Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Recovery Plan bloccato. Nemmeno un cane vuol comprare i bond europei.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-07-28.

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Eppure l’Unione Europea è guidata da tre, sedicenti, femmine: Lagarde, von der Leyen e Merkel, ossia il culmine dell’evoluzione, celebrato ed osannato da ogni liberal di retta dottrina.

Tradotto in parole comprensibili, il Recovery Plan avrebbe dovuto essere finanziato tramite la emissioni di bond europei, ossia contraendo un altro prestito, ma nemmeno un cane rognoso e senza denti li vuole acquistare. Questa è la verità che nessun media osa dire.

Niente soldi: tutto fermo.

Il resto sono vane parole senza senso.

Il Green Deal “Fit-for-55” giace come una medusa bolsa sulla battigia, in attesa di spirare per morte naturale.

L’elefantiasico progetto delle gigafactory per le auto entrerà nei trattati di psichiatria come esempio di delirio coatto collettivo.

Gli stati si sono spartiti il nulla.

Solo la inflazione cresce rigogliosa.

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Sorpresa, l’Ue rimanda le decisioni per trovare i soldi del Recovery plan

I 750 miliardi di euro del Recovery plan, almeno nelle “sovvenzioni” da 338 miliardi di euro, dovevano essere finanziati in parte da nuove “risorse proprie”, tra cui la web tax sui giganti digitali e la tassa CO2 alle frontiere.

Il calendario prevedeva che a metà luglio ci fossero proposte approvate in Commissione europea, per poi procedere nel loro iter, che avrebbe dovuto concludersi entro il 2022. Invece, in conferenza stampa il 19 luglio, la Commissione europea ha comunicato di rinviare tutto il pacchetto all’autunno.

D’altra parte, l’agenda di luglio è già stata pesantina. L’approvazione del pacchetto legislativo del Green Deal “Fit-for-55” del 14 luglio è passata con un voto difficile a maggioranza nella Commissione europea. Il pacchetto è studiato, articolato e ambizioso ma capace di sollevare forti critiche e da più parti, dalle industrie automobilistiche ad alcuni Stati, che devono affrontare gigantesche riconversioni (le gigafactory per le auto, il carbone in diversi Paesi dell’est) o politici, per i settori sociali che possono rispondere con la protesta politica ai cambiamenti in corso, come si era visto per i costi energetici-ambientali all’origine delle proteste dei gilet gialli

Dopo il Fit-for-55 la Commissione avrebbe dovuto approvare anche un pacchetto sulle risorse proprie. Si ricorderà il passo di marcia con cui sono state approvate le ratifiche dei parlamenti nazionali sul Recovery e sulle risorse proprie, che si erano concluse il 27 maggio. La corsa contro il tempo serviva per poter chiedere soldi al mercato ma anche per le decisioni di luglio.

Per quanto riguarda la web tax, la frenata è dovuta principalmente al contesto internazionale. Il 16 marzo 2021, i ministri in formato Ecofin, avevano stabilito che la web tax europea sarebbe rimasta distinta dalla tassazione discussa in ambito Ocse, e avevano scritto il calendario delle azioni successive. Il Consiglio europeo del 25 marzo aveva ricollegato i due percorsi e detto che avrebbe adottato la propria web tax se l’Ocse non avesse fatto progressi al riguardo entro la metà del 2021. Così proprio l’accordo al G20 a Venezia del 9 luglio sulla minimum tax del 15% – così ben accolto dai media – ha sostanzialmente spento lo slancio europeo sulla propria web tax.

Da parte statunitense si è fatto ben capire che non sarebbe stato il caso di tassare due volte i giganti del web, anche se per la verità la tassa europea, così come disegnata il 16 marzo dai ministri dell’economia, andava avanti nella convinzione che quella globale o dell’Ocse non sarebbe mai arrivata. In ogni caso, la segretaria al Tesoro statunitense, Janet Yellen, ha ottenuto un rinvio di principio durante il suo incontro con i ministri Ecofin del 12 luglio a Bruxelles.

Poi c’è la tassa CO2 alle frontiere (Carbon Border Adjustment Mechanism), che è stata approvata come proposta legislativa in Commissione il 14 luglio all’interno del Fit-for-55. Essa compenserebbe alla dogana il vantaggio commerciale di merci estere prodotte con standard di contrasto al cambiamento climatico inferiori a quelli europei. È un modo per autofinanziarsi ma anche di sollecitare i partner commerciali dell’UE all’attuazione all’Accordo di Parigi sul clima del 2015. Tuttavia, a parte la Russia e la Cina, anche gli Stati Uniti riconoscono che le loro politiche sulla decarbonizzazione sono in ritardo su quelle europee. Si accenna a possibili contromisure e dazi, con i danni corrispondenti per l’Europa. È una partita che dovrebbe quindi coinvolgere l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO/OMC).

Inoltre, ci sono frizioni anche tra gli Stati membri: i Paesi frugali (Austria, Danimarca, paesi Bassi e Svezia) tentennavano sulle risorse proprie, fonte di possibili sprechi. Per alcuni Stati, tali risorse sono sia un vantaggio perché sollevano di un po’ il carico dai bilanci nazionali, sia una preoccupazione perché riducono il potere statale su quel denaro, per quanto limitato. La Germania rimane preoccupata sulle esportazioni, in caso di dazi di Paesi terzi contrariati. E così tra web tax e tassa CO2 alle frontiere, il 19 luglio la Commissione ha deciso di “rinviare all’autunno”.

Bisogna ricostruire calendario e approccio politico, vedere come evolve la minimum tax del G20. L’Ue si aspettava un paio di miliardi all’anno dalla web tax, e 9 miliardi all’anno dalla tassa CO2 alle frontiere.

L’Europa, dovrà iniziare a rimborsare il debito dei 750 miliardi di euro dal 2028 e fino al 2058. La parte prestiti da 385,5 mld verrà dagli Stati membri interessati, la parte sovvenzioni da 338 mld dal bilancio comunitario. Vi è sempre l’ambizione di rendere operative le nuove imposizioni dall’inizio del 2023, così da alimentare il proprio bilancio e dunque il rimborso del Recovery Plan. A Bruxelles, alcuni consideravano già poco realistico il calendario di approvazione entro il 2022, considerati gli interessi in gioco.

Viceversa, un po’ a spauracchio, si dice che altrimenti si dovrà chiedere agli Stati membri di finanziare il prestito per la parte sovvenzioni. Politicamente già suona molto male: alcuni Paesi prendono centinaia di miliardi, mentre il ricarico avverrebbe in base al Pil, con Stati che dunque ne finanzierebbero altri senza averlo di fatto approvato.