dai Ministri dell’economia e delle finanze degli Stati aderenti alla valuta comune che tradizionalmente precede i vertici dell’Ecofin.» [Fonte]

L’Ecofin, composto come su detto dai ministri dell’economia e delle finanze dei paesi che hanno adottato l’euro come valuta, non ha in realtà poteri deliberanti, che spettano per definizione ai capi di governo o di stato: sono esecutori e portavoce.

Per quanto possa sembrare strano, la gestione dell’euro era quanto mai casereccia. In passato si riunivano il Governatore, il Presidente francese e la Cancelliera tedesca e decidevano cosa fare. Al momento attuale il povero Draghi non ha interlocutori politici e si deve arrangiare da solo: così poi si prenderà tutte le colpe.

In questa simpatica quanto caotica situazione il Presidente della Commissione, Mr Jean-Claude Juncker, ha avanzato quello che definisce il “suo piano“.

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«European Commission President Jean-Claude Juncker would like the EU executive to have more control over the Eurozone in the future»

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«But member states aren’t eager to give up control»

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«Jean-Claude Juncker never lets others outshine him if he spots an opportunity to give the European project a boost»

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«Indeed, the European Commission president has now come up with a project that not only transgressions the mandate given him by the leaders of the European Union member states, but also pits him against all the Eurozone finance ministers as well»

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«Juncker was supposed to reach an agreement with finance ministers from the common currency area on proposals for deepening European integration he will present at the forthcoming EU summit later this month»

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«The Eurogroup of 19 Eurozone finance ministers met in Brussels on Monday and on Tuesday it was the turn of Ecofin, which represents the EU finance ministers, but officially neither group was consulted on the Commission’s plans»

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«The timing is an expression of rivalry between the Commission and the EU member states when it comes to questions relating to the economic and currency union»

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«The clash over competencies between European institutions risks torpedoing the French president’s drive for reform»

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«Germany is preoccupied with forming a new government — and nothing much happens in Brussels without Chancellor Angela Merkel»

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«His central idea is to turn the EU bailout fund, the European Stability Mechanism, into an EU institution»

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«By turning the bailout fund into an EU institution, Juncker hopes that the Commission will have access to the ESM’s sizeable financial means»

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«Juncker’s preference would be that the Economic and Monetary Affairs Commissioner would also take over the presidency of the Eurogroup»

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«Turning the ESM into an EU institution should in theory necessitate treaty change»

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«The chances of Juncker’s proposal finding success are slim, for the simple reason that all member states must approve it»

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«It’s not clear where that money might come from»

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Questo è quanto.

La possibilità che il piano Juncker passi è virtualmente nulla.

L’Unione Europea dovrebbe decidere, cosa che difficilmente potrà fare con questa dirigenza, si diventare uno stato europeo ovvero un confederazione. In ogni caso, dovrebbe per prima cosa dotarsi di una costituzione approvata da referendum popolari da tenersi in ciascuno degli stati afferenti e di una struttura organizzativo – direzionale agile ed efficiente.


Spiegel. 2017-12-05. Juncker Seeks Greater Commission Control over Eurozone

European Commission President Jean-Claude Juncker would like the EU executive to have more control over the Eurozone in the future. But member states aren’t eager to give up control.

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Jean-Claude Juncker never lets others outshine him if he spots an opportunity to give the European project a boost. And that goes for friends and enemies alike.

Indeed, the European Commission president has now come up with a project that not only transgressions the mandate given him by the leaders of the European Union member states, but also pits him against all the Eurozone finance ministers as well.

Juncker was supposed to reach an agreement with finance ministers from the common currency area on proposals for deepening European integration he will present at the forthcoming EU summit later this month. Plans for greater EU integration are currently in vogue, a trend started by French President Emmanuel Macron, who presented his ideas for a better Europe two days after the German election in late September.

But instead of getting the finance ministers on board, Juncker has embarked on an ego trip. On Wednesday, the Commission is to present its plan without any input from the finance ministers whatsoever. The Eurogroup of 19 Eurozone finance ministers met in Brussels on Monday and on Tuesday it was the turn of Ecofin, which represents the EU finance ministers, but officially neither group was consulted on the Commission’s plans.

“The entire approach is a disaster,” one participant complained. And because the national experts had no input, it’s unlikely that EU heads of state and government will do more than simply take note of Juncker’s proposals.

The timing is an expression of rivalry between the Commission and the EU member states when it comes to questions relating to the economic and currency union. And the finance ministers aren’t likely to be impressed with the content, either. After all, the Commission’s proposals are designed to increase its own influence at the expense of the member states.

Turning the ESM into an EU Institution

But there is more at stake than just a few bruised Brussels egos. The clash over competencies between European institutions risks torpedoing the French president’s drive for reform.

For the first time in years, the French have seized the opportunity to once again set the tone in the EU. Yet, their call to arms is being met with hardly any response. Germany is preoccupied with forming a new government — and nothing much happens in Brussels without Chancellor Angela Merkel. Juncker, though, does not want to stand accused of wasting the chance to implement reforms.

His central idea is to turn the EU bailout fund, the European Stability Mechanism, into an EU institution. Up to now, it has remained an intergovernmental body, controlled by the Eurozone countries. As such, it’s the national finance ministers who have the final say, not the Economic and Monetary Affairs Commissioner Pierre Moscovici. They are the ones who decide if, when and to what extent a country that gets into financial difficulties should be helped.

By turning the bailout fund into an EU institution, Juncker hopes that the Commission will have access to the ESM’s sizeable financial means. The ESM can extend loans worth a total of half a trillion euros. In order to ensure it maintains the highest possible credit rating, member states provide the fund with 700 billion euros in paid-in capital. Juncker, of course, would like to see that capital remain in the ESM, even as his plan calls for the countries that supplied the capital to lose some of their influence over how it is spent.

Turning the ESM into an EU institution should in theory necessitate treaty change, but the Commission has come up with a way around that requirement. Article 352 of the EU Treaty, a kind of emergency clause, allows the Commission to grant itself competencies it might need.

The chances of Juncker’s proposal finding success are slim, for the simple reason that all member states must approve it. In Austria, the ESM is anchored in the constitution. And even Macron, the self-appointed EU reformer, is unenthused by the idea. France is the largest contributor to the ESM after Germany, yet according to Juncker’s plan, Paris in the future would no longer have a say in how it is used.

There is, though, a rival idea to Juncker’s and one that stands a much better chance. ESM head Klaus Regling, along with a handful of Eurozone finance ministers, want to expand the bailout fund into a kind of European Monetary Fund with broad powers for budget supervision and crisis management – an idea first proposed by former German Finance Minister Wolfgang Schäuble. The idea would be for the ESM to have a budget available to aid countries that are not officially in a bailout program but which need help to weather external shocks. One potential candidate, for example, could be Ireland, should its economy suffer drastically as a result of Brexit.

Juncker would also like to create a mechanism to deal with such cases, but with the Commission pulling the strings. He would like to see a so-called stabilization function in the EU budget with funding in the hundreds of billions of euros. It’s not clear where that money might come from, but just as in the case of the ESM, the battle lines are drawn: Should it be the Commission or the member states who decide how the money is distributed?

Juncker, though, has yet another idea that could cost a lot of money. He would like to see countries that do carry out reforms be rewarded financially. And his package contains several more elements that might provoke ire, such as the proposal for a common deposit guarantee for EU banks. Germany has long opposed such a thing, and its joined by a number of other member states. These governments don’t want to see their banks set aside capital only for it to be used to protect customers of foreign banks from the loss of their deposits.

Raising Hackles

Juncker is also seeking to avail of dozens of billions of euros in the ESM as a kind of nest egg for future bank bailouts. Experts describe this as a backstop, with the money being made available for bailing out struggling financial institutions that have not amassed enough of their own capital. Here, the Commission president is acting upon the wishes of the member states.

However, another of Juncker’s plans is raising hackles. He wants to use a Eurozone-wide figure to determine whether the Stability Pact is being adhered to. That would mean that individual countries would no longer have to keep new borrowing below 3 percent of GDP, but the common currency are as a whole, which has long been the case.

The Commission denies that it wants to weaken the Stability and Growth Pact. According to information obtained by DER SPIEGEL, however, Monetary Affairs Commissioner Moscovici has long been pushing for a greater used of aggregate figures for the whole of the Eurozone.

This idea would essentially be a blank check for countries unwilling to keep a handle on their deficits. The more some countries met their own obligations and achieve surpluses, the more debt others would be able to accrue. “That would undermine the Stability Pact,” warns Markus Ferber, financial expert with the Bavarian Christian Social Union. “The issue is not that the Eurozone is not keeping to its debt targets, but that individual countries are not.” The European Commission is also proposing to no longer use the fiscal compact. Instead the focus should be on countries reducing their public debt.

Juncker’s preference would be that the Economic and Monetary Affairs Commissioner would also take over the presidency of the Eurogroup. However, it’s highly unlikely that the irritated finance ministers are going to allow an EU commissioner tell them what to do.

As such, critical voices are not just to be found in the member states’ finance ministries. Guntram Wolff, head of Bruegel, the influential Brussels-based think tank, is also unimpressed by the proposal to merge the Economic and Monetary Affairs portfolio with the Eurogroup presidency.

That would “unduly mix the roles of the Commission and the Council,” he wrote in a Bruegel policy brief. And Wolff has major issues with the reform plans. “Juncker’s proposal would over-emphasize the Commission when fiscal policy making is national.”

Dealing with Asymmetric Shocks

Yet, Schäuble’s plans for the expansion of the ESM into a kind of European Monetary Fund with its own budget is also criticized in the brief, which was published last Friday. The former German finance minister “neglects the fact that national fiscal policy matters for the euro area,” Wolff writes.

Instead Wolff suggests developing the Eurogroup into a sort of European financial government. He envisions a permanent, full-time Eurogroup president reporting to European Parliament and representing the interests of the entire Eurozone. The Commission would continue to oversee the Eurozone member’s fiscal policies, but the Eurogroup president would have the political weight to put pressure on countries to reform.

Member states that ended up in financial difficulties through no fault of their own and which were not eligible for ESM aid could be helped via a so-called stabilization instrument as part of the EU budget, but with far less funding than that envisaged by Juncker. A fund amounting to between 50 and 70 billion euros would enable “significant support” to be provided to countries affected by so-called asymmetric shocks. “It would be insurance to support specific countries,” Wolff writes.

Meanwhile, the Eurogroup remains an informal group for now. On Monday, the 19 finance ministers gathered in Brussels to elect a new president to replace the outgoing Dutch Eurogroup head, Jeroen Dijsselbloem, who is giving up the post in January. Portugal’s Mário Centeno was elected and in his acceptance speech, he said that he looked forward to working with his peers “to form a consensus” on the Eurozone’s future.

The Portuguese finance minister now faces another election in the coming months: that for the chair of the board of governors of the ESM.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale

Trump. Export tedesco e banche nei triboli. – Handelsblatt

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-29.

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Il problema è complesso: cercheremo quindi di tratteggiarlo almeno a grandi linee.

In primo luogo, la Germania è molto meno ricca di quanto non si voglia ammettere:

Germania. Non è povera. È misera. – Financial Times

«In Germania, mentre il pil ppa procapite ammonta a 45,802.12 Usd, il pil ppa mediano vale 16,534.50 Usd. In altri termini, metà della popolazione tedesca deve vivere con un potere di acquisto inferiore a 16,534.50 Usd l’anno.»

In una situazione del genere, più della metà dei tedeschi semplicemente non ha disponibilità di denaro da allocare nel sistema bancario.

In secondo luogo, la Banca Centrale Europea, ECB, sta tenendo da anni tassi di interesse nulli o negativi: in altri termini, si paga per tenere il denaro depositato. Così facendo Ecb favorisce gli stati membri dell’Unione Europea oberati da ingente debito pubblico, ma penalizza severamente le banche, le quali vivono proprio sugli interessi che percepiscono sui crediti concessi.

In terzo luogo, le banche europee si trovano di conseguenza nella concreta impossibilità di finanziare il sistema produttivo, bloccandone non solo lo sviluppo, ma limitandone anche la capacità di sopravvivenza. Nel favorire Ecb il pubblico, nel contempo esse penalizza produzione e privato. Una scelta politica di grande peso sul sistema economico e finanziario.

In quarto luogo, svalutando di fatto il valore del dollaro americano, Mr Trump sta infliggendo al sistema produttivo ed all’export tedesco un danno devastante. A questo mondo i tedeschi non sono gli unici a produrre macchinari industriali ed un euro forte equivale ad una dazio generalizzato a livello mondiale su tutta la loro produzione. Elemento questo che costituisce una forte dissuasione sui potenziali clienti.

In quinto luogo, per poter cercare di competere sul mercato, le industrie esportatrici tedesche richiedono i necessari crediti alle banche dei paesi nei quali esportano. Ma in questa maniera mica che abbiano i tassi di interesse nulli: pagano dal 7% al 12%, che vada loro bene. Ma questi tassi di interesse falcidiano completamente i loro margini di guadagno.

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Handelsbatt, giornale della confindustria tedesca, propone il caso della Wirtgen Group, dimenticandosi però di riferire un particolare di non trascurabile importanza.

«Wirtgen Group is an international operating German company in the construction industry. The company’s core business is the development and production of machinery for road construction and maintenance.

Wirtgen Group employs around 7,000 people around the world. It also has local manufacturing plants in Brazil, China, and India, 55 distribution and service offices and over 150 authorized dealers around the globe.

In 2017, Wirtgen Group entered into a definitive agreement with John Deere to be purchased for $5.2 Billion.» [Fonte]

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Già.

Il Gruppo Wirtgen è nominalmente tedesco, ma è stato acquisto per 5.2 miliardi di Usd dalla John Deere.

«Deere & Company (brand name John Deere) is an American corporation that manufactures agricultural, construction, and forestry machinery, diesel engines, drivetrains (axles, transmissions, gearboxes) used in heavy equipment, and lawn care equipment. In 2016, it was listed as 97th in the Fortune 500 America’s ranking and was ranked 364th in the global ranking in 2016. John Deere also provides financial services and other related activities» [Fonte]

La John Deere è una ditta con revenue di 26.644 miliardi Usd, net income di 1.524 miliardi Usd, ed un capitale totale di 57.981 miliardi.

La John Deere ha ottenuto un simile risultato impiegando soltanto 56,767 dipendenti.

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In realtà, la John Deere non ha proprio difficoltà ad accedere al credito, ed a quello in valuta americana.

Nei triboli è la sua branca tedesca, non certo la holding.

E questa mattina il cambio Eur/Usd valeva 1.1981.

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Conclusione.

Le ideologie fanno pagare un prezzo elevato, smisurato poi se fossero anche utopiche.

La conduzione economica fatta da Frau Merkel nei suoi lunghi anni di cancellierato hanno costretto la Germania a svendere molti dei suoi apparati produttivi, ed alla fine gli scotti si pagheranno carissimi.

Se i micro e mini investitori sono abbacinati da quel monopoli che è la borsa tedesca, da tempo gli investitori strategici, quella dal miliardo in su, per intenderci, investono in Germania non per intraprendere nuove attività, bensì per rilevarne quelle in essere, appropriarsi del know-how, e prepararsi alla fuga. Questa categoria di investitori si rende perfettamente conto di quanto la crisi demografica da mancate nascite desertificherà la Germania nel breve volgere di qualche lustro.

Pensateci sopra bene:

«In Germania, mentre il pil ppa procapite ammonta a 45,802.12 Usd, il pil ppa mediano vale 16,534.50 Usd. In altri termini, metà della popolazione tedesca deve vivere con un potere di acquisto inferiore a 16,534.50 Usd l’anno.»


Handelsblatt. 2017-08-27. The Export Champions German Banks Won’t Bet On

German manufacturers are struggling to find financing for smaller export contracts, putting them at a disadvantage against rivals in the US, France and Korea.

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The purchase order came from Buenos Aires: three machines for road construction, with a price tag of €2.5 million ($3 million). It’s an ordinary transaction for the Wirtgen Group, a global leader in the market of road-building machines.

Since the 2015 political power shakeup in Argentina, there’s been a lot of infrastructure renewal there, meaning lots of demand for Wirtgen’s road construction machines and tarmac rollers. The construction equipment manufacturer has received more than three dozen such Argentinian orders worth between €500,000 and €4.5 million since 2015, but the success has also caused a headache: trade financing is problematic or impossible.

“The banks’ credit offers for smaller orders are not adequate,” said Reimund Felderhoff, business manager of Wirtgen GmbH, the company’s subsidiary responsible for street construction machinery. “We are financing our orders from Latin America 100 percent through our own supplier loans.”

The fact that a company with a turnover of €2.6 billion and an export share of about 90 percent in auxiliary construction is having this problem isn’t an exception. For many German industrial companies, especially the small and medium-sized, family-owned businesses known as Mittelstand, this financing hang-up is a real problem. “Many banks are no longer offering any financing,” said Ulrich Ackermann, foreign trade expert of the VDMA mechanical engineering association. This is particularly true for orders up to €5 million – so-called “small tickets.”

Pubblicato in: Banche Centrali, Economia e Produzione Industriale, Finanza e Sistema Bancario, Senza categoria, Trump, Unione Europea

Intesa San Paolo nei triboli per il prestito a Rosneft.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-27.

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Il problema dovrebbe essere noto.

Rosneft. Роснефть. Chi la possiede e chi la comanda.

Germania. L’ex-cancelliere Spd Schröder nel board della russa Rosneft.

Cina. Quanzhou. I Brics decidono cosa farsene dell’Occidente.

Erdogan. Turki in Germania non votate Frau Merkel.

Giovanni P. Dieselgate. Braccio di ferro Usa – Germania. L’Italia latita.

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Rosneft, Intesa Sanpaolo in prima fila. Maxi-prestito a Glencore e Qatar

«Il consorzio internazionale acquisisce il 19,5% del colosso energetico russo. Dal gruppo italiano fino a 5,2 miliardi. L’interesse dei gruppi internazionali.

Intesa Sanpaolo ha vinto la partita: supporta con un finanziamento fino a un massimo di 5,2 miliardi di euro il consorzio formato da Glencore, leader mondiale nell’attività di produzione e trading di materie prime, e dal Fondo sovrano del Qatar (Qia) per l’acquisizione del 19,5% del capitale di Rosneft. Valore complessivo dell’operazione 10,2 miliardi di euro.»

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«Glencore couldn’t come up with its half of the Capital by the way, so a Russian Bank floated it a “bridge loan”, until the Italian Bank could approve the Glencore loan — in spite of the Sanctions on the “collateral”»

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Bene. Banca Intesa San Paolo ha dovuto chiedere il permesso alla Banca Centrale per erogare il prestito alla Rosneft, che è colpita sia dalle sanzioni generiche sia da quelle specifiche ad personam. In poche parole: fare un prestito a quella società è uno dei peggiori reati configurabili all’interno dell’Unione Europea.

Ma omnia munda mundis, dice la Europa Unita: se il prestito fa bene alla Germania è cosa buona, giusta e salutare. Ma questo vale solo nell’Unione Europea.

Non è vero che siano due pesi e due misure: la presenza tedesca santificherebbe anche satanasso in persona. Ma gli altri cosa ne pensano. Quanto vale Frau Merkel?

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Ma l’Eurozona è solo un decimo dell’economica mondiale. E l’Italia è un settimo dell’economia europea.

Fuori dall’Unione Europea c’è il mastino che morde.

«Italian bank Intesa Sanpaolo has encountered problems syndicating a loan to Glencore and Qatar’s wealth fund to finance their purchase of a stake in the Kremlin-controlled oil major Rosneft because of new U.S. sanctions against Russia»

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«Four banking sources told Reuters that Western banks including from the United States and France have so far put on hold their participation in the syndication of the 5.2 billion euro ($6.13 billion) loan that Intesa provided last year»

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«Intesa (ISP.MI) invited about 15 banks to join the loan when it opened the syndication in May»

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«The banking sources said their compliance departments needed to understand the new sanctions»

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«they are wary of damaging their relations with Saudi Arabia and the other three Gulf nations embroiled in the dispute.»

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«the syndication was complicated by a political stand-off between Qatar and Saudi Arabia»

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Ricapitoliamo.

– Prendiamo atto che Banca Intesa San Paolo non è in grado di erogare un prestito di 5.2 miliardi di euro, cifra miserrima per una banca.

– Prendiamo atto che le altre banche a livello mondiale si siano rifiutata di partecipare in compagnia di Banca Intesa San Paolo in un’operazione illegale, perché viola le sanzioni contro la Russia.

– Prendiamo atto come due paesi relativamente piccoli, quali l’Arabia Saudita ed il Qatar, possano condizionare l’operato di una banca dell’Unione Europea, infischiandosene palesemente degli interessi tedeschi e di Frau Merkel.

– Prendiamo infine atto che a Mr Trump basta fare una leggina piccola piccola a Washington per bloccare l’Unione Europea.

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A questo punto verrebbe da chiedersi: ma Frau Merkel chi mai crede di essere?

Nota.

Non si sa dove sia e cosa stia facendo il Governo italiano.


Reuters. 2017-08-26. Exclusive: Russia sanctions disrupt Italian bank’s 5 billion euro loan deal

LONDON/MILAN (Reuters) – Italian bank Intesa Sanpaolo has encountered problems syndicating a loan to Glencore and Qatar’s wealth fund to finance their purchase of a stake in the Kremlin-controlled oil major Rosneft because of new U.S. sanctions against Russia.

Four banking sources told Reuters that Western banks including from the United States and France have so far put on hold their participation in the syndication of the 5.2 billion euro ($6.13 billion) loan that Intesa provided last year.

Intesa (ISP.MI) invited about 15 banks to join the loan when it opened the syndication in May. A loan of this size would normally take between four and six weeks to syndicate, though deals involving emerging markets can sometimes take a few weeks longer.

The banking sources said their compliance departments needed to understand the new sanctions.

They also said the syndication was complicated by a political stand-off between Qatar and Saudi Arabia. Banks are taking a more cautious approach to deals involving Qatar as they are wary of damaging their relations with Saudi Arabia and the other three Gulf nations embroiled in the dispute.

“The syndication is stuck because of new U.S. sanctions on Russia. The new sanctions are so wide-reaching that they will surely impact all similar deals involving Russian state firms,” said a London-based source with a large Western bank invited by Intesa to participate in the syndication.

Intesa, Italy’s largest retail bank, declined to comment. The banking sources did not want themselves or their banks to be named because they were not cleared to speak about the deal and because talks between Intesa and the banks about the syndication are confidential.

Pubblicato in: Banche Centrali, Unione Europea

Eu. Allo studio il blocco totale dei conti correnti. – Reuters

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-07.

EuroTower 002

«Many states supported a suspension of payouts only during the so-called resolution of a failing bank – the process which imposes losses on lenders’ investors and possibly also uninsured depositors, while preserving the continuity of the banking activities»

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«European Union states are considering measures which would allow them to temporarily stop people withdrawing money from their accounts to prevent bank runs»

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«The move is aimed at helping rescue lenders that are deemed failing or likely to fail, but critics say it could hit confidence and might even hasten withdrawals at the first rumors of a bank being in trouble»

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«Giving supervisors the power to temporarily block bank accounts at ailing lenders is “a feasible option,” a paper prepared by the Estonian presidency of the EU said, acknowledging that member states were divided on the issue»

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«The desire is to prevent a bank run, so that when a bank is in a critical situation it is not pushed over the edge»

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«Approval of EU lawmakers would be required for any final decision.»

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«The plan, if agreed, would contrast with legislative proposals made by the European Commission in November that aimed to strengthen supervisors’ powers to suspend withdrawals, but excluded from the moratorium insured depositors»

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«Existing EU rules allow a two-day suspension of some payouts by failing banks, but the moratorium does not include deposits»

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Quando il medico curante sollecita il paziente a fare testamento fino a tanto che sia in tempo, sembrerebbe essere un segno prognostico non buono.

Se sia del tutto ragionevole che vi siano leggi e regolamenti da applicare in corso di un crack bancario, sembrerebbe anche lecito non aspettarselo così drastico: il blocco totale è misura da codice di guerra.

Vi è anche una possibile ambiguità, che se non s risolta al momento della stesura del documento potrebbe aggiungere chaos a chaos. La bozza è ambigua nel definire chi sia l’ente “supervisor”.

Usualmente tale attività è svolta dalle banche centrali dei singoli stati, ma dal testo sembrerebbe emergere anche un potere esecutivo della banca centrale europea.

Se tutti siamo di accordo che nessuna banca centrale di un singolo stato possa prendere decisioni di tale portata senza aver previamente consultato l’Ecb, dovremmo nel contempo concordare come sia ben altra musica che l’Ecb possa agire di sua iniziativa.

Una ultima considerazione.

I passeggeri non si sentono certo rassicurati nel vedere l’equipaggio, capitano in testa, indossare i giubbotti di salvataggio ed inerpicarsi sulle scialuppe di salvataggio.

L’aria che si respira in Ecb è sempre più pesante.


Reuters. 2017-08-05. EU explores account freezes to prevent runs at failing banks

BRUSSELS (Reuters) – European Union states are considering measures which would allow them to temporarily stop people withdrawing money from their accounts to prevent bank runs, an EU document reviewed by Reuters revealed.

The move is aimed at helping rescue lenders that are deemed failing or likely to fail, but critics say it could hit confidence and might even hasten withdrawals at the first rumors of a bank being in trouble.

The proposal, which has been in the works since the beginning of this year, comes less than two months after a run on deposits at Banco Popular contributed to the collapse of the Spanish lender.

It also come amid a bitter wrangle among European countries over how to deal with troubled banks, roughly a decade after a financial crash that required the European Central Bank to print billions of euros to prevent a prolonged economic slump.

Giving supervisors the power to temporarily block bank accounts at ailing lenders is “a feasible option,” a paper prepared by the Estonian presidency of the EU said, acknowledging that member states were divided on the issue.

EU countries which already allow a moratorium on bank payouts in insolvency procedures at national level, like Germany, support the measure, officials said.

“The desire is to prevent a bank run, so that when a bank is in a critical situation it is not pushed over the edge,” a person familiar with German government’s thinking said.

To cover for savers’ immediate financial needs, the Estonian paper, dated July 10, recommended the introduction of a mechanism that could allow depositors to withdraw “at least a limited amount of funds.”

Banks, though, say it would discourage saving.

“We strongly believe that this would incentivize depositors to run from a bank at an early stage,” Charlie Bannister of the Association for Financial Markets in Europe (AFME), a banking lobby group, said.

The Estonian proposal was discussed by EU envoys on July 13 but no decision was made, an EU official said. Discussions were due to continue in September. Approval of EU lawmakers would be required for any final decision.

INSURED DEPOSITS

The plan, if agreed, would contrast with legislative proposals made by the European Commission in November that aimed to strengthen supervisors’ powers to suspend withdrawals, but excluded from the moratorium insured depositors, which under EU rules are those below 100,000 euros ($117,000).

Under the plan discussed by EU states, pay-outs could be suspended for five working days and the block could be extended to a maximum of 20 days in exceptional circumstances, the Estonian document said.

Existing EU rules allow a two-day suspension of some payouts by failing banks, but the moratorium does not include deposits.

The Commission, which declined to comment on the discussion, had previously excluded insured deposits from the scope of the moratorium tool fearing it “may have a negative impact on market confidence,” according to a press release published in November.

Many states supported a suspension of payouts only during the so-called resolution of a failing bank – the process which imposes losses on lenders’ investors and possibly also uninsured depositors, while preserving the continuity of the banking activities, the document said.

Most countries opposed bolder plans for an early moratorium.

Pubblicato in: Banche Centrali, Unione Europea

Rep Ceka. Dopo essersi sganciata dall’euro alza il tasso repo.

Giuseppe Sandro Mela.

2017-08-04.

Praga 001

Tutti parlano di Europa Unita e di Eurozona, ma intanto la Banca Centrale Europea fa nei fatti gli interessi di tedeschi e francesi. Qualche briciolotto ai paesi mediterranei, ma solo e soltanto briciole.

Ed i governi dell’eurozona ci vanno alla grande.

Per nostra disgrazia, l’Ecb è succube di questi politici che formano la dirigenza europea.

Il coraggio dei paesi del Visegrad è ammirevole.

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«Ricordiamo come nell’aprile scorso la divisa ceca sia stata sganciata dall’euro, dopo essere stata ancorata alla moneta unica per tre anni onde evitare un eccessivo rialzo della corona»

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«Mentre la Bce prende tempo sulla sua exit strategy, dichiarando che una riduzione del Qe è prematura perché l’inflazione non morde, nella Ue c’è qualcuno che ha fatto la prima storica mossa sul fronte tassi»

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«La Banca Centrale della Repubblica Ceca ieri ha dato il via alla stretta monetaria europea, aumentando il tasso repo a due settimane allo 0,25%, con un incremento di 0,20 punti percentuali»

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«L’ultima mossa rialzista in Europa era stata fatta dalla Banca centrale polacca nel 2012»

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«Nel Paese con il minor tasso di disoccupazione della Ue, il costo della vita galoppa infatti al di sopra del 2%, accompagnato da un inevitabile aumento dei salari»

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«Si tratta comunque di un passo storico, perché «rappresenta l’inizio di una graduale stretta monetaria, …. c’è una crescente possibilità di assistere a un secondo rialzo dei tassi cechi entro la fine dell’anno»

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«L’istituto centrale ceco ha anche aggiornato le sue previsioni di crescita economica per il 2017 dal 2,9 al 3,6% e migliorato le stime per il prossimo anno dal 2,8 al 3,2 per cento. La sua previsione di crescita per il 2019 è del 3,1 per cento.»

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Considerazioni.

– Le nazioni che si sono elette governi onesti e capaci non possono far altro che andare bene: una crescita economica del 3.6 non è un traguardo irraggiungibile, anzi. Basta solo volerlo.

– La Banca Centrale Europea è la dimostrazione vivente dell’incongruità di una banca centrale a gestire in modo unitario una realtà socioeconomica marezzata. È semplicemente impossibile fare una politica monetaria che soddisfi simultaneamente i paesi del nord e quelli del sud Europa: essi hanno esigenze divergenti.

– Gli organismi dell’Eurozona sono succubi dei desideri tedeschi e francesi: ma questa egemonia franco-tedesca sta massacrando il resto dell’Europa.


Sole 24 Ore. 2017-08-04. Praga inaugura la nuova era sui tassi: in Repubblica Ceca prima stretta monetaria nella Ue

Mentre la Bce prende tempo sulla sua exit strategy, dichiarando che una riduzione del Qe è prematura perché l’inflazione non morde, nella Ue c’è qualcuno che ha fatto la prima storica mossa sul fronte tassi. La Banca Centrale della Repubblica Ceca ieri ha dato il via alla stretta monetaria europea, aumentando il tasso repo a due settimane allo 0,25%, con un incremento di 0,20 punti percentuali: è la prima volta dopo 9 anni. I nuovi tassi di interesse sono in vigore da oggi, 4 agosto. L’ultima mossa rialzista in Europa era stata fatta dalla Banca centrale polacca nel 2012.

Immediata la reazione della corona ceca, che si è rafforzata sui massimi da tre mesi toccando la soglia psicologica di 26 corone per euro. Ricordiamo come nell’aprile scorso la divisa ceca sia stata sganciata dall’euro, dopo essere stata ancorata alla moneta unica per tre anni onde evitare un eccessivo rialzo della corona. Una politica di difesa del cambio simile a quella portata avanti dalla Banca nazionale svizzera fino al gennaio 2015.

Ma torniamo al primo rialzo dei tassi Ue: è stata in particolare la corsa dell’inflazione ad armare la mano della Banca centrale Ceca. Nel Paese con il minor tasso di disoccupazione della Ue, il costo della vita galoppa infatti al di sopra del 2%, accompagnato da un inevitabile aumento dei salari. La mossa di Praga era quindi abbastanza scontata, anche se solo la metà di un panel di analisti interpellato da Bloomberg l’aveva prevista così presto. «A differenza dell’eurozona qui i salari corrono – ha spiegato il Governatore della Banca centrale Ceca, Jiri Rusnok – anche in virtù di livelli record di occupazione». E con un Pil che si prevede cresca quest’anno del 3,6%, quasi il triplo di quello italiano, per Rusnok era difficile restare inattivo.

Si tratta comunque di un passo storico, perché «rappresenta l’inizio di una graduale stretta monetaria», come sottolinea da Londra Liam Carson, analista di Capital Economics, aggiungendo che «c’è una crescente possibilità di assistere a un secondo rialzo dei tassi cechi entro la fine dell’anno». Praga comunque si muoverà con cautela, spiega Natalia Kornela Setlak, analista di Nordea Markets, «ma grazie al rialzo dei tassi dovrebbe riuscire a raffreddare il rialzo dei prezzi e l’apprezzamento della corona». L’istituto centrale ceco ha anche aggiornato le sue previsioni di crescita economica per il 2017 dal 2,9 al 3,6% e migliorato le stime per il prossimo anno dal 2,8 al 3,2 per cento. La sua previsione di crescita per il 2019 è del 3,1 per cento.