Pubblicato in: Medicina e Biologia

Tessile. Prato. Lavora solo il 10% delle imprese.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-03-28.

Toscana Firenze Prato Pistoia Lucca

«Le prospettive economiche e occupazionali del territorio sono di inaudita gravità»

«Al lavoro solo le imprese attive nella produzione di mascherine e camici»

«la paura è sulla tenuta del sistema economico post-emergenza»

«da mercoledì 25 marzo il 90% del distretto tessile chiuderà i battenti, per rispettare le previsioni governative»

«a Prato, proprio a causa della forte specializzazione nel tessile e anche nell’abbigliamento (settori non ammessi), potrà restare operativo solo il 14% delle fabbriche e il 13% degli addetti.»

«a Lucca, dove esiste il distretto della carta igienica e per imballaggio più importante d’Europa (attività ammessa dal decreto), potrà restare aperto il 40% del manifatturiero col 56% degli addetti; a Pistoia si “salva” il 29% delle fabbriche e il 32% degli addetti»

«C’è il rischio che il 30-40% delle aziende fallisca»

«Il problema principale che le imprese tessili dovranno affrontare a breve, secondo Cavicchi, è di tipo finanziario: i negozi di moda sono chiusi, i confezionisti di abiti stanno già chiedendo sconti e proroghe di pagamento»

«Questo è peggio di un terremoto.»

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È ancora troppo presto per poter valutare in modo realistico i danni indotti dalla pandemia.

C’è il rischio concreto che il 30-40% delle aziende fallisca e che le restanti incontrino severe difficoltà a riprendersi, specie rioccupando le fasce di esportazioni che prima le caratterizzavano.

E si tenga anche presente che il tessile è certamente un settore di grande interesse industriale, ma non è assolutamente l’unico. Non si sarebbe lontani dalla realtà ad indicare per l’Italia una cifra prudenziale di 500 – 700 miliardi di danni.

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Tessile abbigliamento, a Prato si ferma il 90% delle imprese.

Peggio di un terremoto: tre richieste dalla Confindustria moda regionale. Al lavoro solo le imprese attive nella produzione di mascherine e camici.

Ora il distretto di Prato – leader europeo nella produzione di tessuti e filati – ha davvero paura. Non solo per i contagi e i morti che il coronavirus continua a seminare, e che la settimana scorsa avevano spinto gli imprenditori locali a lavorare e investire per applicare subito nelle aziende le misure di sicurezza a tutela della salute dei dipendenti. Adesso, dopo il decreto presidenziale di domenica che impone la chiusura delle attività considerate “non essenziali”, la paura è sulla tenuta del sistema economico post-emergenza. Il colpo è micidiale, superiore a qualunque altro territorio per l’importanza (e l’incidenza) che qui il settore mantiene: da mercoledì 25 marzo il 90% del distretto tessile chiuderà i battenti, per rispettare le previsioni governative.

Solo il 10% delle aziende attive nella filiera dei tessuti e filati e il 14% degli addetti potrà andare al lavoro perché legati alla produzione di tessuto-non-tessuto (quello usato per fare mascherine e camici) o di tessuti tecnici, ritenuti “essenziali” dal decreto. Per tutti gli altri, cioè circa 16.600 persone, scatterà la cassa integrazione.

La stima l’ha fatta l’ufficio studi di Confindustria Toscana nord (Prato, Pistoia, Lucca), applicando i codici Ateco indicati dal decreto alle aziende dell’area: a Lucca, dove esiste il distretto della carta igienica e per imballaggio più importante d’Europa (attività ammessa dal decreto), potrà restare aperto il 40% del manifatturiero col 56% degli addetti; a Pistoia si “salva” il 29% delle fabbriche e il 32% degli addetti; a Prato, proprio a causa della forte specializzazione nel tessile e anche nell’abbigliamento (settori non ammessi), potrà restare operativo solo il 14% delle fabbriche e il 13% degli addetti.

Percentuali che scendono ancora, a livello di allarme secondo gli imprenditori, se si considera appunto solo lo storico distretto tessile, da sempre modello di organizzazione imprenditoriale e di collaborazione di filiera, oggi formato da quasi 2.800 aziende con più di 19mila addetti, per un fatturato che si aggira sui 4 miliardi di cui oltre 1,5 all’export. Un distretto che, nonostante le crisi e i ridimensionamenti, è ancora il motore economico del territorio e lo sbocco occupazionale di tanti giovani.

«Gli effetti del decreto del 22 marzo sulla chiusura delle fabbriche si faranno sentire con grande intensità», dice il presidente di Confindustria Toscana nord, Giulio Grossi, senza dimenticare i motivi che hanno portato alla decisione del Governo di chiudere le fabbriche. Il futuro è nero: «Le prospettive economiche e occupazionali del territorio sono di inaudita gravità», aggiunge.

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Dalle mascherine ai camici: il tessile-moda pronto alla «conversione»

Il timore delle imprese è che l’inattività possa essere prolungata oltre il 3 aprile, indicato per adesso dal Governo, e che lo stop faccia perdere quote di mercato. Magari a vantaggio della Cina, che dopo l’emergenza-coronavirus ora sta ripartendo, o della Turchia che finora sembra al riparo dall’infezione.

Una prospettiva che inquieta: «Siamo in una situazione di forte pressione, con i competitor che premono», spiega Andrea Cavicchi, presidente della sezione Sistema Moda di Confindustria Toscana nord. «Pericoli per l’occupazione? Nel distretto tessile ci saranno di sicuro. Una situazione così non l’abbiamo mai vissuta, neppure nel 2008-2009 quando la crisi fu durissima. C’è il rischio che il 30-40% delle aziende fallisca».

Il problema principale che le imprese tessili dovranno affrontare a breve, secondo Cavicchi, è di tipo finanziario: i negozi di moda sono chiusi, i confezionisti di abiti stanno già chiedendo sconti e proroghe di pagamento. «La preoccupazione è avere a fine aprile una grande quantità di insoluti, che peseranno sulle nostre aziende: a quel punto cosa faremo? Chi ha liquidità sufficiente potrà sostenerli, ma molte altre aziende non ce la faranno, e dunque come pagheranno i propri fornitori come le rifinizioni?»

La catena, tipica della filiera produttiva, si romperà, e per Prato sarà un dramma. Che potrebbe cominciare a materializzarsi già nelle prossime settimane: «L’Inps potrebbe non accogliere tutte le richieste di cassa integrazione che arriveranno – aggiunge Cavicchi – e poi quando sarà in grado di pagare la Cig? Perché le aziende difficilmente potranno anticiparla….».

Per questo Cavicchi avanza tre richieste per salvare il distretto: sospendere le bollette dei servizi pubblici e i versamenti fiscali e contributivi per lasciare liquidità nelle aziende; fare un accordo con le banche per avere erogazioni senza aspettare bilanci e senza guardare al fatturato; attivare un tavolo di crisi per preparare le basi per ripartire. « Questo è peggio di un terremoto. Ma potrebbe essere l’occasione per rimettersi in gioco e lavorare su un nuovo rapporto di filiera».