Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo

Mondo. Stagflazione. Il cigno nero ha fatto il nido. – Financial Times.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-13.

2021-10-11__ Financial Tmes 001

Cerchiamo di essere chiari, nei limiti del possibile.

Non fa poi grande differenza che sul libero mercato internazionale il natural gas quoti 5.606 oppure 5.587: sono prezzi alti fuori dal controllo delle banche centrali occidentali. Concorrono a sostenere una inflazione strutturale, importata.

A questa fa riscontro nell’enclave occidentale di un blocco funzionale del sistema produttivo, quasi completamente incapace di generare nuovi posti di lavoro.

Usa. Settembre21. Nonfarm Payroll crollati a 194,000. Economisti ne prevedevano 500,000.

Biden ed il bacon aumentato del 17%, le bistecche del 16.6% anno su anno.

Germania. Agosto21. Produzione Industriale -4.0% MoM, -9.0% su dicembre19.

È inutile nascondersi dietro un dito: il cigno nero non solo è arrivato, ma ha anche fatto il nido.

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«L’economia e i mercati rischiano dopo il Covid il ripetersi delle condizioni seguite alla seconda guerra mondiale e alla guerra dello Yom Kippur»

«I mercati mondiali nelle ultime settimane non nascondono una certa agitazione, spaventati dal rischio di stagflazione, ossia da una fase economica in cui le pressioni inflazionistiche rimangono alte ma la crescita ristagna»

«Ci troveremmo così di fronte, rileva il Financial Times, ad una situazione che riflette quella che si registrò all’indomani della seconda guerra mondiale»

«”Le circostanze storiche non si ripetono mai perfettamente e forniranno, nel migliore dei casi, una guida imperfetta al percorso dell’economia nei prossimi anni”»

«Certo che poche prospettive sono peggiori per un’economia della stagflazione: questo perché i valori delle attività sono rapidamente erosi dall’inflazione, così come i rendimenti del capitale, ma, a differenza dell’inflazione che potrebbe accompagnare l’alta occupazione, l’impatto sul mercato del lavoro è negativo in quanto i salari scenderebbero.»

«Tuttavia, gli investitori sono in allarme per la combinazione di interruzione della catena di approvvigionamento, alti prezzi del petrolio e carenze di manodopera»

«Anche i banchieri centrali sono meno tolleranti nei confronti dell’inflazione e hanno molto spazio per inasprire la politica monetaria, non solo aumentando i tassi di interesse ma anche ritirando il quantitative easing.»

«”un inasprimento prematuro, tuttavia, potrebbe portare le banche centrali a provocare la stagnazione che temono: soffocare la crescita proprio mentre l’economia si sta riprendendo”»

«Di sicuro, se l’inflazione dovesse assumere un aspetto più strutturale, il rischio stagflazione si farà più concreto anche perché, come ha avvertito pochi giorni fa lo stesso Powell, non siamo tornati alla piena occupazione che sarebbe l’anello mancante per iniziare il tapering»

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Banche centrali e media cercano di imbellettare la situazione, e gli eufemismi si sprecano.

La massaia che fa la spesa ignora cosa siano il PPI, il PCI e tutta la altra pletora di indicatori, ma realizza pienamente che il bacon è aumentato del 17% e le bistecche del 16.6%.

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Il mondo rischia la stagflazione, l’allarme del Financial Times.

L’economia e i mercati rischiano dopo il Covid il ripetersi delle condizioni seguite alla seconda guerra mondiale e alla guerra dello Yom Kippur.

I mercati mondiali nelle ultime settimane non nascondono una certa agitazione, spaventati dal rischio di stagflazione, ossia da una fase economica in cui le pressioni inflazionistiche rimangono alte ma la crescita ristagna.

Il timore degli operatori è che le spinte inflattive possano, da una parte, spingere le banche centrali verso una normalizzazione della politica monetaria e, dall’altra, avere un impatto negativo sulla crescita, producendo appunto il fenomeno della stagflazione.

Ci troveremmo così di fronte, rileva il Financial Times, ad una situazione che riflette quella che si registrò all’indomani della seconda guerra mondiale: quel che è certo è che i banchieri centrali devono ora camminare su una corda tesa e tenere d’occhio contemporaneamente i dati economici, i rapporti qualitativi sulle catene di approvvigionamento e i sondaggi sulle aspettative di inflazione.

“Le circostanze storiche non si ripetono mai perfettamente e forniranno, nel migliore dei casi, una guida imperfetta al percorso dell’economia nei prossimi anni” scrive il Ft. Però sono valide nel fornire “un esempio” di quanto costerebbe un “passo falso”. 

Certo che poche prospettive sono peggiori per un’economia della stagflazione: questo perché i valori delle attività sono rapidamente erosi dall’inflazione, così come i rendimenti del capitale, ma, a differenza dell’inflazione che potrebbe accompagnare l’alta occupazione, l’impatto sul mercato del lavoro è negativo in quanto i salari scenderebbero.

“Fortunatamente è chiaro che l’economia globale non sta ancora sperimentando questo esito infelice” scrive il Financial Times: quello che preoccupa quindi è solo un orizzonte temporale nel lungo termine, in quanto le economie sono ora sostenute da una massiccia quantità di stimoli. Mentre l’inflazione è in rialzo con la riapertura delle economie, lo stesso vale per la crescita. Certo, è da aspettarsi una leggera decelerazione nel ritmo di espansione nel momento in cui le economie vanno normalizzandosi dopo la pandemia. 

Tuttavia, gli investitori sono in allarme per la combinazione di interruzione della catena di approvvigionamento, alti prezzi del petrolio e carenze di manodopera. Le pressioni temporanee sui prezzi potrebbero essere incorporate in aspettative a più lungo termine e durare anche quando la spinta alla crescita dalla riapertura svanisce.

Per il momento, tutto quello che le banche centrali possono fare è essere attente ai rischi e continuare con i loro piani per allentare gradualmente i loro programmi di stimolo. Secondo il Ft, da parte loro i governi dovrebbero valutare ora le necessarie riforme sul lato dell’offerta per allentare i colli di bottiglia. 

                         Gli anni ’70 dello shock petrolifero

La stagflazione è comunemente associata agli anni ’70, quando gli alti tassi di crescita del dopoguerra iniziarono a svanire e l’inflazione aumentò, in particolare dopo lo “shock petrolifero” seguito alla guerra dello Yom Kippur del 1973. Il mondo, tuttavia, è molto diverso oggi.

Cinquant’anni fa, il tipo di spirale salari-prezzi che fu portata avanti dai sindacati, cercando di tenere il passo con la corsa dei prezzi, “è improbabile che si ripeta”. Anche i banchieri centrali sono meno tolleranti nei confronti dell’inflazione e hanno molto spazio per inasprire la politica monetaria, non solo aumentando i tassi di interesse ma anche ritirando il quantitative easing.

Secondo il Ft, “un inasprimento prematuro, tuttavia, potrebbe portare le banche centrali a provocare la stagnazione che temono: soffocare la crescita proprio mentre l’economia si sta riprendendo”. Lo stesso Jerome Powell, presidente della Fed, la scorsa settimana ha osservato come le banche centrali stiano sottovalutando la necessità di continuare gli stimoli.

L’autorevole testata britannica fa quindi un confronto con il periodo dopo la seconda guerra mondiale, “un parallelo storico migliore degli anni ’70”. Inizialmente l’inflazione aumentò considerevolmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma poi scese rapidamente.

Come ha sottolineato la società di consulenza Capital Economics, all’epoca in Gran Bretagna la necessità di milioni di soldati congedati di trovare rapidamente nuovi posti di lavoro portò a carenze di manodopera in mezzo alla crescente disoccupazione. “La fine della pandemia ha prodotto una dinamica simile” segnala il Ft. 

                         La tempesta perfetta

Di sicuro, se l’inflazione dovesse assumere un aspetto più strutturale, il rischio stagflazione si farà più concreto anche perché, come ha avvertito pochi giorni fa lo stesso Powell, non siamo tornati alla piena occupazione che sarebbe l’anello mancante per iniziare il tapering.

Ma il ritiro degli stimoli è ormai messo in calendario per fine 2021, e un rialzo dei tassi americani è previsto per la metà del prossimo anno.

Cosa succede in questa che gli analisti, interpellati da Reuters, definiscono la “tempesta perfetta?”. Non si arresta la corsa del dollaro, che seppur indicatore di un’economia forte, rischia di danneggiare soprattutto gli esportatori americani. 

La divisa americana si sta apprezzando in modo notevole, alimentata anche dall’aumento dei rendimenti dei Treasury Usa e dalle preoccupazioni sulla possibile battaglia per alzare il tetto del debito degli Stati Uniti. Il suo rally può avere implicazioni per l’economia americana, dal momento che rende i suoi prodotti meno competitivi all’estero e più costoso per le multinazionali riconvertire i loro fondi nella valuta nazionale.

A dare slancio al rally del dollaro sono anche i timori per il crollo di China Evergrande Group, così come i timori per l’aumento dell’inflazione e la crescita potenzialmente più lenta. Sono questi i fattori, secondo gli analisti, ad indicare un ambiente macro più stagflazionistico e a spingere gli investitori, soprattutto quelli più timorosi, a rifugiarsi nel dollaro. Altri investitori credono che la forza del biglietto verde non sia invece destinata a durare.

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