Pubblicato in: Agricoltura, Devoluzione socialismo, Materie Prime

Mondo. Grano duro. Produzione dimezzata e costi cresciuti del 74% anno su anno.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-10-11.

2021-10-03__ Italia Pasta 001

«le aziende agroalimentari hanno bisogno di molta elettricità e se questa diventa più cara ciò ha ripercussioni sul prezzo finale del chilo di spaghetti che compriamo al supermercato»

«Magari non subito, all’inizio, per non rischiare di deprimere la domanda, proveranno ad assorbire lo shock dei prezzi elettrici magari assottigliando i profitti, ma poi le imprese dovranno ribaltare questi costi sul consumatore»

«Il motivo principale è che nel mondo si è ridotto il raccolto del grano negli ultimi mesi, in particolare in Nordamerica anche a causa del cambiamento climatico, che ha ridotto del 46% la produzione di grano in Canada e di circa il 50% negli Usa»

«Il Canada, in particolare, che sembra essere il cuore del problema, ha ridotto la produzione di grano duro da 6,5 milioni di tonnellate a sole 4,5 nel 2021»

«→→ Il prezzo del grano duro cresciuto del 74% ←←»

«superiore a quello del 36,6% del grano tenero, a quello del 50,9% del mais, o del 49,8% dell’orzo»

«Quello che succede Oltreoceano ci riguarda da vicino perché una parte importante della pasta che compriamo in realtà non viene prodotta con grano italiano»

«le aziende che producono pasta devono importare almeno il 40% del grano duro dall’estero»

«Ma c’è qualcosa di ancora peggio dell’impennata dei prezzi della pasta, ed è la sua carenza»

«Oggi il costo del grano duro sfiora i 500 euro a tonnellata con una crescita del 60% rispetto al 2020»

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I prezzi della pasta si adegueranno rapidamente nel tempo, e la pasta asciutta diventerà un piatto esclusivo per doviziosi appetiti.

Ed il pane? Lo venderanno nelle gioiellerie.

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Prezzo della pasta fuori controllo, il grano cresce del 74%.

Cosa unisce il prezzo della pasta al sugo che ci cuciniamo e mangiamo a casa a cena con l’impennata dei futures del gas che è tra i sintomi e tra le cause del grande incremento del costo dell’energia? Semplice: da un lato le aziende agroalimentari hanno bisogno di molta elettricità e se questa diventa più cara ciò ha ripercussioni sul prezzo finale del chilo di spaghetti che compriamo al supermercato (a proposito: la pasta più comprata in Italia è quella della Barilla, ma nella top10 c’è anche la pasta Rummo e la Divella).

                         Cosa sta succedendo al prezzo della pasta?

Magari non subito, all’inizio, per non rischiare di deprimere la domanda, proveranno ad assorbire lo shock dei prezzi elettrici magari assottigliando i profitti, ma poi le imprese dovranno ribaltare questi costi sul consumatore. È così che si forma l’inflazione che, non a caso, dopo anni in cui era sostanzialmente scomparsa, è tornata in Italia, con un valore del 2,1% (3% nell’area euro).

Dall’altro ci sono ragioni specifiche per cui l’aumento del prezzo della pasta sarà soprattutto in futuro ben superiore al 2-3% medio. Il motivo principale è che nel mondo si è ridotto il raccolto del grano negli ultimi mesi, in particolare in Nordamerica anche a causa del cambiamento climatico, che ha ridotto del 46% la produzione di grano in Canada e di circa il 50% negli Usa. Il Canada, in particolare, che sembra essere il cuore del problema, ha ridotto la produzione di grano duro da 6,5 milioni di tonnellate a sole 4,5 nel 2021.

                         Il prezzo del grano duro cresciuto del 74%

Quello che succede Oltreoceano ci riguarda da vicino perché una parte importante della pasta che compriamo in realtà non viene prodotta con grano italiano. Non potrebbe essere altrimenti, considerando che mangiamo così tanta pasta che la produzione nazionale di grano non basta a soddisfare la domanda. Ogni italiano consuma circa 25 kg di pasta ogni anno, cioè più di 2 kg al mese: record mondiale. Dopo di noi, nella classifica dei popoli che consumano più spaghetti, rigatoni, tortiglioni, ci sono i greci con, però, appena 11kg l’anno a testa. Per fare fronte a tale domanda le aziende che producono pasta devono importare almeno il 40% del grano duro dall’estero.

                         Perché il prezzo della pasta aumenta?

Ed è proprio la quotazione del grano duro quello che ultimamente ha subìto il maggiore incremento di prezzo rispetto agli altri cereali. Nella quarta settimana di settembre secondo l’Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) mediamente ha visto un aumento del 74%, superiore a quello del 36,6% del grano tenero, a quello del 50,9% del mais, o del 49,8% dell’orzo, che pure quindi soffrono dello stesso problema.

Per di più c’è stato, nell’ultimo anno, un calo della già insufficiente produzione nazionale, aggravato dalla preferenza dell’industria per grani più proteici, tipicamente stranieri invece di quelli del Sud Italia. Ma il calo della superficie coltivata a grano, e in particolare a grano duro, è stata provocata anche dal fatto, dicono le associazioni degli agricoltori, che ai produttori rimane solo il 13% del valore prodotto, mentre il grosso dei profitti va a valle della filiera, alle industrie alimentari e ai distributori. Un problema, questo, che del resto interessa un po’ tutto il settore agricolo italiano

                         L’effetto sull’andamento del prezzo della pasta

Consideriamo inoltre che l’incremento dei prezzi a livello mondiale porta a stoccare più grano possibile, cioè porta all’accaparramento, e induce i coltivatori ad aspettare a vendere, sperando in ulteriori incrementi del prezzo del grano duro. Cosa che si trasforma in una profezia auto-avverantesi: non vendo il grano perché mi aspetto che il prezzo aumenti e proprio per il fatto che non lo vendo il prezzo aumenta.

La previsione è che quindi il prezzo della pasta fresca o secca sia destinato ad aumentare in prossimità del Natale mediamente di 20 centesimi a confezione, ovvero circa del 20%. Non può che essere così se i costi del grano, quelli energetici e quelli logistici, anch’essi in crescita nella fase post-Covid, costituiscono l’80% dei costi di produzione per i pastifici.

                         La disponibilità di grano duro

Ma c’è qualcosa di ancora peggio dell’impennata dei prezzi della pasta, ed è la sua carenza. Se la crisi produttiva nordamericana non si risolverà, semplicemente potrebbe non esserci grano duro per tutti e si andrà incontro a una scarsità anche del prodotto finale.

Tutto ciò potrebbe rappresentare un’occasione per superare quegli ostacoli a una ripresa della coltivazione nazionale, che potrebbe tornare ad aumentare, mettendo a coltura più ettari, sulla spinta di una maggiore convenienza economica. Ma si tratta di cambiamenti strutturali che richiedono tempo. E i mercati del grano sono molto più veloci.

                         Aumenta (lentamente) anche il prezzo del grano tenero

Il prezzo del grano tenero è quello che è aumentato di meno: solo 36,6%. Questo tipo di grano viene utilizzato soprattutto per la produzione di pasta all’uovo, mentre il grano duro è usato dalle grandi industrie per la pasta secca. Il prezzo della pasta all’uovo, quindi, dovrebbe essere quello meno a rischio di aumento. Per ora. Sì, perché se si guarda all’andamento del prezzo del grano tenero si scopre che l’aumento è stato lento, a volte lentissimo, ma costante a differenza dell’andamento del prezzo del grano duro ha subìto una vera e propria impennata negli ultimi mesi a partire da luglio. Il fatto è che i motivi di fondo della crescita del prezzo sono gli stessi, ecco perché ci si aspetta che anche il grano tenero raggiunga lo stesso livello di aumento.

                         Cosa succederà al prezzo del pane

Attenzione. L’aumento del prezzo dei cereali non avrà ricadute solo sul costo di un chilo di pasta, ma anche sul pane. I produttori pronosticano un euro in più al chilo. Un incremento ritenuto inevitabile. Oggi il costo del grano duro sfiora i 500 euro a tonnellata con una crescita del 60% rispetto al 2020. Il prezzo all’ingrosso della semola è salito di quasi il 30% in agosto che corrisponde a un rotondo 60% in più rispetto al 2020. Infine: il prezzo del grano tenero che, come detto, è salito più lentamente, segna comunque una crescita del 35% sul 2020 a 250 euro per tonnellata.