Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale

La dolorosa storia di János Irinyi. Sembra che non abbia insegnato nulla.

Giuseppe Sandro Mela.

2020-01-04.

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«Il fiammifero è un oggetto relativamente moderno, la cui prima produzione industriale perfezionata dal chimico inglese John Walker risale al 1827. Un lavoro pionieristico in questo campo era già stato svolto da Robert Boyle negli anni 1680 con l’utilizzo di fosforo e zolfo, ma gli sforzi dell’inventore non furono coronati dalla realizzazione di un prodotto dotato di una qualche utilità pratica. Un secolo e mezzo dopo, invece, Walker scoprì che una miscela di solfuro di antimonio (III), clorato di potassio, gomma e amido aveva il potere di accendersi e prendere fuoco grazie al violento calore generato dall’attrito della miscela sfregata su una superficie ruvida. Questi primi fiammiferi avevano tuttavia una serie di problemi: l’accensione era troppo brusca e violenta e produceva lanci di scintille anche a grandi distanze, la fiamma era instabile e l’odore prodotto dalla combustione risultava particolarmente sgradevole.

Nel 1831 il chimico francese Charles Sauria pensò di aggiungere del fosforo bianco alla miscela per eliminare il cattivo odore: questi nuovi fiammiferi, nonostante dovessero essere tenuti sigillati per non esporre a lungo la miscela all’aria, ebbero buona diffusione sebbene il fosforo sprigionato dalla combustione si rivelò tossico per gli operai addetti alla produzione dei fiammiferi, per cui seguì una pressante campagna a favore dell’abolizione di questo modello di fiammiferi.

Nel 1836, l’ungherese János Irinyi, al tempo studente di chimica, rimpiazzò il clorato di potassio con ossido di piombo ottenendo fiammiferi capaci di accendersi dolcemente. Egli vendette l’invenzione al produttore di fiammiferi Istvan Rómer. Rómer, ricco farmacista ungherese che viveva a Vienna, comprò dal povero studente Irinyi l’invenzione ed i diritti di produzione per 60 fiorini. Grazie a questo affare Rómer divenne ancora più ricco producendo e vendendo fiammiferi, mentre Irinyi morì povero ed abbandonato.» [Fonte]

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Questa storia fa il paio con quella di William Lee.

Vicario a Calverton, un paesino desolato, dobbiamo a William Lee l’invenzione del telaio per produrre le calze su larga scala.

«La sua prima macchina produceva una lana grezza, per le calze. Gli venne rifiutato un brevetto da parte della regina Elisabetta I, così costruì una macchina migliorata che incrementò il numero di aghi per pollice, da 8 a 20 e produsse una seta di trama più fine; ma ancora una volta la regina gli negò il brevetto a causa del suo timore per la sicurezza di tante magliaie del regno che lavoravano ancora a mano.

Entrò in collaborazione con George Brooks il 6 giugno 1600, ma lo sfortunato Brooks fu arrestato con l’accusa di tradimento e fu giustiziato. Alla fine Lee si trasferì in Francia con suo fratello James, portando con sé 9 operai e 9 macchine. Trovò appoggio da parte dell’ugonotto Enrico IV di Francia che gli concesse il brevetto. Lee iniziò la lavorazione delle calze a Rouen (Francia) e migliorò sempre più finché, poco prima dell’assassinio di Enrico IV nel 1610, firmò un contratto con Pierre de Caux per fornire le macchine per la lavorazione di calze di lana e di seta. Ma la situazione cambiò improvvisamente quando il re morì e, nonostante Lee si trasferì a Parigi, i suoi proclami sulle sue macchine vennero ignorati, e alla fine morì di angoscia nel 1614.» [Fonte]

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Questi due casi sono stati selezionati tra gli innumerevoli disponibili perché hanno alcune caratteristiche comuni.

– Le invenzioni fatte da questi due emeriti personaggi godono della caratteristica di essere utilizzati da tutti gli esseri umani per la loro evidente affidabilità ed utilità pratica.

– Ambedue le invenzioni ben si prestano a produzione industriale su vasta scala per prezzi accessibili a tutte le borse, fatto questo che ne facilitò notevolmente la diffusione.

– Il problema del brevetto. Nei due casi risulta essere evidente come aver ottenuto il brevetto non sia servito che a ben poco a János Irinyi e l’ossessione di brevettare abbia causato solo triboli a William Lee. Disporre del brevetto è cosa potenzialmente utile, ma non mandatoria. In ogni caso, difficilmente è causa di guadagni. – Spesso sarebbe opportuno mantenere il segreto di produzione

– La vera fonte di guadagno si annida in seno di quanti già dispongano di una catena produttiva e delle risorse finanziarie per acquistare, nel caso, il brevetto, spesso per cifre irrisorie. Solo se acuti osservatori, però, i detentori della produzione sono in grado di selezionare le innovazioni il trasferimento delle quali alla produzione diventa redditizio.

– Tuttavia, una capacità produttiva disgiunta da quella distributiva è destinata al fallimento.

– La storia di William Lee è infine da manuale: ci insegna quanto un governo possa far nascere oppure distruggere un’iniziativa di per sé sana e lucrativa.

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Tirando le somme, sembrerebbe essere evenienza più facile la nascita di un inventore rispetto a quella di un imprenditore realmente capace di innovarsi.

Questo nostro onnipresente stato dice di avere a cuore la preparazione scolastica della popolazione, anche se molti pongono poi in dubbio che riesca a qualcosa, ma nulla fanno per permettere la crescita di imprenditori capaci.

Tutti proclamano a gran voce quella che sarebbe l’immensa utilità del progresso, ma non curano l’emersione delle capacità imprenditoriali. Finanziare gli inventori è quasi invariabilmente un affare in perdita.