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M5S. I senatori Grassi, Lucidi e Urraro passano alla Lega.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-13.

Fuga 001

E siamo solo agli inizi.

«I senatori Cinque Stelle Ugo Grassi, Stefano Lucidi e Francesco Urraro hanno formalizzato l’addio al Movimento aderendo al gruppo della Lega»

«La notizia è stata data con due distinte note, una stamattina e una in serata, dal partito di Matteo Salvini»

«Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà, ha idee positive per l’Italia e non è succube del Pd. Su riforma ed efficienza della giustizia e rilancio delle università italiane»

«Il punto e’ che il mio dissenso non nasce da un mio cambiamento di opinioni, bensì dalla determinazione dei vertici del Movimento di guidare il paese con la granitica convinzione di essere i depositari del vero e di poter assumere ogni decisione in totale solitudine. Gli effetti di questo modo di procedere sono così gravi ed evidenti (a chi vuol vedere) da non dover neppure essere esposti. Basti l’esempio della gestione dell’ex ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi. Oggi, forte di una reciproca stima costruita nei mesi appena trascorsi, la Lega, Partito sardo d’azione – Salvini premier mi offre, a fronte di un evidente fallimento della mia iniziale esperienza, una seconda opportunità per raggiungere quegli obiettivi» [Ugo Grassi]

«L’impossibilità di intervenire sulle ragioni strutturali della giustizia e sulle necessarie e non più rinviabili riforme nel settore mi ha indotto ad iniziare questo percorso con la Lega con cui si era avviata una proficua interlocuzione sui temi. [Francesco Urraro]

«Sono onorato di iniziare questo percorso politico sia a livello nazionale sia locale con i tanti colleghi umbri in regione e nei vari consigli comunali» [Stefano Lucidi]

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Mr Di Maio e Mr Zingaretti possono inveire a piacere con quelli che stanno abbandonando il movimento cinque stelle.

Stanno solo facendo quello che già hanno già fatto gli Elettori.

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M5s, i senatori Grassi, Lucidi e Urraro passano alla Lega

Salvini dà “il benvenuto” ai transfughi annunciando “porte aperte a chi non è succube del Pd”. Di Maio fuorioso: “Dicano quanto costa al kg un senatore” per il Carroccio.

I senatori Cinque Stelle Ugo Grassi, Stefano Lucidi e Francesco Urraro hanno formalizzato l’addio al Movimento aderendo al gruppo della Lega. La notizia è stata data con due distinte note, una stamattina e una in serata, dal partito di Matteo Salvini: “Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà, ha idee positive per l’Italia e non è succube del Pd. Su riforma ed efficienza della giustizia e rilancio delle università italiane”.

Grassi ha scritto una lettera in cui dice: “Il punto e’ che il mio dissenso non nasce da un mio cambiamento di opinioni, bensì dalla determinazione dei vertici del Movimento di guidare il paese con la granitica convinzione di essere i depositari del vero e di poter assumere ogni decisione in totale solitudine. Gli effetti di questo modo di procedere sono così gravi ed evidenti (a chi vuol vedere) da non dover neppure essere esposti. Basti l’esempio della gestione dell’ex ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi. Oggi, forte di una reciproca stima costruita nei mesi appena trascorsi, la Lega, Partito sardo d’azione – Salvini premier mi offre, a fronte di un evidente fallimento della mia iniziale esperienza, una seconda opportunità per raggiungere quegli obiettivi”.

Senato, Grassi lascia M5s per la Lega. Di Maio: ”Ci dicano quanto costa al chilo un senatore”

“L’impossibilità di intervenire sulle ragioni strutturali della giustizia e sulle necessarie e non più rinviabili riforme nel settore mi ha indotto ad iniziare questo percorso con la Lega – dice Urraro – con cui si era avviata una proficua interlocuzione sui temi”. “Sono onorato di iniziare questo percorso politico – dice Lucidi – sia a livello nazionale sia locale con i tanti colleghi umbri in regione e nei vari consigli comunali”.

Immediata e durissima la reazione del leader del Movimento 5 stelle: “Se queste persone vogliono lasciare il M5S – tuona Luigi Di Maio – perché pensano che non ne avranno abbastanza potere, allora passino alla Lega ma non raccontino balle ai cittadini. Il tema” del loro addio “non è il Mes, gli hanno promesso qualcosa, un seggio o altro. Dicano quanto costa al kg un senatore per la Lega. Questa è la solita dinamica dei voltagabbana degli ultimi 20 anni e che noi, come M5S, abbiamo sempre combattuto”.

“Se ci sono senatori come Grassi, che è appena passato alla Lega, – aggiunge DI Maio – evitino di utilizzare una cosa non vera come il Mes: consegnino una bella lettera al presidente del Senato e dicano semplicemente che vogliono cambiare casacca e tradire il mandato che i cittadini gli hanno dato. Non c’è nulla di male. Ma vadano a casa, altrimenti a quella lettera alleghino anche un listino prezzi sul mercato delle vacche”.

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Governo, Conte ai delusi del M5s: “Chi va con Salvini aspetterà anni”

Conte: “Auguro al senatore Ugo Grassi di avere più fortuna di me. Io ci ho lavorato con Salvini e non è che abbia ottenuto grandi risultati”

Conte ai delusi del M5s: “Non scommetterei su Salvini”

Dal Consiglio europeo di Bruxelles Giuseppe Conte lancia un messaggio ai tre senatori fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle: “Non scommetterei su Salvini”. “Auguro al senatore Ugo Grassi di avere più fortuna di me. Io ci ho lavorato con Salvini e non è che abbia ottenuto grandi risultati”. In un’intervista a La Stampa di Torino, rilasciata a Bruxelles tra la prima sessione del Consiglio europeo e la cena con gli altri leader, il premier Giuseppe Conte commenta così l’immagine dello sfaldamento del M5s, attenendosi “ ai riscontri numerici che ci sono stati alla Camera e in Senato…”.
Dal fronte dell’opposizione moderata, tra gli eletti di Forza Italia, vengono lanciati aperti segnali di disponibilità su un gruppo di soccorso alla governo. “Se si dichiarano responsabili e si comportano da responsabili farò delle valutazioni conseguenti”, dice il premier. “Ma vedremo se e quando si profilerà un’ipotesi del genere”. Tuttavia Conte ammonisce in questo modo i transfughi: “Chi scommette su Salvini deve mettere in conto che dovrà aspettare molto di più per dare il proprio contributo. Con questo governo invece può già lavorare. Non voglio giudicare le singole scelte dei parlamentari come Grassi”.

Nel colloquio con il quotidiano torinese, Conte fa “un ragionamento politico” che è rivolto “a tutti quanti”, e cioè “a chi forse fino a oggi ha sentito di non essere riuscito a dare un contributo, come avrebbe voluto”. E promette: “Da qui al 2023 vogliamo riformare il Paese. In cantiere c’è il Green New Deal, la giustizia in tutti i suoi pilastri, la riduzione della burocrazia che attraverserà qualunque settore. Si tratta di un grande progetto riformatore in cui tutte le competenze e tutte le sensibilità potranno trovare ascolto”, assicura lusingando le aspettative di ciascun deputato o senatore dubbioso.
Quindi il premier lancia un affondo “sulla sensibilità istituzionale di Salvini”, sulla quale precisa “mi sono già pronunciato tante volte” per poi aggiungere: “Mi limito a osservare che ce la sta mettendo tutta, fossi in lui non disperderei ogni energia, ne conserverei qualcuna…”, riferendosi ai segnali lanciati di voler accogliere tra le fila della Lega i tentennanti dei 5Stelle, e augurandosi nello stesso tempo “che le attuali forze della maggioranza si dividano ulteriormente…”.
Quanto al discorso pronunciato ieri da Matteo Renzi in Senato sulle modalità e le necessità di finanziamento della politica, Conte si limita a dire che “non tornerei al passato, a forme di finanziamento diretto e considero giusto rendere trasparente ogni tipo di sostegno economico che arriva a un partito, anche attraverso fondazioni collegate”. Detto ciò, il premier si fida o no di Renzi? Risposta: “Fino a prova contraria, mi fido di tutti quelli che stanno lavorando con me, con atteggiamento coinvolgente”. 

Manovra, Conte sulle tasse: “Dobbiamo tagliare, tagliare, tagliare”

Giuseppe Conte ​torna sulla esigenza di ridurre le tasse: “Dobbiamo tagliare, tagliare, tagliare”, dice in un colloquio con il quotidiano La Stampa realizzato a Bruxelles tra la prima sessione del Consiglio europeo e la cena con gli altri leader. Sul tema degli investimenti, Conte dice “non sono per nulla soddisfatto, dobbiamo fare di più”. Il premier a Bruxelles è riuscito a strappare sul Mes all’Europa uno slittamento fino a marzo e forse un altro fino a giugno. Ma sul punto preferisce dire “non ci diamo un tempo stabilito” optando per la soluzione che “quando avremo ottenuto tutte le garanzie necessarie, in un quadro di insieme con le altre riforme, procederemo”.

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Zingaretti avverte Di Maio e Renzi: “Alleati leali o finisce la pazienza”

Il segretario del Pd: “Conte guidi la cordata”

Governo: Zingaretti, Conte proponga agenda condivisa – “Al premier Conte chiediamo di proporre un’agenda condivisa”, da portare avanti “non solo con le forze di maggioranza ma anche con le forze sociali, del lavoro e del mondo produttivo”. Lo ha detto Nicola Zingaretti aprendo la Direzione del Pd. “Abbiamo chiesto con spirito costruttivo una nuova agenda condivisa, un appello che è stato raccolto da Conte – ha poi ricordato il leader dem – facciamolo nascere questo patto, anche con le forze sociali, con gli amministratori, le imprese, il terzo settore”.

Zingaretti ad alleati, Pd leale a Conte ma pazienza ha limite – “Siamo leali al premier ma agli alleati chiediamo la stessa lealtà”. Lo ha detto il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, aprendo la Direzione del partito. Una lealtà che, per il leader dem, va “ricostruita senza concedere nulla alla propaganda” e avendo ben presente che “la pazienza ha un limite, quello della sopportazione”. E’ necessario “andare aventi” ma senza “restare fermi in un eterno presente”, altrimenti il rischio è di “camminare nel vuoto”.

Zingaretti: non minaccio crisi ma alleati non avversari – “Non sarò io ad alimentare distinguo o minacciare crisi ma basta scaricare sulla maggioranza crisi interne ai partiti. Una coalizione è una alleanza tra diversi, rispettiamo le diversità ma” si deve essere “alleati e non avversari, una coalizione è anche espressione pubblica di comunità di intenti che vogliamo costruire insieme”. Lo ha detto Nicola Zingaretti aprendo la Direzione del Pd.

Zingaretti: non minaccio crisi ma alleati non avversari – “Non sarò io ad alimentare distinguo o minacciare crisi ma basta scaricare sulla maggioranza crisi interne ai partiti. Una coalizione è una alleanza tra diversi, rispettiamo le diversità ma” si deve essere “alleati e non avversari, una coalizione è anche espressione pubblica di comunità di intenti che vogliamo costruire insieme”. Lo ha detto Nicola Zingaretti aprendo la Direzione del Pd.

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Pd, Zingaretti ‘bacchetta’ gli alleati

“Non sono io ad alimentare i distinguo o a minacciare crisi, ma devo essere chiaro sulla posizione del Pd, e agli alleati dico: bisogna smetterla di scaricare sulla maggioranza i problemi interni”. Nicola Zingaretti ‘bacchetta’ gli alleati nel corso della Direzione del Pd. Il governo, spiega ancora, deve ora “alzare l’asticella, convincere gli italiani che siamo in grado di dare una risposta strategica ai loro problemi”. Sulla manovra, tuona, “se di fronte all’impegno del Pd le altre forze della maggioranza avessero avuto analogo stile e impegno, una buona dose di polemiche ce le saremmo risparmiate e ci sarebbe stato tempo per tutti i passaggi parlamentari”. No, quindi, “a ricatti, ultimatum o scambi ma trasparenza di chi assume le proprie responsabilità indicando una strada maestra per un governo che deve essere tale”. “Non sono un esperto – continua -, ma una cordata scala una parete se procede insieme e per le forze politiche vale la stessa cosa, il premier deve guidare questa cordata. Noi saremo i più leali ma la stessa lealtà la chiediamo ai nostri alleati”.

“Lasciamo perdere la riedizione di contratti, sanno di film in bianco e nero”, servono “pochi traguardi, pochi provvedimenti che giudichiamo fondamentali per imprimere alla legislatura un scatto necessario”, dice, parlando dell’agenda 2020 di governo. In ogni caso, spiega ancora Zingaretti, “continuiamo a credere nell’impianto politico di questa maggioranza, non un contratto ma un accordo politico-programmatico tra forze diverse ma alleate che devono dare certezze all’Italia”.

Serve, spiega ancora Zingaretti, una “alternativa a questa legge elettorale che giudico pessima perché non da alcuna garanzia e può portare a gravi squilibri”. Bisogna fare una “riforma elettore non per danneggiare gli avversari e in tempi brevi, prima del giudizio della Consulta sul referendum Calderoli”, ha premesso il segretario del Pd che ha riassunto i passaggi dell’intesa raggiunta nella maggioranza. “Dobbiamo cercare un punto intesa ampio in Parlamento”, ha sollecitato Zingaretti chiedendo tra l’altro “il diritto di voto ai fuori sede”.

E per quanto riguarda il Pd, il partito deve “iniziare l’anno politico con un appuntamento di confronto e una discussione con i gruppi dirigenti, la delegazione di governo, i gruppi parlamentari, gli amministratori per costruire la nostra proposta del 2020”.

La Direzione del Pd si è conclusa approvando all’unanimità la relazione del segretario.

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Regno Unito. Trionfo di Johnson, ma débâcle per i liberal socialisti europei.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-13.

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Sicuramente Mr Johnson ha ottenuto un trionfo elettorale, specie poi se lo si volesse confrontare con lo sconfortante risultato ottenuto a suo tempo da Mrs May, che fu la vergogna del Regno Unito. Un Premier che piange non serve proprio agli inglesi.

È stato un referendum plebiscitario sia nei confronti di Mr Johnson, sia a favore della Brexit: comme d’habitude, i laburisti e tutti i liberal socialisti europei si affannavano a dire che gli inglesi non avrebbero voluto la Brexit, ma anche questa volta gli Elettori li hanno sbugiardati alla grande. Si deve credere vero solo l’opposto di quanto sostengano.

Così, Mr Johnson ha stravinto nonostante la turpe campagna mediatica svolta contro di lui e contro la Brexit.

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Mr Corbyn ha subito una severa débâcle: così severa che lo ha ridotto ai minimi termini.

Elezioni Uk 2019, processo a Corbyn nei Labour. Swinson si dimette nei Lib Dem

«Uno shock” è la parola più ricorrente tra le fila dei laburisti in questa lunga notte elettorale britannica. …. rischiano di andare perdute anche alcune roccaforti, per esempio nell’Inghilterra del Nord e in Galles …. si sente già un forte rumore di fondo da resa dei conti: sul banco degli imputati, ovviamente, c’è Jeremy Corbyn. …. #CorbynOut, via Corbyn, animato dagli stessi laburisti, tra le cui fila brucia forte il fatto di aver messo a segno il peggior risultato dal 1935.»

«E’ colpa di un solo uomo, della sua campagna, del suo manifesto, della sua leadership …. Non ho mai immaginato che potessimo scendere sotto i 200 seggi. Questo è Corbyn …. Paese non ha apprezzato fino in fondo il “libretto rosso” di Corbyn: la nazionalizzazione dell’energia, della rete idrica, delle poste e delle ferrovie, quella grande “riforma radicale” che a molti è suonato come la sinistra dei tempi che furono …. alle prossime elezioni non sarà a guida del Partito»

«Non abbiamo voluto capire che tanti dei nostri che avevano votato Leave meritavano di essere ascoltati”»

Già.

È una caratteristica tipica dei liberal socialisti, nella loro smisurata superbia, credersi i sommi depositari della verità al punto tale che sarebbe del tutto inutile chiedere alla gente comune cosa mai pensasse. Poi, però, alle elezioni la gente comune vota, e li bastona. Allora iniziano a lamentarsi che il popolo non li avrebbe capiti.

Ma se Mr Corbyn non scherza, Mrs Ursula von der Leyen mica che gli sarrebe da meno.

Elezioni Gb, Von der Leyen: “Pronti a negoziare”

«Siamo pronti “a negoziare quanto necessario”. Ursula Von der Leyen accoglie in questi termini il risultato delle elezioni celebrate nel Regno Unito. Da Bruxelles, la nuova presidente della Commissione Europea annuncia di aspettarsi oggi dai leader Ue un mandato chiaro “sui prossimi passi”.

Il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha preannunciato “un messaggio forte” in arrivo da Bruxelles: “Siamo pronti per i prossimi passi, vedremo se è possibile per il parlamento britannico accettare l’accordo di uscita e se così è saremo disposti a compiere il prossimo passo”. Michel si è quindi congratulato con Johnson e ha invocato una rapida ratifica dell’accordo di divorzio da Bruxelles. “Attendiamo prima possibile il voto del parlamento britannico sull’accordo di uscita. E’ importante avere chiarezza prima possibile”.»

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«se è possibile per il parlamento britannico accettare l’accordo di uscita»?

Il parlamento inglese impone, non accetta.

Ben venga una hard Brexit.

Già gli industriali francesi e tedeschi iniziano a piangere lacrime di acido muriatico.

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Borse volano con Dazi e Uk. Piazza Affari apre in rialzo

Borsa: apre in rialzo, Ftse Mib a +1,22%

La Borsa di Milano apre in rialzo, dopo il risultato elettorale in Gran Bretagna e l’allentarsi delle tensioni commerciali tra Usa e Cina. L’indice Ftse Mib sale dell’1,22% a 23.679,43 punti.

Borse europee: avvio in rialzo dopo vittoria Johnson

Le Borse europee aprono in rialzo dopo la vittoria di Boris Johnson alle elezioni britanniche e l’allentarsi delle tensioni commerciali tra Usa e Cina.A Parigi, l’indice Cac sale dell’1,44% a 5.968,86 punti, ai massimi dal 24 luglio 2007. A Francoforte, l’indice Dax cresce dell’1,22% a 13.383,26 punti. A Milano l’indice Ftse Mib ha aperto a +1,22%. ​A Londra l’indice ​Ftse 100 guadagna lo 0,96% a 7,343.40 punti, dopo un’iniziale flessione dello 0,6%. 

BORSA: TOKYO CHIUDE A +2,55%, AI PIU’ ALTI LIVELLI DA 14 MESI

Chiude in netto rialzo la borsa di  Tokyo con l’indice giapponese che guadagna il 2,55% ai piu’ alti  livelli da 14 mesi sulla scia della vittoria del leader conservatore  Boris Johnson alle elezioni britanniche e dei report della stampa Usa  di una imminente firma di un accordo commerciale tra Washington e  Pechino. L’indice Nikkei chiude a 24,023.1 punti mentre il più ampio  indice Topix chiude in rialzo dell’1,59% a 1.739,98 punti.

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Elezioni Uk 2019, Brexit: tappe forzate per gennaio. Possibile voto a Natale

Con la maggioranza schiacciante prospettata per Boris Johnson, è possibile che già il sabato prima di Natale, 21 dicembre, si voterà l’accordo della Brexit.

Elezioni Uk 2019: l’agenda, tappe forzate per Brexit 31 gennaio

Con la maggioranza schiacciante prospettata per Boris Johnson, è possibile che già il sabato prima di Natale, 21 dicembre, si voterà l’accordo della Brexit e che passerà alla Camera dei Lord tra Natale e Capodanno. Ma ecco il cronoprogramma che porterà alla realizzazione della Brexit.

13 dicembre: nuovo governo. Se dovesse confermata la maggioranza, Johnson si recherà a Buckingham Palace per essere ufficialmente nominato premier dalla regina Elisabetta II.

17 dicembre: il Parlamento riprende l’attività. I parlamentari neoeletti sceglieranno uno speaker della Camera dei Comuni e probabilmente riconfermeranno Lindsay Hoyle, che è stato eletto il 4 novembre scorso. I 650 parlamentari fanno quindi il giuramento.

– 19 dicembre: il discorso della regina. Johnson punta a muoversi rapidamente per definire l’agenda legislativa del suo governo. La regina leggerà l’elenco delle azioni che il premier spera di portare a termine in una cerimonia nella Camera dei Lord. 

31 gennaio: giorno della Brexit. La Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’Unione europea il 31 gennaio, la quarta scadenza dal referendum del 2016.Johnson con la vittoria schiacciante cercherà di fare approvare a Westminster i termini di uscita che ha concordato con Bruxelles.

1 luglio: scadenza trattative commerciali. Se andrà in porto la Brexit, la Gran Bretagna entrerà in una fase di transizione in cui le sue relazioni con l’Ue rimarranno le stesse fino al 31 dicembre 2020. Ciò con lo scopo di concedere alle due parti il ​​tempo di concordare un nuovo partenariato commerciale e di sicurezza.    

La Gran Bretagna può chiedere di prorogare il periodo di uno o due anni, ma dovrà informare l’Ue della sua richiesta entro il primo luglio. In seguito, non vi saranno ulteriori opportunità di proroga.

– 31 dicembre 2020: la transizione termina. La data in cui le relazioni esistenti tra la Gran Bretagna e l’Ue verranno definitivamente interrotte. Senza un nuovo accordo o un’estensione del periodo di transizione, il commercio transnazionale, i trasporti e una tanti altri legami rischiano di essere

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Elezioni Uk 2019, Brexit: tappe forzate per gennaio. Possibile voto a Natale

Con la maggioranza schiacciante prospettata per Boris Johnson, è possibile che già il sabato prima di Natale, 21 dicembre, si voterà l’accordo della Brexit.

Elezioni Uk 2019: l’agenda, tappe forzate per Brexit 31 gennaio

Con la maggioranza schiacciante prospettata per Boris Johnson, è possibile che già il sabato prima di Natale, 21 dicembre, si voterà l’accordo della Brexit e che passerà alla Camera dei Lord tra Natale e Capodanno. Ma ecco il cronoprogramma che porterà alla realizzazione della Brexit.

13 dicembre: nuovo governo. Se dovesse confermata la maggioranza, Johnson si recherà a Buckingham Palace per essere ufficialmente nominato premier dalla regina Elisabetta II.

17 dicembre: il Parlamento riprende l’attività. I parlamentari neoeletti sceglieranno uno speaker della Camera dei Comuni e probabilmente riconfermeranno Lindsay Hoyle, che è stato eletto il 4 novembre scorso. I 650 parlamentari fanno quindi il giuramento.

– 19 dicembre: il discorso della regina. Johnson punta a muoversi rapidamente per definire l’agenda legislativa del suo governo. La regina leggerà l’elenco delle azioni che il premier spera di portare a termine in una cerimonia nella Camera dei Lord. 

31 gennaio: giorno della Brexit. La Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’Unione europea il 31 gennaio, la quarta scadenza dal referendum del 2016.Johnson con la vittoria schiacciante cercherà di fare approvare a Westminster i termini di uscita che ha concordato con Bruxelles.

1 luglio: scadenza trattative commerciali. Se andrà in porto la Brexit, la Gran Bretagna entrerà in una fase di transizione in cui le sue relazioni con l’Ue rimarranno le stesse fino al 31 dicembre 2020. Ciò con lo scopo di concedere alle due parti il ​​tempo di concordare un nuovo partenariato commerciale e di sicurezza.    

La Gran Bretagna può chiedere di prorogare il periodo di uno o due anni, ma dovrà informare l’Ue della sua richiesta entro il primo luglio. In seguito, non vi saranno ulteriori opportunità di proroga.

– 31 dicembre 2020: la transizione termina.La data in cui le relazioni esistenti tra la Gran Bretagna e l’Ue verranno definitivamente interrotte. Senza un nuovo accordo o un’estensione del periodo di transizione, il commercio transnazionale, i trasporti e una tanti altri legami rischiano di essere interrotti. 

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Elezioni Uk 2019 risultati: trionfa Boris Johnson, Corbyn ko. Brexit a gennaio

I Tory di Boris Johnson conquistano la maggioranza assoluta. Dura sconfitta per i Labour di Corbyn. Brexit a gennaio 2020. La Scozia chiederà nuovo referendum.

Lo tsunami Boris Johnson è stato implacabile: i Tory, aggiudicandosi la maggioranza assoluta con oltre 360 seggi (secondo le ultime proiezioni), hanno riportato una vittoria schiacciante e regalato al premier conservatore “un mandato forte per andare fino in fondo con la Brexit”. I Tory hanno subito una sconfitta umiliante che ha costretto il leader, Jeremy Corbyn, ad annunciare che “alle prossime elezioni non sarà a guida del Partito”.

festeggia il Partito nazionale scozzese (Nsp), guidato dalla premier Nicola Sturgeon, che punta a 55 seggi, e già rivendica un secondo referendum per l’indipendenza. I LibDem vanno peggio del previsto (le proiezioni li danno a 13 seggi al massimo) e la loro leader a Westminster, Jo Swinson, non viene rieletta. Così com’è stato bocciato anche il leader dei Dup, gli unionisti nordirlandesi, nel collegio di Belfast. Sono due delle vittime eccellenti di una notte che ha ridisegnato la mappa politica della Gran Bretagna e ha aperto le porte ai conservatori nelle roccaforti laburiste. “Pare sia una grande vittoria per Boris”, ha twittato il capo della Casa Bianca, Donald Trump, da sempre grande sostenitore dell’ex sindaco di Londra. E lo è. “Sembra che ai tories sia stato assegnato un nuovo mandato elettorale molto forte per portare a termine la Brexit e unire questo Paese e portarlo avanti”, ha dichiarato BoJo celebrando anche la sua vittoria al collegio di Uxbridge-South Ruislip appena riconquistato. Al partito si fanno avanti le prime ipotesi per l’approvazione dell’accordo Brexit raggiunto da Johnson con Bruxelles: alla Camera dei Comuni il voto potrebbe essere calendarizzato già prima di Natale. E’ il miglior risultato dai tempi della Thatcher e rende ancora più amara la debacle del Partito di Corbyn che si ferma, nelle migliori delle proiezioni, a 199 seggi, il peggior dato dal 1935. La resa dei conti è già in corso. “E’ colpa di un solo uomo, della sua campagna, del suo manifesto, della sua leadership”, twitta Siobhan McDonagh, una candidata laburista. E l’ex ministro dell’Interno laburista, Alan Johnson, deputato uscente, rincara: “Non ho mai immaginato che potessimo scendere sotto i 200 seggi. Questo è Corbyn”. E pensare che sono passati solo due anni da quando Jeremy Corbyn veniva festeggiato come una rockstar. Certo hanno pesato molto le accuse di antisemitismo rivolte al suo partito, e certamente anche le critiche reiterate – che il premier Boris Johnson non ha mai mancato di rinfacciargli – di non esser mai stato sufficientemente netto proprio sulla madre di tutte le battaglie, in Gran Bretagna, ossia la Brexit. 

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

L’Espresso intona il De Profundis per il M5S, ‘troll della democrazia’.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-13.

Pagliaccio 001

L’Espresso pubblica un affondo sul movimento cinque stelle quale non lo si leggeva dai tempi dell’esecrando Mr Berlusconi, loro super – arcinemico.

Sole che, per farla da strani, questa volta dicono cose semplicemente vere.

«Sondaggi a precipizio, base sparita»

«I Cinque stelle ormai si trovano solo a palazzo: bravissimi a bloccare, smontare, dilazionare»

«Governati dal terrore»

«Tentati da Salvini»

«Tenuti insieme dal sommo principio: la poltrona»

«Il deserto, fuori dal Palazzo, è persino maggiore. Sterminato»

«C’è infatti un singolare paradosso in atto ormai da oltre un anno: nati nelle piazze, i grillini hanno perso la base, soprattutto in alcune zone sono diventati tutti eletti, o comunque classe dirigente. Insomma, stanno ormai solo in Parlamento»

«Intenti … a fare e disfare, rimandare, dilazionare, paralizzare, oppure tagliare, far saltare, smontare»

«Come delle Penelopi o dei troll della democrazia»

«Nella scatoletta di tonno dove i grillini dicevano di voler entrare per buttare fuori tutti gli altri, e dove invece hanno finito per asserragliarsi loro»

* * * * * * *

Questi erano i puri, i catari, gli illuminati, i flagellatori dei corrotti, quelli che avrebbero messo gente capace ed onesta negli incarichi pubblici.

Mica che abbiano fatto tutto quel bataclan per le poltrone! Ci mancherebbe!

Oramai esercito semidistrutto, allo sbando, senza più un cane che li stia a sentire senza sghignazzar loro dietro.

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Espresso. 2019-12-10. Luigi Di Maio, l’arte dello stallo e i 320 parlamentari arroccati nella scatola di tonno

Sondaggi a precipizio, base sparita. I Cinque stelle ormai si trovano solo a palazzo: bravissimi a bloccare, smontare, dilazionare. Governati dal terrore. Tentati da Salvini. Tenuti insieme dal sommo principio: la poltrona.

«E allora veniteci a contare». Alle 17 e 17 di lunedì 2 dicembre, assiso al suo posto nell’Aula del Senato e sprezzante del pericolo come al solito, il grillino Alberto Airola risponde a petto in avanti al collega Matteo Salvini, leader della Lega, che proprio in quel momento al microfono ha urlato che «mancano sessanta parlamentari della maggioranza». M5S (ma anche Pd, Italia Viva, Leu) assenti nella fondamentale informativa del premier Giuseppe Conte sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Veniteci a contare, dice coraggioso Airola. Peccato che il senatore piemontese – trasfigurato dal Palazzo, sembra ormai un cugino di Gianni Cuperlo – risalti come una anomalia sui velluti color corallo delle poltrone senatoriali: è infatti l’unico a essere seduto in quell’angolo di Aula, circondato dal vuoto dei posti assegnati agli altri Cinque Stelle.

Contarli, in ogni caso, non sarebbe una buona idea. Il deserto, fuori dal Palazzo, è persino maggiore. Sterminato. C’è infatti un singolare paradosso in atto ormai da oltre un anno: nati nelle piazze, i grillini hanno perso la base, soprattutto in alcune zone sono diventati tutti eletti, o comunque classe dirigente. Insomma,stanno ormai solo in Parlamento. Intenti – dalla riforma del Mef al futuro dell’Ilva, dal numero dei parlamentari al blocco della prescrizione – a fare e disfare, rimandare, dilazionare, paralizzare, oppure tagliare, far saltare, smontare. Come delle Penelopi o dei troll della democrazia. Con uno stile interdittivo che sembra finalizzato al caos ma che comunque ormai viene gestito là dentro.
Nella scatoletta di tonno dove i grillini dicevano di voler entrare per buttare fuori tutti gli altri, e dove invece hanno finito per asserragliarsi loro. Per tanti motivi. Perché 86 parlamentari su 320 sono alla seconda legislatura, i cosiddetti «morti viventi», e quindi se si sciolgono le Camere per la regola grillina non potrebbero più tornare. Perché i sondaggi dicono che i voti per i Cinque Stelle sono dimezzati (e dunque lo sarebbero anche i parlamentari). ….

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Centrodestra ha quasi deciso i candidati alle regionali, tranne la Calabria.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-13.

2019-11-03__Regioni__002

Elezioni regionali. Riepilogo. 2017 – 2020.

Nel 2020 si voterà per le elezioni regionali in Emilia Romagna, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, e Veneto. Di queste, Liguria e Veneto hanno governatori e giunte di centrodestra, il rinnovo delle quali sembrerebbe essere scontato. Le altre sei hanno governatori del pd, il rinnovo dei quali appare molto problematico, specie ora che M5S avrebbe deciso di presentarsi alle elezioni con un sua propria lista.

Lega e cdx hanno vinto consecutivamente in Lombardia, Molise, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino, Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte ed Umbria.

La scelta del candidato governatore è delicata e critica, perché il vincitore con maggioranza relativa è eletto con un premio di maggioranza, anche grazie al voto disgiunto. Spesso però personaggi graditi alle direzioni dei partiti sono scarsamente popolari in loco. Similmente, molto spesso conviene indicare un personaggio che si presenti come lista civica, come indipendente, per consentirgli di raccogliere suffragi anche da parte di Elettori che non lo avrebbero votato se strettamente incardinato in un partito.

Infine, se è intuitivo che più il candidato è indicato per tempo e maggiore è il periodo che gli si lascia per la campagna elettorale, una indicazione prematura potrebbe più facilmente essere bruciata o contrastata dagli avversari.

In ogni caso, la indicazione precoce concorre a rendere più chiara la competizione.

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– Confermatissimi gli uscenti, Luca Zaia in Veneto e Giovanni Toti in Liguria.

– è ancora aperta la casella della Calabria, che spetta a Forza Italia

– la Puglia, che da accordi spetta a Fratelli d’Italia. Dal vertice di Arcore è uscito con forza il nome dell’eurodeputato Raffaele Fitto.

– Il quadro si completa con la Campania dove il candidato (che spetta a Forza Italia) dovrebbe essere Stefano Caldoro, già presidente dal 2010 al 2015.

– Nelle Marche (dove la candidatura spetta a Fratelli d’Italia) al 90% il nome sarà l’ex sindaco di Ascoli, e popolare volto televisivo, Guido Castelli.

– Infine la Toscana, che spetta alla Lega, e Regione sulla quale Salvini è incerto tra Susanna Ceccardi – europarlamentare ed ex sindaco di Cascina (Pisa) – e il primo cittadino del Carroccio di un’altra importante località toscana.

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Nota.

I media di sinistra stanno facendo una campagna subdola in Emilia Romagna.

A loro dire la lega e Mr Salvini subirebbero una severa sconfitta se non riuscissero a vincere le elezioni facendo eleggere il proprio candidato presidente.

  1. L’Emilia Romagna è da decenni la roccaforte del partito democratico, anche quando si chiamava Pci. Lì raggiungeva maggioranze dell’ordine del 70% dei voti.

  2. Ad oggi, il PD è proiettato attorno al 30%, ossia meno della metà di quanto otteneva nel passato: sembrerebbe essere un risultato non entusiasmante.

  3. La lega al momento ha propensioni al voto maggiori di quelle del PD ed il centrodestra è riportato essere il largo vantaggio sul centrosinistra. Nemmeno questo sembrerebbe essere risultato da poco.

  4. Il candidato del PD si presenta per cercare di essere rinnovato, ed è in grandi difficoltà. Al punto tale che Bonaccini si presenta come indipendente ed invoca i voti disgiunti. E questo è un grande risultato ottenuto dalla lega e da Mr Salvini.

  5. Portato al terrore esasperato, il PD ha messo in campo le sardine: ultima ratio, che conforta gli adepti ed allontana gli Elettori.

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Se la lega vincesse la regione sarebbe un trionfo epocale. Tuttavia, un risultato che conferisse al centrodestra una quota di Elettorato maggiore di quella presa dal centrosinistra sarebbe una grande vittoria, e porrebbe una seria ipoteca sui risultati delle prossime elezioni politiche, sempre poi che questo Governo acconsenta a bandirle, visti i suoi pruriti dittatoriali.

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Puglia, sì a Fitto da Salvini e Berlusconi. Ma l’annuncio slitta. Ecco perché

Centrodestra: la mappa delle Regionali. Nomi e inside.

Cantiere quasi chiuso nel Centrodestra per le candidature delle prossime Regionali. Nel vertice dell’altro giorno ad Arcore è stato confermato lo schema e la ripartizione tra i partiti. Confermatissimi gli uscenti, Luca Zaia in Veneto e Giovanni Toti in Liguria. Il quadro complessivo verrà chiuso solamente nei prossimi giorni perché è ancora aperta la casella della Calabria, che spetta a Forza Italia. Come Affaritaliani.it ha scritto per primo, nel faccia a faccia tra i leader Berlusconi ha proposto il nome di Jole Santelli per uscire dall’empasse dopo lo stop di Salvini ai due fratelli Occhiuto.

Ma il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, è andato su tutte le furie e ha minacciato di correre da solo appoggiato da alcune liste civiche. La situazione quindi non è ancora risolta e da qui, a cascata, dipendono anche le candidature di tutte le altre Regioni. Prima fra tutte la Puglia, che da accordi spetta a Fratelli d’Italia. Dal vertice di Arcore è uscito con forza il nome dell’eurodeputato Raffaele Fitto, che tra l’altro sta subendo un fortissimo pressing dal basso affinché accetti, e ha ricevuto un chiaro via libera sia dell’ex Cavaliere sia del leader leghista, che si sono impegnati a superare qualche piccola resistenza locale nei loro rispettivi partiti.

A questo punto è evidente che non ci siano alternative: con un’investitura così forte dall’alto e dal basso sarebbe infatti estremamente difficile per l’europarlamentare di Fratelli d’Italia dire di no alla sfida contro il Governatore uscente Michele Emiliano. Però, la notizia che lunedì 16 dicembre verrà ufficializzata la candidatura dello stesso Fitto, è destituita di fondamento. Tutto nasce da un articolo della stampa locale pugliese, forse su ispirazione leghista, poi ripreso da alcune agenzie di stampa nel quale si parla della visita della leader di FdI a Bari lunedì prossimo.

In realtà il 16 ci sarà la conferenza stampa, rimandata già due volte, per la conclusione del passaggio (ormai definitivo) dei consiglieri di Direzione Italia in Fratelli d’Italia. Il 16, quindi, non sarà il giorno del lancio della candidatura di Fitto per la guida della Puglia, anche se la strada è in discesa e tutto fa pensare che una volta chiusa l’intera partita delle Regionali, sia proprio questa la soluzione finale. Il quadro si completa con la Campania dove il candidato (che spetta a Forza Italia) dovrebbe essere Stefano Caldoro, già presidente dal 2010 al 2015, dopo il rifiuto di Mara Carfagna.

Nelle Marche (dove la candidatura spetta a Fratelli d’Italia) al 90% il nome sarà l’ex sindaco di Ascoli, e popolare volto televisivo, Guido Castelli. Anche se c’è ancora un 10% di possibilità che la scelta ricada su un deputato marchigiano di Fdi. Infine la Toscana, che spetta alla Lega, e Regione sulla quale Salvini è incerto tra Susanna Ceccardi – europarlamentare ed ex sindaco di Cascina (Pisa) – e il primo cittadino del Carroccio di un’altra importante località toscana.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Germania. Spd vuole imporre una patrimoniale. Cdu totalmente avversa.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-13.

Germania. Große Koalition kaputt. Thinking the Unthinkable. 001

«L’Spd, soprattutto, appare sempre più in difficoltà. Un sondaggio Trendbarometer pubblicato oggi dall’emittente Rtl indica il partito socialdemocratico tedesco all’11%, con un calo di tre punti rispetto alla settimana scorsa.»

«Lo storico partito della sinistra è in quarta posizione dopo i cristiano democratici (Cdu) al 28%, i Verdi al 22% e l’estrema destra populista dell’Afd al 14%.»

«Norbert Walter-Borjans e la deputata Saskia Esken. Poco conosciuti al grande pubblico, sono espressione dell’ala sinistra del partito. Entrambi sono critici del governo di coalizione fra l’Spd e la Cdu, guidato da Angela Merkel.»

«All’orizzonte si profila un ulteriore scontro con la Cdu di Angela Merkel che rischia di scuotere ancora di più la già traballante Grosse Koalition: la Spd intende proporre un’imposta sui grandi patrimoni, idea che gli alleati cristiano-democratici vedono come fumo negli occhi»

«Il congresso socialdemocratico, che si chiude oggi a Berlino, ha varato una mozione secondo la quale contribuenti con un patrimonio netto superiore ai 2 milioni di euro devono pagare una tassa pari all’1%»

«In Germania in passato esisteva una tassa patrimoniale, ma fu dichiarata incostituzionale nel 1995»

«l’Spd ha anche proposto di “superare in prospettiva” il “freno al debito” che per il governo Merkel e’ una sorta di totem»

«Addirittura Norbert Walter-Borjans – che con Saskia Esken forma il nuovo ticket di leader del partito grazie al voto tra gli iscritti nel quale e’ stato a sorpresa battuto il vicecancelliere Olaf Scholz – ha proposto che la fine del “freno al debito” venga perfino ancorata nella carta costituzionale»

« Gli alleati Cdu hanno gia’ fatto sapere che si tratta di “linee rosse” invalicabili. “Io non accetto condizioni del tipo ‘se non fate quello che vogliamo noi, ce ne andiamo’”, ha tuonato la leader cristiano-democratica (nonche’ ‘delfina’ di Angela Merkel), Annegret Kramp-Karrenbauer»

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La Germania è un gigante dai piedi di argilla, colpita in pieno da una severa crisi recessiva che inizia a portare licenziamenti e ridimensionamenti del personale dipendente, con aziende in fuga ed un crescente malessere nel comparto produttivo, i cui ordini sono incostante decremento.

Non è questo tempo e luogo per discutere sulla patrimoniale in sé.

Tuttavia ogni giorno che passa emerge sempre più chiara la reciproca insofferenza tra Cdu ed Spd: a quanto potrebbe sembrare, non esisterebbe un qualche elemento che ne accomuni le visioni politiche.

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Affari Italiani. 2019-12-09. Germania, Merkel traballa sulla patrimoniale. Ma nessuno può votare adesso

All’orizzonte si profila un ulteriore scontro con la Cdu di Angela Merkel che rischia di scuotere ancora di più la già traballante Grosse Koalition.

Germania: Cdu dura su patrimoniale Spd, GroKo traballa

All’orizzonte si profila un ulteriore scontro con la Cdu di Angela Merkel che rischia di scuotere ancora di più la già traballante Grosse Koalition: la Spd intende proporre un’imposta sui grandi patrimoni, idea che gli alleati cristiano-democratici vedono come fumo negli occhi. Il congresso socialdemocratico, che si chiude oggi a Berlino, ha varato una mozione secondo la quale contribuenti con un patrimonio netto superiore ai 2 milioni di euro devono pagare una tassa pari all’1%. Per la Spd il punto è quello di creare nuove opportunità d’investimenti da utilizzare soprattutto nel welfare e nell’istruzione, per quello che i media hanno definito un evidente spostamento a sinistra del partito. Secondo le stime dei socialdemocratici, l’imposta sul patrimonio porterebbe nelle casse dello Stato circa 9 miliardi di euro in più.

Raffica di no Cdu alla Spd, che vira a sinistra

“Non è una questione di denaro, ma di libertà e di solidarietà”, ha esclamato il deputato Spd Lothar Binding davanti ai delegati. In Germania in passato esisteva una tassa patrimoniale, ma fu dichiarata incostituzionale nel 1995. Nella campagna elettorale nazionale di due anni fa i socialdemocratici avevano rinunciato a chiederne la reintroduzione. Ma ora il clima dentro il partito, alle prese con sondaggi in continuo calo e con alle spalle varie debacle elettorali, e’ decisamente cambiato. Infatti, l’Spd ha anche proposto di “superare in prospettiva” il “freno al debito” che per il governo Merkel e’ una sorta di totem. Addirittura Norbert Walter-Borjans – che con Saskia Esken forma il nuovo ticket di leader del partito grazie al voto tra gli iscritti nel quale e’ stato a sorpresa battuto il vicecancelliere Olaf Scholz – ha proposto che la fine del “freno al debito” venga perfino ancorata nella carta costituzionale. Gli alleati Cdu hanno gia’ fatto sapere che si tratta di “linee rosse” invalicabili. “Io non accetto condizioni del tipo ‘se non fate quello che vogliamo noi, ce ne andiamo’”, ha tuonato la leader cristiano-democratica (nonche’ ‘delfina’ di Angela Merkel), Annegret Kramp-Karrenbauer, in un’intervista al domenicale della Bild. Idem il segretario generale della Cdu, Markus Blume, che esclude che possa mai esserci un “governo con la barra a sinistra”. Già erano giunti decisi no alla richiesta di misure piu’ dure per la lotta ai cambiamenti climatici – dato che un pacchetto-clima era già stato varato dal governo – nonche’ all’aumento del reddito minimo a 12 euro all’ora: sulla carta, la posta in gioco è alta, dato che si tratta di riaperture di negoziati che i socialdemocratici pongono come condizione per restare nella Grosse Koalition.

Scontro totale sulla patrimoniale, ma nessuno si può permettere il voto

Ancora una volta AKK non ci pensa due volte e risponde picche: “La Cdu rispetta i contratti di coalizione, ci aspettiamo la stessa cosa dall’Spd”. Anche i cristiano-democratici hanno cambiato varie volte i loro leader, “ma non abbiamo mai chiesto che rinegoziare il contratto”, spiega Kramp-Karrenbauer alla Bild. “Piuttosto mi sarei aspettata un chiaro segnale del congresso Spd per la continuazione della GroKo”. Ma cosi’ non e’ stato. Sempre secondo AKK – questa volta parlando con la Frankfurter Allgemeine Zeitung – non c’e’ nessun motivo di “scuotere la Costituzione” in nome del freno al debito pubblico. Per il capogruppo della Csu Alexander Dobrindt, e’ del tutto “assurda” la pretesa di modificare per questo la carta fondamentale. “Non abbiamo bisogno di fare debiti per finanziare quello che abbiamo in mente”, spiega da parte sua il tesoriere di Cdu/Csu Eckhardt Rehberg, dato che vi sarebbero diversi miliardi a disposizione per risanare le scuole, estendere gli asili, per la digitalizzazione e la difesa del clima. Non solo. E’ il ministro degli Esteri Heiko Maas – uno dei volti più noti dell’Spd, per di piu’ considerato un ‘governativo’ – ad aprire un altro fronte di conflitto con la Cdu, criticando con durezza la richiesta di AKK, che è anche titolare del dicastero della Difesa, di accrescere il ruolo nel mondo dell’esercito tedesco, la Bundeswehr. “La pace non si crea certo attraverso il militare, non funziona cosi’. Dobbiamo assumerci responsabilità al tavolo dei negoziati, maledizione: perché è lì che si assicura in maniera duratura la pace, non sui campi di battaglia”. Il riferimento è alla proposta di AKK di una maggiore presenza militare tedesca sullo scacchiere internazionale, evocando anche la possibilità di nuove missioni della Bundeswehr, per esempio in Asia. Il confronto all’interno della Grosse Koalition è evidentemente in salita. Nondimeno Spd e Cdu/Csu contano di avviare colloqui formali sul futuro dell’alleanza di governo prima di Natale. Non sarà una passeggiata. Anche se nessuno dei due partiti, visti i sondaggi, può permettersi il voto adesso.

GERMANIA: SPD IN CRISI, SONDAGGI DANNO IL PARTITO ALL’11%

L’Spd, soprattutto, appare sempre più in difficoltà. Un sondaggio Trendbarometer pubblicato oggi dall’emittente Rtl indica il partito socialdemocratico tedesco all’11%, con un calo di tre punti rispetto alla settimana scorsa. Lo storico partito della sinistra è in quarta posizione dopo i cristiano democratici (Cdu) al 28%, i Verdi al 22% e l’estrema destra populista dell’Afd al 14%. Il sondaggio arriva mentre i 600 delegati dell’Spd sono riuniti a Berlino nel secondo giorno del loro congresso, che sabato ha confermato a stragrande maggioranza i due nuovo co-leader eletti la settimana prima dalla base: l’ex ministro delle finanze Norbert Walter-Borjans e la deputata Saskia Esken. Poco conosciuti al grande pubblico, sono espressione dell’ala sinistra del partito. Entrambi sono critici del governo di coalizione fra l’Spd e la Cdu, guidato da Angela Merkel.

Pubblicato in: Banche Centrali

Giappone. Riserve valutarie ancora in crescita a 1,317.5 miliardi Usd.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-12.

2019-12-06__Giappone Risevre Estere 001

Nel gennaio 2017 le riserve valutarie nipponiche ammontavano a 1,216.9 miliardi Usd.

Nel gennaio 2018 le riserve valutarie nipponiche ammontavano a 1,264.3 miliardi Usd.

Nel gennaio 2019 le riserve valutarie nipponiche ammontavano a 1,271.0 miliardi Usd.

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Le riserva valutarie della eurozona ammontano a 816.49 miliardi euro.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Emilia Romagna. PD. Due nuovi segni prognostici negativi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-12.

2019-12-08__Regioni__001

Un primo dato di fatto è che tra tre anni si terranno le prossime elezioni politiche: con l’aria che tira, nessuno le dia per scontate, ma sarebbero, diciamo, altamente probabili.

Se a tale evenienza il PD arrivasse con l’attuale propensione al voto attorno al 20% ed il M5S del 15% – 16%, la sconfitta del centrosinistra sarebbe inevitabile, e questo indipendentemente dalla legge elettorale.

Un secondo dato di fatto è il ridimensionamento elettorale del PD e del M5S. Dalle elezioni politiche che hanno generato l’attuale parlamento, Lega e cdx hanno vinto consecutivamente in Lombardia, Molise, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino, Abruzzo, Sardegna, Basilicata, Piemonte ed Umbria. Salvini è riuscito a conquistare il Trentino, regione storicamente rossa e cattocomunista, ed ha trionfato in Umbria con il 57.4%.

Un terzo dato di fatto, in occasione delle precedenti elezioni regionali i sondaggi elettorali hanno costantemente sottostimato la performance della lega e del centrodestra: in Umbria l’errore è stato di poco meno di 15% punti percentuali Nulla vieta di ipotizzare che questo fenomeno tenda a ripetersi per quanto riguarda le elezioni regionali da tenersi nel 2020.

Un quarto dato di fatto riguarda le elezioni regionali del prossimo anno. Nel 2020 si voterà per le elezioni regionali in Emilia Romagna, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, e Veneto. Di queste, Liguria e Veneto hanno governatori e giunte di centrodestra, il rinnovo delle quali sembrerebbe essere scontato. Le altre sei hanno governatori del pd, il rinnovo dei quali appare molto problematico, specie ora che M5S avrebbe deciso di presentarsi alle elezioni con un sua propria lista. Sarebbe statisticamente errato ipotizzare che lega e centrodestra possano conquistare tutte ed otto le regioni in palio: sarebbe un evento epocale a bassa probabilità di realizzo. Ma se lega e centrodestra conquistassero anche solo cinque di queste regioni sarebbe una stupefacente vittoria.

Un quinto dato di fatto inerisce l’Emilia Romagna e la Toscana. Da circa sessanta anni queste regione, come d’altra parte anche era stata l’Umbria, erano più che feudi dei voivodati del partito democratico, che vi otteneva percentuali di consensi superiori al 70%. Il fatto stesso che lega e centrodestra siano adesso dati quasi alla pari con le sinistre sarebbe già un grande risultato per lega e centrodestra. Non lice accusare di non saper nuotare chi sappia camminare sulle acque. Chi mai cinque anni fa avrebbe saputo preventivare una lega partito maggioritario in Emilia Romagna?

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Stanno emergendo due eventi di entità prima non riscontrabile.

Il primo evento consiste in uno scollamento tra le propensioni al voto per i partiti e quelle per il candidato governatore.

In Emilia Romagna i sondaggi indicherebbero in testa l’uscente Governatore Bonaccini con circa il 48% delle intenzioni di voto contro la sfidante Bergonzoni con il 45%. La legge elettorale prevede un premio di maggioranza che garantirebbe il governo. Ma se si prendessero in considerazione le intenzioni di voto ai partiti, il PD si attesterebbe attorno al 30% ed il centrosinistra attorno al 36%, mentre la lega sarebbe proiettata al 35%. Il centrodestra assumerebbe il 45% delle intenzioni di voto. Se il meccanismo della legge elettorale consentirebbe una vittoria di Bonaccini, la débâcle del PD sarebbe altrettanto evidente. L’Emilia Romagna diventerebbe la regione del Governatore, non più quella del partito democratico.

Il secondo evento consiste nel sempre più evidente fenomeno per cui i candidati governatori non si riconoscono più nel partito democratico. Ma un partito democratico che non sappia imporre il proprio candidato etichettato in una regione ex-rossa è una formazione allo sfascio. È solo un cascame della storia.

«Ma i tempi sono cambiati, e il governatore che i media e la politica nazionale hanno eletto a ultimo bastione contro l’avanzata del centrodestra sovranista, lo sa bene. Cinquanta pullman e due treni speciali in arrivo da tutta l’Emilia-Romagna.

 La parola d’ordine lascia spazio al libero arbitrio, ma dagli ambienti vicini a Bonaccini viene fatta trapelare la sua preferenza per una piazza senza vessilli.

Gli slogan ufficiali, da qui al redde rationem del 26 gennaio prossimo, saranno «Io sto con Bonaccini»»

Una cosa è l’Emilia Romagna rossa, una cosa è l’Emilia Romagna di Bonaccini e dei suoi nuovi supporter: sono due realtà totalmente differenti. Quando un bel giorno Bonaccini uscirà di scena sarà evidente l’inconsistenza politica del partito democratico. E potrebbe anche uscire di scena quel fatidico 26 gennaio.

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«Le sardine mobilitano e scaldano senz’altro l’elettorato, ma anche lo polarizzano, spingendo così la campagna elettorale dove vuole la Lega»

Nel volgere di sei mesi il quadro regionale potrebbe contemplare quindici regioni a governo lega e centro destra, con al massimo le sole tre regioni residue, Lazio, Emilia Romagna e Toscana in mano all’altra componente.

Sarebbe una svolta epocale.

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Bonaccini in piazza senza maglia pd Emilia-Romagna, regione dai 2 volti

Sabato il lancio del candidato dem in piazza Maggiore, lì dove hanno spopolato le Sardine. Lo studio dell’Istituto Cattaneo: qui alle Europee si preferisce il centrodestra, alle Amministrative i sindaci della sinistra.

Guardate la fontana del Nettuno. Se la folla sarà ammassata anche dietro al Zigànt, così viene soprannominato nel dialetto locale per via della statura, la manifestazione che apre la campagna elettorale in splendida e deliberata solitudine di Stefano Bonaccini verrà ricordata come un successo.

Piazza Maggiore non è solo il luogo dove finiscono le strade di Bologna, è davvero il centro di tutto, di una città e di una Regione. È il posto dove si è scritta la storia piccola e grande dell’Emilia-Romagna. Tutto come una volta, o almeno fingere che sia ancora così. La sfida del presidente uscente, a Salvini, allo spirito dei tempi, alla debolezza del suo centrosinistra, si apre ufficialmente sabato pomeriggio con un forte richiamo identitario. A cominciare dalla toponomastica, per poi proseguire con gli ospiti che oggi pomeriggio a partire dalle 16 e prima dell’intervento finale si alterneranno sul palco. Tra gli altri, l’orchestra Casadei, lo scrittore Carlo Lucarelli, Beppe Carletti dei Nomadi, Alberto Bertoli, figlio del compianto Pierangelo, cantautore militante. Tutti nomi che evocano una certa idea di nostalgia emiliano-romagnola.

Ma i tempi sono cambiati, e il governatore che i media e la politica nazionale hanno eletto a ultimo bastione contro l’avanzata del centrodestra sovranista, lo sa bene. Cinquanta pullman e due treni speciali in arrivo da tutta l’Emilia-Romagna, una asticella minima fissata nei 4mila radunati al PalaDozza da Salvini e Lucia Borgonzoni. Le bandiere rosse non ci sono più da una vita, e non ci saranno neppure altre bandiere, comprese quelle del suo Pd. La parola d’ordine lascia spazio al libero arbitrio, ma dagli ambienti vicini a Bonaccini viene fatta trapelare la sua preferenza per una piazza senza vessilli. L’unico simbolo sarà lui, inteso come il suo logo, che esordisce per l’occasione. Gli occhiali e la barba divenuti suoi segni particolari sono riprodotti in verde su uno sfondo bianco, e saranno stampati su magliette, spille e braccialetti. Gli slogan ufficiali, da qui al redde rationemdel 26 gennaio prossimo, saranno «Io sto con Bonaccini» e «Un passo avanti». Quel passo l’attuale presidente intende farlo da solo. Niente foto di gruppo, niente commistioni con la politica nazionale e con la nazionalizzazione del voto sulle Regionali. Una buona dose di orgoglio locale, la conoscenza del territorio, i risultati della sua amministrazione. La ricetta per opporsi al tentativo di trasformare il voto in una resa dei conti per l’attuale governo giallorosso è questa. Chissà se basterà.

Marco Valbruzzi, docente universitario e coordinatore dell’Istituto Cattaneo che da queste parti funziona spesso da bussola, è convinto che alla fine il vento per una campagna «nazionale» spirerà così forte che sarà difficile limitarsi alla retorica del buon mediano. Ognuno dei due contendenti ha comunque una mappa sulla quale sperare e dove specchiarsi. Sono entrambe contenute in un ebook curato da Valbruzzi e di prossima uscita, Allerta rossa per l’onda verde, titolo che è anche una buona sintesi della vicenda. La prima rappresenta i 206 sindaci che hanno dato il loro appoggio al presidente uscente. La seconda illustra lo sfondamento operato dalla Lega durante le elezioni europee del maggio scorso. «Se si vota come alle Amministrative, vince Bonaccini. Se si vota come alle ultime Europee, vincono Salvini-Borgonzoni».

Le Sardine, che saranno presenti con una loro delegazione, sono alleate di Bonaccini, ma a modo loro rappresentano anche per lui un terzo incomodo, in quanto sarà inevitabile fare confronti tra la loro manifestazione in piazza Maggioree quella odierna. Sostiene Valbruzzi che per paradosso non dispiacciono neppure a Salvini. «Mobilitano e scaldano senz’altro l’elettorato, ma anche lo polarizzano, spingendo così la campagna elettorale dove vuole la Lega». Occhio al Nettuno, quindi. Ma quella delle urne sarà un’altra partita, come sempre.

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

L’industria tedesca si vede minacciata dagli obiettivi climatici dell’UE.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-12.

Manicomio 001

La reazione tedesca è salace.

«Secondo Ursula von der Leyen, l'”European Green Deal” sarà nientemeno che lo sbarco sulla luna in Europa.»

«”La Commissione europea vuole rendere l’Europa neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050 – e i dirigenti si lamentano e si lamentano.»

«Ursula von der Leyen non può essere accusata di aver passato una quantità esagerata di tempo a familiarizzare con il suo nuovo lavoro»

«ci si sarebbe potuto aspettare che il passaggio al lavoro ufficiale fosse inizialmente meno guidato dai titoli dei giornali»

«L’industria tedesca si vede minacciata dagli obiettivi climatici dell’UE»

«Il Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen vuole fissare obiettivi climatici ambiziosi con un “Green Deal”»

«Occorre più tempo – le industrie e i posti di lavoro sono a rischio.»

«Germania come paese automobilistico, l’industria tedesca si è ora posizionata in modo eccezionalmente chiaro.»

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«L’industria tedesca si sente minacciata dal “Green Deal” dell’Unione europea»

«Siamo in grado di realizzare un cambiamento strutturale, ma certo non possiamo realizzare una spaccatura strutturale»

«Questo perché un processo di cambiamento ha bisogno di più tempo, aggiunge Denner, “se lo si induce dogmaticamente tra capo e collo, l’industria non riuscirà a sostenerlo”»

«la nuova presidente della Commissione rischia di aprire “un duro conflitto” con l’industria del suo Paese. Anche il capo della Confindustria tedesca (Bdi), Dieter Kempf, ha avvertito che le misure climatiche così rigide porterebbe “a crescenti incertezze dei consumatori e delle aziende”, oltretutto “continui innalzamenti degli obiettivi sono un veleno per investimenti di lungo termine”»

«la capacità di gestire il futuro dell’Europa non dipende solamente dagli obiettivi ecologici del Green Deal»

«gli investimenti necessari per la difesa del clima devono essere compatibili con una industria competitiva e vogliosa di innovazione»

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È tipico dei nordici, dei tedeschi in particolare, formulare piani così grandiosi da confondersi con deliri schizofrenici.

Ma i numeri sono numeri e la realtà è la realtà.

In passato si erano messi in testa di essere la razza dominante e, per questo, di poter dominare il mondo. Ci pensarono gli alleati e l’armata rossa: i pochi tornati dalla prigionia in Siberia non avevano più quegli schiribizzi per la testa.

La von der Leyen ha prospettato un piano grandioso, come le costruzioni delle piramidi egiziane.

Timmermans aveva richiesto un minimo di 1,300 miliardi, tanto per cominciare.

La von der Leyen, con susseguo, dice che già i cento miliardi sarebbero l’equivalente ai fondi per sbarcare sulla luna.

C’è un che di presa per i fondi in quelle parole. 3.7 miliardi per ogni singolo stato dell’Unione.

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La recessione europea c’è, ed è sotto gli occhi di tutti. L’Spd all’11% dovrebbe bene insegnare qualcosa.

Quindi avanti con questa farsa: finirà come finì a suo tempo l’estremo tentativo della controffensiva nelle Ardenne.

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Von der Leyens Mondlandung

«Als EU-Kommissionschefin Ursula von der Leyen ihren “European Green Deal” präsentiert, mangelt es nicht an historischen Vergleichen. Aber hat das ehrgeizige Projekt überhaupt eine Chance?

Nein, kleiner macht sie es nicht. Der “European Green Deal”, so sagt Ursula von der Leyen, werde nicht weniger sein als Europas Mondlandung. Die neue Kommissionschefin steht in der Presseecke des Berlaymont-Gebäudes, des mächtigen Hauptquartiers der EU-Kommission, und spricht ein paar Sätze in die Fernsehkameras. Eben haben ihre Kommissare das umfangreiche Vorhabenpapier zum Klimaschutz verabschiedet, gleich wird die Präsidentin ins Europaparlament eilen, um dort für ihre Ideen zu werben. Dazwischen: fünf Minuten wie aus der Werbesendung.»

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Die Natur schickt keine Unterhändler

«Die EU-Kommission will Europa bis 2050 klimaneutral machen – und die Manager klagen und jammern. Dabei könnten sie gerade jetzt beweisen, was die deutsche Industrie leisten kann.

Man kann Ursula von der Leyen nicht nachsagen, dass sie sich mit der Einarbeitung in ihren neuen Job übertrieben lange Zeit gelassen hätte. Nach dem langen und intensiven Ringen um die Wahl der neuen EU-Kommission hätte man durchaus erwarten können, dass die Hinwendung zur Sacharbeit erst einmal weniger schlagzeilenträchtig verläuft.»

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Deutsche Industrie sieht sich durch EU-Klimaziele bedroht

«EU-Kommissionschefin Ursula von der Leyen will mit einem “Green Deal” ambitionierte Klimaziele festschreiben, doch die deutsche Industrie protestiert: Man brauche mehr Zeit – Branchen und Arbeitsplätze seien gefährdet.

Strengere Vorgaben zum Klimaschutz sollen der Erde eine Zukunft geben – doch was bedeutet das für Wohlstand und Arbeitsplätze? Baden-Württembergs grüner Ministerpräsident Winfried Kretschmann warnte im Sommer im SWR: “Ich habe keine Lust, dass wir das Ruhrgebiet der Zukunft werden.” In diesem Spannungsfeld zwischen Verzicht, Niedergang und grünem Wachstum im Autoland Deutschland hat sich die deutsche Industrie nun außergewöhnlich deutlich positioniert.»

Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Senato approva il Mes. L’Italia è stata svenduta per un piatto di ceci.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-11.

Diavolo

«La maggioranza prova a trovare un accordo sul Mes.»

«La maggioranza, tuttavia, si è rivelata più compatta del previsto.»

«La risoluzione di maggioranza è passata con 164 voti favorevoli e 122 contrari.»

«L’Italia porterà dunque le proposte di riforma al Consiglio Ue del 12 e del 13 Dicembre»

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Partito democratico e movimento cinque stelle ricevono gli ordini dei liberalsocialisti europei e li eseguono come bravi soldatini teutoni.

Il guiderdone sarà una collocazione tra tre anni.

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Mes, Senato approva la risoluzione di maggioranza: Governo supera test difficile

La maggioranza prova a trovare un accordo sul Mes. Nelle scorse settimane, l’alleanza fra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Leu ha litigato praticamente su tutto. Dopo aver appianato – seppur temporaneamente – le divergenze sulla manovra finanziaria, è la volta del Fondo salva-Stati.

In Parlamento sono state discusse le risoluzioni sul meccanismo europeo di stabilità che punta ad escludere delle single limb. Quest’ultime sono le clausole che facilitano la ristrutturazione del debito con l’intervento del Fondo salva-Stati.

Dopo un agevole passaggio alla Camera in mattinata, nel pomeriggio di mercoledì c’è stato un dibattito piuttosto acceso in Senato. Il risultato del voto non era per nulla scontato, dato che molti senatori pentastellati avevano manifestato l’intenzione di votare in dissenso con il proprio gruppo. La maggioranza, tuttavia, si è rivelata più compatta del previsto.

Governo a rischio su Mes

Un mancato consenso nella maggioranza avrebbe potuto impattare sulla stabilità del governo. Ma alla fine sono state solo 4 le votazioni contrarie dei 5 Stelle, con Gianluigi Paragone in testa.

La risoluzione di maggioranza è passata con 164 voti favorevoli e 122 contrari.

L’Italia porterà dunque le proposte di riforma al Consiglio Ue del 12 e del 13 Dicembre.

La bozza vuole “assicurare l’equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell’Unione economica e monetaria”. In questo pacchetto sono compresi quindi, oltre a Mes, anche Bicc e Unione bancaria.

Il governo si assunto l’impegno a negoziare con l’Unione l’introduzione di uno schema di garanzia comune dei depositi e l’istituzione di un’obbligazione europea.

Mes, cosa potrebbe cambiare

La richiesta più importante è senz’altro il blocco alla ristrutturazione automatica del debito pubblico. Poi ci sono anche la piena partecipazione del Parlamento per un’eventuale attivazione del Fondo salva-Stati e blocco alle restrizioni alle banche sulla dotazione di titoli di Stato. In ogni caso dovrà essere esclusa “la ponderazione dei titoli di stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale”.

Per Paolo Gentiloni, commissario europeo agli affari economici, i tempi sono ormai maturi per una riforma. L’ex premier ha intenzione di muoversi velocemente: “Nella seconda metà del 2020 potremmo presentare proposte”.

In Italia non abbiamo bisogno di una fiammata di autolesionismo, di cui il nostro Paese è ogni tanto protagonista e per la quale paghiamo prezzi politici rilevanti. Abbiamo invece bisogno di un rilancio di crescita e sostenibilità”, ha detto il commissario.