Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Governo Zingaretti. ‘Perde i ministri come le foglie d’autunno di un albero’.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-12-29.

Paperino che ride

Una cosa è che qualche peones lasci il movimento, ed una totalmente differente che se ne vada un ministro in carica.

Un ministro, per di più fortemente voluto ed imposto dal boss dei boss: Luigi Di Maio.

L’aria che tira nel Consiglio dei Ministri deve essere ben mefitica se a fuggirsene a gambe levate sia addirittura un Ministro.

Stai a vedere che tra poco scapperà via anche Mr Conte.

Ma se il colpo è durissimo per movimento cinque stelle e per Mr Di Maio, se è una bastonata per il Presidente Conte, l’unico a rammaricarsene veramente è il buon Salvini, debitore a Fioramonti di un gran numero di Elettori in fuga dal M5S.

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Dimissioni Fioramonti, l’ira dei 5 Stelle: «Tre miliardi per la scuola? Ci restituisca i 70 mila euro che ci deve»

La reazione dei pentastellati al passo indietro del ministro dell’Istruzione.

Il 2 settembre non ha ancora giurato che, in un’intervista al Corriere della Sera, annuncia: «Se non ci sono tre miliardi per scuola e università, mi dimetto». Non si può dire che non sia uomo di parola, Lorenzo Fioramonti. E le dimissioni, non obbligate e causate da motivi seri, sono una rarità nel mondo della politica. Però la questione delle risorse mancanti è solo una delle motivazioni che lo hanno spinto a lasciare. Perché Fioramonti da molto tempo non condivideva quasi nulla del Movimento 5 Stelle e soprattutto della linea decisa dal ministro Luigi Di Maio, oltre che dell’invasione di campo della Casaleggio Associati. Anche per questo dal Movimento la prendono male e alcuni parlamentari fanno filtrare una frase velenosa: «Tre miliardi? Cominciasse lui a restituire i 70 mila euro che ci deve».

Fioramonti aveva già deciso da giorni di lasciare e, come racconta sui social, aveva inviato al presidente del Consiglio già la sera del 23 dicembre la lettera formale con la quale rassegnava le dimissioni. Spiega su Facebook: «Prima di prendere questa decisione, ho atteso il voto definitivo sulla legge di Bilancio, in modo da non porre tale carico sulle spalle del Parlamento in un momento così delicato. Le ragioni sono da tempo e a tutti ben note: ho accettato il mio incarico con l’unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza».

Fioramonti rivendica comunque qualche risultato raggiunto: «Lo stop ai tagli, la rivalutazione degli stipendi degli insegnanti (insufficiente ma importante), la copertura delle borse di studio per tutti gli idonei, un approccio efficiente e partecipato per l’edilizia scolastica, il sostegno ad alcuni enti di ricerca che rischiavano di chiudere e, infine, l’introduzione dell’educazione allo sviluppo sostenibile in tutte le scuole (la prima nazione al mondo a farlo)». Ma non basta.

E, aggiunge, «sarebbe servito più coraggio da parte del governo. Pare che le risorse non si trovino mai quando si tratta della scuola e della ricerca, eppure si recuperano centinaia di milioni di euro in poche ore da destinare ad altre finalità quando c’è la volontà politica». Fioramonti dice che «il governo può fare ancora molto bene». L’ex ministro cita Calamandrei e Rodari e conclude dicendo: «Il mio impegno continuerà – ancora più forte – come parlamentare della Repubblica Italiana». E in questa frase sta la chiave di quel che succederà. Da tempo si sa che un gruppo di deputati del Movimento è in fase di scissione, ritenendosi più vicina al premier che a Di Maio.

Fioramonti da mesi è critico sui 5 Stelle, ritenendo che si siano «snaturati», restando ancorati a battaglie di parte come i vitalizi, e soprattutto penalizzati da un governo a trazione leghista che «ci ha logorati». All’ex ministro non piaceva un Movimento troppo ambiguo e voleva tornare «ai contenuti e alla filosofia primordiale del Movimento, che nacque progressista e ambientalista». Ma la linea di Di Maio, si sa, è opposta, e così Fioramonti ha tratto le conseguenze. Anche perché, spiegava poco tempo fa, «c’è un’azienda privata che gestisce, non si capisce a che titolo, le nostre risorse, e si è inserita nella nostra linea politica». Ora Fioramonti potrebbe prendere la guida di un nuovo gruppo e dare loro il coraggio necessario per salpare verso una nuova avventura. Tra i nomi che si fanno del nuovo gruppo “contiano” a sostegno del governo ci sono Angiola, Aprile, Cataldi, Toma, Rossini e Rachele Silvestri. Se Fioramonti sarà il nuovo leader di una formazione alternativa ai 5 Stelle, Di Maio dovrà tamponare altre spinte interne centrifughe. Anche per questo la scelta del nuovo ministro potrebbe cadere su Nicola Morra, da tempo molto inquieto, che in queste ultime settimane ha radunato i parlamentari, non nascondendo il suo disaccordo per la gestione del Movimento.

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Lorenzo Fioramonti, assedio a Conte. E Italia Viva attacca: «Perde ministri come foglie d’autunno»

Forza Italia: «Il presidente del Consiglio riferisca». Il premier e il tentativo in extremis di convincere il numero uno del Miur ad avere pazienza.

Neanche il tempo di degustare il suo secondo panettone da premier ed ecco che Giuseppe Conte si trova ad affrontare un’altra grana, bella grossa. L’addio al governo di Lorenzo Fioramonti, che ha lasciato la poltrona di ministro dell’Istruzione, ha scatenato le opposizioni e fatto scattare l’allarme della scuola. Presidi e studenti sono a dir poco preoccupati e altrettanto deve esserlo l’inquilino di Palazzo Chigi. A due giorni dalla conferenza stampa di fine anno, in cui dovrà tracciare un bilancio dei primi quattro mesi dell’esecutivo giallorosso, Conte si trova alle prese con la soluzione di un complicatissimo rebus. Deve trovare un nuovo ministro (si è candidato Nicola Morra, M5S, attuale presidente dell’Antimafia), placare le voglie di rimpasto dei partiti e avviare la verifica di maggioranza, stando bene attento a non perdere altri pezzi.

Le opposizioni con in testa Forza Italia chiedono al capo del governo di riferire sulla «grave crisi» determinata dalle dimissione di Fioramonti. E anche i renziani di Italia Viva non risparmiano frecciate al premier. Parlano di un ministro sempre assente, «a presentare un libro o a fare conferenze stampa», che non avrebbe potuto cambiare la scuola. «Questo governo perde i ministri come le foglie d’autunno di un albero», il laconico commento del deputato Portas. La ministra per la Pubblica amministrazione Fabiana Dadone ha scritto di trovare «stucchevole che chi professi coraggio agli elettori poi scappi dalle responsabilità politiche. Se hai coraggio, non scappi. Se condividi davvero una battaglia, non scappi, ma mangi sale quando devi e porti avanti un progetto (ammesso che lo si abbia mai realmente condiviso)».  

E va ricordato che tre senatori del M5S hanno ceduto alle sirene di Salvini e il tam tam di Montecitorio dice che dieci deputati sarebbero pronti a uscire per seguire Fioramonti in un gruppo autonomo a sostegno del governo: suggestione bizzarra, ma che può avere il suo fascino per quegli onorevoli restii a restituire al Movimento una quota dei loro stipendi. Gennaio sarà dunque un mese “crudele” per il capo del governo, che ancora non commenta lo strappo del ministro. Dal fronte governativo quel che filtra è che le dimissioni erano nell’aria da settimane e che Conte aveva provato a tranquillizzare Fioramonti, chiedendogli di pazientare perché prima o poi, tra le pieghe del bilancio, le risorse per scuola e università sarebbero saltate fuori, magari rosicchiando un po’ di soldi dal contenimento dello spread e dal recupero dell’evasione. Ma niente, Fioramonti non ha voluto aspettare e adesso il suo nome è un’altra mina per il Conte bis, già indebolito dalla guerriglia interna ai 5 Stelle, dall’ansia di protagonismo di Matteo Renzi, dalle tensioni col Pd su prescrizione e giustizia e messo a rischio dal voto del 26 gennaio in Emilia Romagna.