Pubblicato in: Banche Centrali, Demografia, Devoluzione socialismo

Pensionati. 2019. Spesi 301 miliardi in prestazioni pensionistiche. -Istat.

Giuseppe Sandro Mela.

2021-02-25.

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“Ti ricordi quando i nonni andavano in pensione? Poveretti!! Per fortuna noi siamo socialmente avanzati e non ci andremo mai”


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Pensionati. Metà dei beneficiari non ha mai versato contributi. Tagli imminenti.

Inps. Si avvicina la soluzione finale dei pensionati. Eutanasia.

«L’Inps ha un flusso finanziario complessivo di 860 miliardi annuo.

L’Inps riporta a bilancio 2018 entrate complessive per 423.975 miliardi di euro, delle quali 211.462 miliardi derivano dal versamento dei contributi. Mancano all’appello 212.513 = (423.975 – 211.462) miliardi di euro.»

Italia. Pensioni. Le piglierete nei denti. Sempre poi che ve le diano.

«Il passaggio dal retributivo al contributivo porterà ad una progressiva riduzione degli importi delle pensioni»

«la crisi economica …. avrà ripercussioni sulla rivalutazione dei contributi accreditati negli anni»

«Chi andrà in pensione nei prossimi anni, quindi, percepirà importi sempre più bassi»

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I problemi pensionistici sono facilmente enunciabili.

– Circa la metà dei beneficiari non ha mai versato contributi

– Il passaggio da retributivo a contributivo comporta pensioni minori rispetto al passato

– Il crollo demografico dei giovani e la difficoltà a trovare lavoro stabile implica una riduzione dei contributi versati: meno entrate per l’Inps, pensioni da fame per loro, se mai le vedranno.

– Stipendi sempre più bassi e difficoltà ad avere un impiego stabile contribuiranno a ridurre le pensioni future

– Le ‘diseguaglianze’ altro non sono che differenze nei contributi versati.

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Il tragico è che i nostri giovani sono rassegnati, come pecore mandate al macello.

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Istat. Condizioni di vita dei pensionati

Nel 2019 spesi 301 miliardi di euro in prestazioni pensionistiche: +2,5% rispetto al 2018.

Rimane sostanzialmente stabile il numero di pensionati (poco più di 16 milioni). Si confermano le ampie disuguaglianze di reddito tra i beneficiari, con il 42,3% della spesa che va al quinto più ricco e un gap marcato a svantaggio delle donne.

Sono 5,2 milioni (32,7% del totale) coloro che cumulano due o più prestazioni. Oltre un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli (35,6%), più di un quarto da solo (28,2%).

Crescono i pensionati da lavoro che dichiarano di essere occupati (+3,6% sul 2018).

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                         Continua a diminuire il rapporto tra pensionati e lavoratori

Nel 2019, sono poco meno di 23 milioni i trattamenti pensionistici erogati a 16 milioni di beneficiari, per una spesa pensionistica complessiva che raggiunge i 301 miliardi di euro (+2,5% rispetto all’anno precedente).

Gran parte della spesa (273 miliardi, 90,6% del totale, 15% del Pil) è destinata alle pensioni IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti). Tra queste, più di due terzi (67,4%) sono pensioni di vecchiaia e anzianità che assorbono il 79,2% della spesa previdenziale.

Il sistema di trasferimenti pensionistici impegna ulteriori 24 miliardi (8% della spesa complessiva) a favore di 4,4 milioni di beneficiari ai quali eroga prestazioni di tipo assistenziale, che comprendono le pensioni agli invalidi civili, ai non udenti civili e ai non vedenti civili, le indennità di accompagnamento, di frequenza e di comunicazione, le pensioni e gli assegni sociali e le pensioni di guerra. Si tratta di prestazioni erogate a favore di persone in condizioni di disagio per motivi economici e/o fisici il cui finanziamento è indipendente dal versamento di contributi.

Alle prestazioni di tipo IVS e assistenziali si aggiungono 4,1 miliardi erogati a copertura di quasi 700 mila rendite dirette e indirette per infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Il rapporto tra numero di pensionati e occupati è di 686 beneficiari ogni 1.000 lavoratori (era 757 nel 2000, primo anno della serie storica analizzata). Se si considerano solo i titolari di prestazioni IVS, il rapporto tra pensionati che hanno versato i contributi e i lavoratori che li versano scende a 602 ogni 1.000 lavoratori. Il rapporto è diminuito di quasi 6 punti percentuali nei sei anni successivi alla riforma del sistema pensionistico del 2012, mentre nei precedenti dodici anni si era ridotto di soli 2 punti (Tavola 1 in allegato).

L’andamento degli indicatori, la distribuzione territoriale delle pensioni e della relativa spesa risentono sia delle differenze nei livelli e nella dinamica dell’occupazione, sia della diversa struttura per età della popolazione delle regioni, mediamente più anziana nel Nord del Paese.

Il 50,8% della spesa complessiva è erogata a residenti al Nord – principalmente in qualità di beneficiari di pensioni IVS – il resto nel Mezzogiorno (28%), dove sono più diffuse le prestazioni assistenziali e al Centro (21,2%) (Tavola 2 in allegato).

In rapporto alla popolazione residente, in media si calcolano 260 pensionati ogni 1.000 abitanti. Anche tenendo conto delle differenze territoriali nella struttura per età della popolazione, il tasso di pensionamento è più elevato al Nord (262 pensionati ogni 1.000 abitanti), a testimoniare una pregressa e continuativa partecipazione al mercato del lavoro di una parte più ampia della popolazione, scende nel Mezzogiorno (259) ed è in assoluto più basso al Centro (255). (Tavola 3 in allegato).

                         Significative differenze di genere per i redditi da pensione

Nel 2019, le donne ricevono il 43,9% (44,1% nel 2018) della spesa complessiva e sono in maggioranza sia tra i titolari di pensioni (55,2%, 55,5% nel 2018) sia tra i beneficiari (51,9%, 52,2% nell’anno precedente) (Tavola 4 in allegato).

In media, l’importo di una pensione di una donna è più basso rispetto a quello riservato agli uomini per lo stesso tipo di pensione. In particolare, per le pensioni di vecchiaia le donne percepiscono in media 7.783 euro annui in meno degli uomini (-36,1%) per effetto del divario retributivo. Al contrario, per le pensioni di reversibilità alle donne spetta 1,6 volte l’importo degli uomini, per effetto del divario di genere rispetto alla speranza di vita (assorbono infatti il 91% della spesa per pensioni di reversibilità).

Il gap tra uomini e donne si riduce a 6.049 euro se si guarda al reddito annuo complessivo (-27,6%), dato dalla somma tra singole prestazioni pensionistiche.

Le donne riescono a colmare parzialmente il gap rispetto agli uomini perché più spesso titolari di più prestazioni contemporaneamente: sono il 58,5% tra chi percepisce due pensioni e il 69,2% tra i beneficiari che ne cumulano tre o più (Tavola 5 in allegato).

Lo svantaggio femminile deriva dalla minore partecipazione al mercato del lavoro, dal differenziale salariale, dalla presenza di carriere contributive più brevi e frammentate. Inoltre, le donne sono spesso beneficiarie di pensioni di reversibilità (86,2% dei casi), il cui importo è calcolato come percentuale della pensione del familiare deceduto.

Considerando la natura dei trasferimenti, alle donne va il 42,6% della spesa per pensioni IVS e il 60% di quella assistenziale. Rispetto alla distribuzione del reddito, il 66,3% delle donne non supera i 1.500 euro mensili (il 43,2% si colloca nella fascia inferiore a 1.000 euro). Il divario di genere è massimo nella classe di reddito più alta (3.000 euro e più) dove ci sono 262 pensionati ogni 100 pensionate (Tavola 6 in allegato).

Le donne si collocano più frequentemente nel segmento più povero della distribuzione dei redditi pensionistici mentre la presenza degli uomini cresce all’aumentare del reddito. Una pensionata su quattro (24,4%) appartiene al quinto più povero, ma solo il 13,3% si colloca in quello più ricco; per gli uomini, invece, tali quote si attestano, rispettivamente, al 15,2% e al 27,2%. Il quinto di donne con redditi pensionistici più bassi percepisce annualmente fino a 7.200 euro, tra gli uomini tale soglia è quasi 2.400 euro più alta (Tavola 7 in allegato)

                         Tipologie e cumulo di pensioni alla base delle disuguaglianze di reddito

La variabilità dell’entità dei trasferimenti pensionistici è dovuta a un insieme di fattori, primo tra tutti la presenza o meno di un pregresso contributivo. Le pensioni assistenziali, infatti, essendo finanziante dalla fiscalità generale, hanno importi generalmente più bassi. Anche tra chi ha versato contributi, l’importo della prestazione può essere variabile perché calcolato sulla base di normative diverse che tengono conto della retribuzione, dell’anzianità lavorativa, della composizione e del reddito familiare.

Inoltre, ciascun beneficiario può essere titolare di più prestazioni cumulando così l’importo delle diverse categorie di pensione, nel rispetto dei vincoli reddituali e di compatibilità tra categorie di prestazione.

Nel 2019, sono 5,2 milioni (32,7% del totale) i beneficiari che cumulano due o più prestazioni, dello stesso tipo o di tipo diverso (Tavola 8 in allegato). La spesa destinata ai multi-titolari è di 123 miliardi (40,9% del totale dei trasferimenti, il 6,9% del PIL). Tra i beneficiari di pensioni di tipo diverso, la quota maggiore è rappresentata da quanti associano alla pensione di vecchiaia una ai superstiti (40,6%).

Oltre alle differenze di genere, l’analisi distributiva degli importi pensionistici evidenzia marcate

disuguaglianze sia rispetto alle tipologie di pensioni ricevute sia rispetto al territorio di residenza, come testimonia la suddivisione in quinti dei beneficiari rispetto al livello di reddito. Se il reddito fosse distribuito allo stesso modo nella popolazione, a ciascun quinto di popolazione spetterebbe il 20% della spesa pensionistica. Nella realtà, invece, al quinto più povero è destinato il 5,2% del totale della spesa pensionistica, al 20% più ricco otto volte di più (42,3%).

La diseguaglianza tra redditi pensionistici può inoltre essere analizzata considerando la categoria di prestazione. Tra i beneficiari di pensioni di invalidità, vecchiaia o superstiti (IVS), con alle spalle un pregresso contributivo, il 15,2% si colloca nel quinto più povero, percentuale che sale al 69,2% tra quanti godono soltanto di benefici assistenziali. Sempre tra questi ultimi, il quinto di popolazione con redditi pensionistici più bassi percepisce meno di 3.800 euro lordi annui. Chi associa una pensione assistenziale a una IVS quadruplica il valore soglia del primo quintile di reddito, che sfiora i 14.500 euro (Tavola 9 in allegato).

Nel Mezzogiorno, dove sono più diffuse le pensioni assistenziali rispetto a quelle da lavoro, un pensionato su cinque (24,4%) appartiene al quinto più povero della distribuzione dei redditi pensionistici e solo il 16,2% si colloca nel quinto più ricco. Sempre nel Mezzogiorno, il quinto di popolazione con redditi pensionistici più bassi percepisce meno di 7 mila euro lordi annui; nel Nord non supera i 9.300 euro. Il quinto di pensionati con redditi pensionistici più elevati percepisce al Centro e al Nord oltre 27 mila euro lordi annui, al Sud e nelle Isole oltre 24 mila euro (Tavola 10 in allegato).

                         In aumento i pensionati che continuano a lavorare

Nel 2019, secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro, i pensionati da lavoro che percepiscono anche un reddito da lavoro sono 420 mila, in aumento rispetto al 2018 (+3,6%) e in decisa diminuzione rispetto al 2011 (-18,5%). Tale aggregato è composto principalmente da uomini (in oltre tre casi su quattro), da residenti nelle regioni settentrionali (in due casi su tre) e da lavoratori non dipendenti (in circa l’85% dei casi) (Tavola 11 in allegato). Circa la metà dei pensionati occupati ha al massimo la licenza media (è il 30,4% per il complesso degli occupati), tre su dieci possiedono un diploma mentre il segmento dei laureati rappresenta oltre un quinto del totale.

Nel tempo l’età media dei pensionati che lavorano è cresciuta, per effetto dell’aumento dell’età pensionabile: oltre il 77% ha almeno 65 anni (53,7% nel 2011) e il 41,7% ne ha almeno 70 (25,0% nel 2011); proprio al segmento più anziano si deve gran parte dell’incremento osservato nel 2019. Tra il 2011 e il 2019 si sono invece più che dimezzati i 60-64enni (Figura 3). L’età media dei pensionati con redditi da lavoro raggiunge quindi i 69 anni (66 anni nel 2011); tra gli uomini la media è di circa un anno e mezzo più elevata rispetto alle donne e tra i lavoratori indipendenti supera di oltre tre anni quella dei dipendenti.

Nel 2019, lavora nel settore dei servizi circa il 65% dei percettori di pensione (da lavoro) che continuano a essere occupati, al suo interno meno di un terzo è impiegato nel commercio (Tavola 12 in allegato).

Il confronto con il collettivo degli occupati nel suo complesso mostra differenze significative. I pensionati che lavorano sono più spesso impiegati in agricoltura – con un’incidenza tre volte e mezzo superiore rispetto al totale – e nel commercio (quasi una volta e mezzo superiore), risultando sovra rappresentati anche nelle attività professionali e nei servizi alle imprese. Nei settori istruzione e sanità, trasporti e nell’industria in senso stretto, al contrario, l’incidenza è sensibilmente inferiore a quella del totale degli occupati.

Circa il 44% dei pensionati che lavorano svolge una professione qualificata (compresa nei primi tre grandi gruppi della classificazione delle professioni CP2011), una quota più alta rispetto al totale degli occupati (35,3%), lo stesso si verifica per gli operai (30,9% contro 22,4%). È invece più bassa la percentuale di pensionati che lavorano in professioni non qualificate (3,3% contro 11,8%).

Considerando solo l’occupazione indipendente (l’84,4% dei lavoratori beneficiari di una pensione da lavoro), il 54,8% è rappresentato da lavoratori autonomi (in lieve aumento rispetto al 2018), il 26,8% da liberi professionisti (dal 28,3% dell’anno precedente), il 7,1% da coadiuvanti nell’azienda familiare (in lieve crescita), il 6,9% da imprenditori (anch’essi in leggero aumento). Tra l’esiguo gruppo dei dipendenti, invece, il 54,2% è operaio e circa il 29% è impiegato.

                         Quasi in una famiglia su due c’è un titolare di pensione

Nel 2018, si stima che quasi in una famiglia su due sia presente almeno un pensionato (oltre 12 milioni di nuclei); in particolare, nel 34% dei casi vi è un titolare di pensione e nel 12,4% due e più.

Più di un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli (35,6%) e il 28,2% vive da solo (Figura 4). È invece più contenuta la percentuale di pensionati che vivono in coppia con figli (18,4%), in famiglie con singolo genitore (9,6%), oppure in altra tipologia (8,1%), cioè in famiglie di membri isolati o composte da più nuclei. Rispetto al resto del Paese, i pensionati del Nord vivono più spesso da soli (29,5%) o in coppia senza figli (39,5%) mentre i pensionati del Mezzogiorno risiedono più frequentemente in coppia con figli (23,7%). Infine i pensionati del Centro si trovano più diffusamente in famiglie di altra tipologia (9,8%).

I titolari di pensioni di vecchiaia e anzianità vivono prevalentemente in famiglie di coppie senza figli (45,4%), i percettori di pensioni di reversibilità più spesso abitano soli (62,3%) o con i figli in qualità di unico genitore (24,2%), essendo rappresentati nella stragrande maggioranza dei casi da donne vedove. Per queste famiglie, i trasferimenti sociali erogati ai pensionati (da qui denominati semplicemente trasferimenti pensionistici) rappresentano, in media, il 63,1% del reddito familiare netto disponibile (al netto dei fitti imputati); la quota restante è costituita per il 30,1% da redditi da lavoro e per il 6,8% da altri redditi (prevalentemente affitti e rendite finanziarie). Le pensioni di anzianità e vecchiaia, unitamente alle liquidazioni di fine rapporto per quiescenza, contribuiscono alla formazione del totale dei redditi familiari per il 43,8%, i trattamenti di reversibilità per il 9,3% e le restanti pensioni per il 10,1%.

Per quasi 7,5 milioni di famiglie (il 62% delle famiglie con pensionati) i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile (Tavola 13 in allegato); nel 24,9% dei casi le stesse prestazioni sono l’unica fonte di reddito (oltre 3 milioni di famiglie), mentre per il 26,0% delle famiglie il loro peso non supera la metà delle entrate familiari.

Se in famiglia vi sono solo pensionati, sale all’84,5% la percentuale di famiglie con trasferimenti pensionistici il cui contributo è pari almeno ai tre quarti delle risorse economiche.

                         Rischio povertà più basso tra le famiglie con pensionati

Nel 2018, il reddito medio netto (esclusi i fitti figurativi) delle famiglie con pensionati è stimato in 32.000 euro (2.670 euro mensili) ed è, seppur di poco, superiore a quello delle famiglie senza pensionati (2.610 euro mensili). La metà delle famiglie con pensionati ha un reddito netto inferiore ai 24.780 euro (2.065 euro mensili), valore mediano che scende a 21.445 euro nel Mezzogiorno, mentre si attesta intorno a 27.800 euro nel Centro e a 25.830 euro nel Nord (Tavola 14 in allegato).

Le famiglie con pensionati presentano un reddito mediano più basso rispetto a quello delle famiglie senza pensionati. Tale situazione, però, si inverte se si considera il reddito netto familiare equivalente, cioè includendo l’effetto delle economie di scala e rendendo comparabili i livelli di benessere tra famiglie di diversa composizione. Infatti, il valore mediano in termini equivalenti è pari a 17.800 euro per le famiglie con pensionati contro i 17.110 euro delle restanti famiglie. Il vantaggio comparativo è ulteriormente avvalorato dal fatto che il rischio di povertà delle prime (15,9%) è circa 8 punti percentuali inferiore a quello delle seconde. Ciò conferma l’importante ruolo di protezione economica che i trasferimenti pensionistici assumono in ambito familiare.

La presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili” (genitori soli o famiglie in altra tipologia) riduce sensibilmente l’esposizione al rischio di povertà, rispettivamente dal 32,8% al 15,1% e dal 32,9% al 15,3% (Figura 5). Il cumulo di pensione e reddito da lavoro abbassa ulteriormente il rischio di povertà: 4,8% contro 18,1% delle famiglie sostenute da titolari di sole pensioni. Anche l’apporto economico dei componenti non pensionati, in particolare gli occupati, riduce il rischio di povertà pur in assenza di cumulo (8,4%).

Tra le famiglie con pensionati, le meno esposte al rischio di disagio economico sono quelle in cui vi è almeno un pensionato che cumula redditi da lavoro propri o di altri componenti occupati (rispettivamente 3,6% e 4,8%). Le più vulnerabili sono costituite da pensionati senza redditi da lavoro che vivono assieme ad altri membri non occupati (34%).

Analogamente a quanto si verifica per le famiglie nel loro complesso, quelle di pensionati del Sud e delle Isole presentano un’incidenza del rischio di povertà quasi tre volte superiore a quella delle famiglie residenti nel Nord e più che doppia rispetto a quelle del Centro. L’indice di grave deprivazione conferma in misura ancora più accentuata queste evidenze.