Pubblicato in: Cina, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Cina. Di gran lunga i migliori studenti al mondo.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-07.

2019-12-09__Scuola cinese

La Cina ha alle spalle cinque millenni di tradizione meritocratica, accuratamente custodita dalla scuola mandarinica, indipendentemente dal nome con il quale la si voglia denominare.

Senza comprendere questa caratteristica sarebbe impossibile comprendere sia la Cina sia le sue espressioni particolari, quali in questo caso, la scuola cinese.

«Hanno superato i loro coetanei in tutte le materie prese in considerazione: matematica, scienze e persino la lettura e la comprensione dei testi»

«Non c’è più alcun dubbio: gli adolescenti cinesi sono gli studenti migliori al mondo»

«A rivelarlo è lo studio triennale che l’OCSE svolge su studenti quindicenni in tutto il mondo»

«Dai dati che emergono dalla ricerca si evince che gli scolari che provengono dalle quattro province cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang hanno ottenuto risultati ben più alti della media in scienze e matematica»

«Circa 1 studente su 6 (16,5%) a Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang (Cina) e 1 su 7 a Singapore (13,8%), hanno raggiunto i massimi livelli in matematica. Un dato che è pari solo al 2,4% nei paesi OCSE»

«Un traguardo eccellente, che cozza con il reddito delle famiglie da cui provengono gli studenti. La maggior parte di queste infatti vive con possibilità inferiori rispetto alla media internazionale»

«il segretario generale dell’OCSE Angel Gurria nella nota allegata ai dati, ma si è anche detto rammaricato del fatto che i risultati migliori non siano stati ottenuti nei Paesi che hanno investito nella formazione»

«L’unica pecca riguarda il divario di genere: le studentesse cinesi infatti hanno sotto-performato rispetto ai coetanei maschi, in tutte e tre le discipline»

«La qualità delle loro scuole oggi alimenterà la forza delle loro economie domani»

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«Per l’Italia si profila un declino delle competenze dei quindicenni e delle capacità di svilupparle»

«Nell’Unione europea, il Paese scende dal 18esimo al ventesimo posto su 28: superato da Lituania e Ungheria, distanziato da Lettonia e Repubblica Ceca, lontanissimo dalla Polonia (che è la vera sorpresa: balza al terzo posto subito dietro a Estonia e Finlandia).»

«l’Italia è appena diciannovesima per spesa pubblica in istruzione in proporzione dal reddito nazionale (Pil)»

«la spesa pubblica in istruzione in Italia scende dal 4,6% del Pil nel 2009 al 3,8% del 2016»

«Né consola molto che il Nord vada meglio, quasi su livelli polacchi. Perché non solo il Sud va malissimo»

«Resta però il dubbio se davvero questa scivolata verso il basso nelle competenze dei ragazzi italiani rispetto agli altri europei dipenda solo dalle risorse in meno»

«Merita studiarla bene questa questione, perché un’analisi dei numeri da vicino la smentisce»

«quasi tutti i Paesi europei che investono meno dell’Italia per ogni studente dai sei ai quindici anni di età hanno anche risultati superiori all’Italia nei test Pisa …. Spagna, dell’Estonia, di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Irlanda e Lituania»

«Quanto alla Svezia, ha risultati molto peggiori di quanto farebbe prevedere la sua altissima spesa in istruzione»

«L’Europa centro-orientale, con meno risorse, sta superando l’Italia»

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Punto primo. Comprendere perché la Cina primeggia.

La scuola cinese non è ideologizzata e segue criteri di professione strettamente meritocratici. È un continente con differenze tra zona e zona, ma cercheremo di estrarre le componenti principali.

– Tutti i bambini possono accedere all’istruzione elementare, che contempla lo studio mnemonico dei circa seimila ideogrammi. Le famiglie meno abbienti ricevono un sussidio statale che permetter al figlio di non gravare sulla famiglia. Il passaggio alle superiori è consentito a quanti superino una soglia invero severa. Quella cinese è una scuola che boccia alla grande, senza nessuna pietà. I migliori sono poi raccolti in collegi di stato, a totale carico dell’erario, che per loro largheggia.

– La disciplina scolastica è quasi militare. Gli insegnanti sono prudentemente sorvegliati e giudicati in base alla resa dei propri alunni, ma godono di una grande stima sociale ed anche di stipendi degni di quel nome. Hanno autorità e la esercitano.

– Gli insegnanti che non si rivelino essere all’altezza sono licenziati su due piedi, senza problemi né rimpianti.

– Le materie tecniche e scientifiche sono privilegiate

– Uno sguardo alla fotografia acclusa sarebbe maieutico. La classe è composta da più di cinquanta alunni, ed il corpo docente è risicato. La figura dell’insegnante ‘di sostegno’ non esiste. Mancano totalmente gli handicappati che pullulano nelle scuole occidentali, e la preservazione del rapporto di ‘gender’ è totalmente ignorato. Gli studenti sono in divisa. Le parole ‘assemblea‘ oppure ‘sciopero‘ sono semplicemente bandite: nessuno si sogna nemmeno di pensarle. Le vacanze sono intese come periodo di ulteriore studio.

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Una Greta, promossa a pieni voti anche se non aveva frequentato la scuola, sarebbe un fatto fuori dal ben dell’intelletto.

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Punto Secondo. La situazione italiana.

Il Miur mette a disposizione del pubblico il database sulla scuola, aggiornato purtroppo al solo 2017

– In Italia vi sono 3,312 istituti scolastici.

– Il corpo docente è formato da 737,243 persone, 127,999 maschi e 609,244 femmine, irrispettosi della parità di gender.

– In Italia 1,615 istituti hanno 89,384 docenti di sostegno, 14,345 maschi e 75,039 femmine.

– Gli Ata sono 183,425, dei quali 56,759 maschi e 126,666 femmine.

Ne consegue che il totale degli addetti alla scuola di ruolo sono 920,668.

Gli studenti che frequentano le scuole pubbliche sono 6,668,086, 3,434,565 maschi e 3,233,521 femmine.

Paucis verbis, in Italia vi sono 7.24 studenti per ogni dipendente a ruolo.

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Ma questo conto è incompleto.

La scuola italiana pullula di personale docente ed Ata non di ruolo: il loro numero è tempovariabile, quindi non esistono statistiche disponibili. Due soli commenti.

– Questi dati indicano come il numero dei docenti sia inversamente correlato ai risultati del test Pisa.

– Il Miur è diventato uno stipendificio, che paga poco e male i docenti perché sono una quantità stratosferica. Solo per paragone, il numero del personale a ruolo nella scuola italiana e quasi eguale al numero di personale in occupazione equivalente negli Stati Uniti, che hanno 320 milioni di abitanti.

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Quid agendum sit? Cosa fare?

L’organizzazione scolastica cinese è sotto gli occhi di tutti. Sarebbe solo sufficiente cercare di imitarla. In primo luogo, deburocratizzando l’intera struttura.

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L’Italia investe poco nell’istruzione, ma ha risultati Pisa peggiori anche dei paesi che investono ancor meno. In Europa è il fanalino di coda. Non è problema di investmenti,ma di deficit strutturale.

– La scuola italiana è stata statalizzata sullo stile di quella della ex-Unione Sovietica, ma deprivandola di meritocrazia e disciplina.

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Scuola: ecco perché i migliori studenti sono cinesi

Hanno superato i loro coetanei in tutte le materie prese in considerazione: matematica, scienze e persino la lettura e la comprensione dei testi. Non c’è più alcun dubbio: gli adolescenti cinesi sono gli studenti migliori al mondo. 

A rivelarlo è lo studio triennale che l’OCSE svolge su studenti quindicenni in tutto il mondo. Dai dati che emergono dalla ricerca si evince che gli scolari che provengono dalle quattro province cinesi di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang hanno ottenuto risultati ben più alti della media in scienze e matematica. Un traguardo eccellente, che cozza con il reddito delle famiglie da cui provengono gli studenti. La maggior parte di queste infatti vive con possibilità inferiori rispetto alla media internazionale. Circa 1 studente su 6 (16,5%) a Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang (Cina) e 1 su 7 a Singapore (13,8%), hanno raggiunto i massimi livelli in matematica. Un dato che è pari solo al 2,4% nei paesi OCSE.

E che dire delle capacità nel campo della lettura? Secondo i dati dell’OCSE il 10% degli studenti cinesi più svantaggiati hanno mostrato risultati migliori rispetto alla media. L’unica pecca riguarda il divario di genere: le studentesse cinesi infatti hanno sotto-performato rispetto ai coetanei maschi, in tutte e tre le discipline.

«La qualità delle loro scuole oggi alimenterà la forza delle loro economie domani», ha commentato il segretario generale dell’OCSE Angel Gurria nella nota allegata ai dati, ma si è anche detto rammaricato del fatto che i risultati migliori non siano stati ottenuti nei Paesi che hanno investito nella formazione. Un segno che mette in luce come forse il sistema scolastico vada rivisto. «Se consideriamo il fatto che quelle quattro province cinesi hanno un reddito medio procapite molto inferiore alla media Ocse, è deludente che la maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico non abbia fatto registrare alcun sostanziale miglioramento rispetto alla prima rilevazione PISA del 2000».

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Perché gli studenti italiani non imparano?

L’idea europea di confrontare investimenti nelle scuole e preparazione degli studenti. Italia al 20° posto per risultati: la colpa non è solo dei pochi fondi.

Spesso accusati di agire in segreto, per una volta il mese scorso i ministri finanziari europei hanno davvero avuto una discussione semi-clandestina. Non si parlava di regole sul debito o per le banche, ma del più pubblico dei problemi: quanto spendere e come far sì che una nuova generazione di europei impari qualcosa sui banchi di scuola. L’idea era della Finlandia, uno dei Paesi che investe di più in educazione: ha chiesto alla Commissione europea di mettere in rapporto la spesa pubblica per scuole e università dei vari Paesi e i risultati degli studenti.

La graduatoria Pisa

Era questo l’aspetto che molti governi, comprensibilmente, non volevano fosse reso noto. Nessun politico, uomo o donna, ha voglia di essere giudicato a Bruxelles e criticato in patria perché magari usa il denaro dei contribuenti senza risultati visibili. In un’epoca di confronti internazionali continui sulle performance dei Paesi, mostrare che si buttano dei soldi addosso a un problema non basta più. Bisogna anche che lo si veda nelle classifiche. Il rapporto della Commissione è dunque rimasto confidenziale, ma il «Corriere» ha cercato di replicarne l’impianto confrontando la spesa in istruzione e i risultati dei ragazzi nei vari Paesi europei. È un buon momento per farlo. L’Ocse di Parigi, un organismo multilaterale, ha appena pubblicato l’ultima graduatoria Pisa («Programme for International Student Assessment») sul livello degli studenti di 15 anni. Deriva da un test su 600 mila ragazzi in 79 Paesi, somministrato nel 2018. Il «Corriere» lo ha raccontato in dettaglio il 4 dicembre con Gianna Fregonara e Orsola Riva.

Gli studenti italiani

Per l’Italia si profila un declino delle competenze dei quindicenni e delle capacità di svilupparle. Nell’Unione europea, il Paese scende dal 18esimo al ventesimo posto su 28: superato da Lituania e Ungheria, distanziato da Lettonia e Repubblica Ceca, lontanissimo dalla Polonia (che è la vera sorpresa: balza al terzo posto subito dietro a Estonia e Finlandia). In parte, era prevedibile: per la scuola nel bilancio pubblico resta ben poco. Nel 2015, ultimo anno con dati ufficiali confrontabili fra un numero sufficiente di Paesi europei, l’Italia è appena diciannovesima per spesa pubblica in istruzione in proporzione dal reddito nazionale (Pil). Piazzarsi ventesimi per le competenze dei ragazzi, in media, potrebbe essere solo il risultato della scarsità delle risorse dedicate. Né consola molto che il Nord vada meglio, quasi su livelli polacchi. Perché non solo il Sud va malissimo. Anche il Centro Italia è sotto la media Ocse in scienze e lettura, è appena sopra solo in matematica e comunque da un Paese con il trentesimo tenore di vita per abitante più alto al mondo si aspetterebbe qualcosa di più che misurarsi a una media Ocse. Questa è fatta in buona parte da economie molto meno ricche dell’Italia. Nei suoi studi la stessa Ocse mostra per esempio che nelle scienze in genere c’è una stretta correlazione fra il livello scolare dei quindicenni e il reddito per abitante nel Paese: più è alto il secondo, più sale il primo; in questo gli studenti italiani invece sono ben sotto a dove dovrebbero essere per il livello di benessere del Paese. Ma, appunto, almeno un po’ deve dipendere anche dalle strette di bilancio. Eurostat, l’agenzia statistica europea, mostra che la spesa pubblica in istruzione in Italia scende dal 4,6% del Pil nel 2009 al 3,8% del 2016. Non solo è una quota enormemente più bassa rispetto ai primi anni del Dopoguerra, quando arrivava al 9% del Pil (lo scrive Anna Maria Poggi, Per un diverso Stato sociale, Il Mulino). L’Ocse nel rapporto «Uno sguardo all’istruzione 2019» mostra anche che l’anomalia italiana dal 2010 a oggi è soprattutto in un taglio di spesa molto più profondo a questo settore che alla spesa pubblica in genere: in proporzione, si è scelto di penalizzare l’istruzione quasi cinque volte di più.

I fattori che pesano sui risultati

Resta però il dubbio se davvero questa scivolata verso il basso nelle competenze dei ragazzi italiani rispetto agli altri europei dipenda solo dalle risorse in meno. Se davvero sia colpa dei vincoli del debito o, come dicono alcuni, dell’«austerità» e magari dunque anche delle regole dell’euro. Merita studiarla bene questa questione, perché un’analisi dei numeri da vicino la smentisce. «Uno sguardo all’istruzione 2019» mostra come non sempre ogni euro speso si traduce in competenze dei ragazzi: quasi tutti i Paesi europei che investono meno dell’Italia per ogni studente dai sei ai quindici anni di età hanno anche risultati superiori all’Italia nei test Pisa. È il caso (in ordine decrescente di spesa) della Spagna, dell’Estonia, di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Irlanda e Lituania. Quanto alla Svezia, ha risultati molto peggiori di quanto farebbe prevedere la sua altissima spesa in istruzione. Tutti i valori sono espressi in parità di poteri d’acquisto — corretti per tener conto del costo della vita nei vari Paesi — quindi sono confrontabili. L’Europa centro-orientale, con meno risorse, sta superando l’Italia. Da anni la Polonia riduce la spesa scolastica in rapporto al Pil, ma balza in avanti nelle classifiche per la competenza dei ragazzi. Dunque sui risultati degli italiani devono pesare anche altri fattori: dai divari regionali, alla motivazione personale e delle famiglie, ai programmi o alla loro esecuzione. Osserva Riccardo Ricci, responsabile nazionale delle prove scolastiche Invalsi: «La spesa in istruzione non è solo bassa, è anche meno efficiente che in altre aree d’Europa. Dobbiamo porci il problema del modo nel quale utilizziamo le risorse». L’Ocse nota che in passato risultati frustranti nei test Pisa hanno spinto certi Paesi, dalla Colombia al Portogallo, a reagire e fare molto meglio. Magari ora sarà la volta buona dell’Italia.