Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Di Maio minaccia la crisi di governo sul Fondo Salva Stati voluto dal PD.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-30.

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Il Governo Zingaretti rosso-giallo ha fedelmente eseguito tutto ciò che gli era stato ordinato dai liberal socialisti che dominano l’Unione Europea.

Adesso occorre decidere se sia più importante l’Italia oppure il tornaconto del partito democratico.

Aderire al Mes, il meccanismo europeo di stabilità, consegnerebbe l’Italia ed il suo sistema bancario nella mani dell’Europa liberal e, soprattutto, della Germania e della Francia, chela tratterebbero ben peggio di come abbiano trattato la Grecia, sottraendole anche tutte le imprese ancora in utile. Sarebbe un consegnarsi schiavi di duri padroni.

E tutto questo per fare un piacere a Mr Zingaretti, l’uomo dell’Alleanza Progressista?

«Il nostro sistema bancario rischia il fallimento, c’è un meccanismo folle»

«O si rinvia o cade il governo»

«Luigi Di Maio non era mai stato così chiaro e l’escalation sulla riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, ha ormai raggiunto livelli di guardia per la solidità dell’esecutivo. Il capo dei 5 Stelle, in un vertice convocato nel pomeriggio di domenica a Palazzo Chigi, lancerà la sua road map, che prevede come tappa principale il rinvio del Mes alla prossima primavera»

«Una mossa che molti giudicano azzardata, perché potrebbe non essere accolta per nulla bene in Europa»

«Ma è soprattutto una linea sulla quale non si è ancora trovata una condivisione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con gli alleati del Pd. Il premier riferirà in Parlamento lunedì, mentre il d-day è previsto per mercoledì, quando i ministri finanziari dell’Eurozona si riuniranno per decidere come procedere»

«L’approvazione del trattato è prevista al Consiglio europeo di mercoledì 13 dicembre e poi dovrà essere sottoposta alla ratifica dei Parlamenti»

«Ma Di Maio non ci sta. La motivazione è in un documento che i parlamentari hanno condiviso con il leader, nel quale propongono una serie di modifiche. La più importante riguarda il comma 4 dell’articolo 12. Quello che contiene l’obbligo di inserire le Cacs single limb (Clausole di azione collettiva) nei titoli di Stato di nuova emissione. In sostanza si tratta di clausole che rendono più rapida una possibile eventuale ristrutturazione del debiti di un Paese»

«Ovvero no alla proposta tedesca Schöbel-Scholz: «Se passasse questa tesi — spiega Di Maio ai suoi — rischieremmo di far fallire il nostro sistema bancario e di vedere attivato il Mes per salvarci da una riforma che avremmo firmato noi stessi. Sarebbe paradossale. Un meccanismo folle e un rischio che non vogliamo correre».»

«La discussione tra i ministri delle Finanze nell’Eurogruppo, che si riuniscono il 4 dicembre, sarebbe ancora aperta, anche se in questi in giorni, durante la limatura dei testi, non è stata sollevata dall’Italia alcun tipo di obiezione. In particolare, come ha scritto ieri l’Agi, la discussione è ancora aperta sull’opportunità di introdurre un annesso sulla sostenibilità del debito e le Cacs in caso di ristrutturazione del debito»

«Non è impossibile, dunque, che si decida un rinvio, anche se nessuno vuole riaprire i negoziati sui punti fondamentali. Bisognerà vedere la linea prevalente durante il Consiglio del 12 e 13 dicembre e se l’Italia deciderà di isolarsi sino alla possibilità, clamorosa, di porre un veto»

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«Non è del tutto chiaro se Di Maio lo faccia per scienza o per incoscienza, se davvero voglia tornare a fare lo junior partner del segretario leghista, ma il Pd — per quanto abbia accettato finora l’andazzo — non potrà reggere a lungo l’equilibrio asimmetrico»

«Ma i democratici non potrebbero sopportare l’ipotesi che l’Italia si isoli dall’Europa, perché il rating di credibilità del governo sarebbe azzerato»

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No, amici miei. Il Mes non è da rimandarsi: non deve essere sottoscritto per nessun motivo.

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Corriere. 2019-11-30. Di Maio minaccia la crisi di governo: l’esecutivo cadrà senza rinvio sul fondo salva Stati

Di Maio minaccia la crisi: rinvio sul fondo salva-Stati o cade il governo | Cos’è il Mes
L’ira del Pd: così si ritrovano Salvini premier

Domani vertice a Palazzo Chigi, sul tavolo un documento dei 5 Stelle. Il ministro degli Esteri: «Il nostro sistema bancario rischia il fallimento, c’è un meccanismo folle »

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O si rinvia o cade il governo. Luigi Di Maio non era mai stato così chiaro e l’escalation sulla riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, ha ormai raggiunto livelli di guardia per la solidità dell’esecutivo. Il capo dei 5 Stelle, in un vertice convocato nel pomeriggio di domenica a Palazzo Chigi, lancerà la sua road map, che prevede come tappa principale il rinvio del Mes alla prossima primavera.

La road map e la proposta di modifica

Una mossa che molti giudicano azzardata, perché potrebbe non essere accolta per nulla bene in Europa. Ma è soprattutto una linea sulla quale non si è ancora trovata una condivisione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con gli alleati del Pd. Il premier riferirà in Parlamento lunedì, mentre il d-day è previsto per mercoledì, quando i ministri finanziari dell’Eurozona si riuniranno per decidere come procedere. L’approvazione del trattato è prevista al Consiglio europeo di mercoledì 13 dicembre e poi dovrà essere sottoposta alla ratifica dei Parlamenti.
Ma Di Maio non ci sta. La motivazione è in un documento che i parlamentari hanno condiviso con il leader, nel quale propongono una serie di modifiche. La più importante riguarda il comma 4 dell’articolo 12. Quello che contiene l’obbligo di inserire le Cacs single limb (Clausole di azione collettiva) nei titoli di Stato di nuova emissione. In sostanza si tratta di clausole che rendono più rapida una possibile eventuale ristrutturazione del debiti di un Paese.

Il premier prepara la difesa contro Salvini

Di Maio è da ore al telefono con i colleghi ma anche con i diplomatici, tra i quali il rappresentante alla Ue Maurizio Massari, che gli avrebbero assicurato che un rinvio è possibile. Solo un rinvio, spiegherà Di Maio al ministro Roberto Gualtieri, salverà il governo, «visto che il gruppo è contrario». In primavera, la riforma modificata si dovrebbe collegare, in una logica di pacchetto, a quella dell’unione bancaria. Ma anche qui si chiede una modifica. Ovvero no alla proposta tedesca Schöbel-Scholz: «Se passasse questa tesi — spiega Di Maio ai suoi — rischieremmo di far fallire il nostro sistema bancario e di vedere attivato il Mes per salvarci da una riforma che avremmo firmato noi stessi. Sarebbe paradossale. Un meccanismo folle e un rischio che non vogliamo correre». Bisognerà vedere se saranno d’accordo il premier e soprattutto il ministro dell’Economia Gualtieri che ha difeso a spada tratta il nuovo Mes. Conte sta raccogliendo documenti per smentire le accuse di Salvini e della destra, che considera «sciocchezze basate su una disinformazione incredibile». Lunedì porterà i verbali dei Consigli dei ministri e delle commissioni in cui si è discusso di Mes «in totale trasparenza e in presenza degli esponenti della Lega».

L’eurogruppo di mercoledì

La discussione tra i ministri delle Finanze nell’Eurogruppo, che si riuniscono il 4 dicembre, sarebbe ancora aperta, anche se in questi in giorni, durante la limatura dei testi, non è stata sollevata dall’Italia alcun tipo di obiezione. In particolare, come ha scritto ieri l’Agi, la discussione è ancora aperta sull’opportunità di introdurre un annesso sulla sostenibilità del debito e le Cacs in caso di ristrutturazione del debito. Se la bozza non ha subito modifiche significative rispetto all’accordo di giugno, alcuni Paesi, come la Germania, avrebbero avanzato ragioni costituzionali per rafforzare le disposizioni sulle clausole Cacs, che nella bozza di giugno venivano richiamate nel preambolo. Un altro gruppo di Stati membri, invece, vorrebbe escludere dal trattato l’annesso su sostenibilità del debito e clausole Cacs. Non è impossibile, dunque, che si decida un rinvio, anche se nessuno vuole riaprire i negoziati sui punti fondamentali. Bisognerà vedere la linea prevalente durante il Consiglio del 12 e 13 dicembre e se l’Italia deciderà di isolarsi sino alla possibilità, clamorosa, di porre un veto.

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Corriere. 2019-11-30. Ira del Pd sui 5 Stelle: se continuano così si ritroveranno Salvini premier

Franceschini amaro: «Così il primo governo targato Lega avrà anche l’incassso del risanamento». Guerini: con la linea Di Battista la pazienza finisce.

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Sarà per senso di responsabilità o per masochismo, ma i cocci prodotti in un anno e mezzo da M5S e Lega nel Conte 1, li sta pagando il Pd nel Conte 2. Dal trattato europeo sul fondo salva-Stati, alla norma sulla prescrizione, fino alla riforma delle autonomie regionali, i grillini provano a disfare ciò che nel precedente governo non erano riusciti a completare.
I democratici invece, che ieri stavano all’opposizione e oggi tentano di ultimare le incompiute altrui, si trovano al momento costretti a soggiacere. A subire cioè i cambi di linea repentina dei 5S, senza però reagire. Questa è la situazione nella maggioranza, ed è incredibile: perché in politica le alleanze si reggono su equilibri geometrici. Mentre la coalizione giallorossa è l’espressione di un’asimmetria: da una parte c’è un movimento che rivendica su ogni tema le «mani libere», dall’altra un partito che resta con le «mani legate».

Nella lotta quotidiana per l’egemonia mediatica con l’ex alleato Salvini, Di Maio finora non ha offerto spazi di mediazione al neo alleato Zingaretti. Sulla prescrizione, per esempio, pretende che diventi legge «da gennaio dell’anno prossimo», nonostante si tratti di un’eredità irrisolta del precedente esecutivo. Ancora ieri il leader del Pd ha proposto un compromesso, ribadendo di essere «favorevole alla norma, a patto che ci siano tempi certi nel processo».

Altrimenti? I dem sarebbero pronti a fare maggioranza in Parlamento con il centrodestra, per approvare la proroga del provvedimento? Perché a parti rovesciate, sul fondo salva-Stati, i grillini minacciano di schierarsi coi leghisti, pur di bloccare un trattato europeo che pure avevano gestito nell’anno e mezzo di coabitazione gialloverde.

Sulla materia la posizione di Salvini è strumentale, per non dire equivoca: non si capisce se nei giorni in cui era vice premier fece finta di non capire cosa il suo governo stesse discutendo con Bruxelles. Ma per Di Maio — che a Palazzo Chigi è rimbalzato da una poltrona all’altra — la situazione è chiara, ed è straniante per i suoi attuali alleati vederlo sulle barricate, mentre lascia il cerino in mano al ministro pd dell’Economia. «Siamo ridotti al ruolo di civil servant», commentava l’altro giorno amareggiato il democratico Fausto Raciti, che non si capacitava di come ogni partito avesse un ruolo tranne il suo.

Eppure in questi mesi il Pd riteneva di aver fatto quanto possibile. «E anche oltre», secondo il ministro per gli Affari regionali Boccia, che — viaggiando a fari spenti sulle autonomie regionali — era riuscito nell’impresa di mettere allo stesso tavolo i governatori De Luca ed Emiliano, Fontana e Zaia, cioè cani e gatti. Perciò ieri ha pensato di trovarsi su Scherzi a parte: dopo aver annunciato l’accordo Nord-Sud e destra-sinistra su una riforma insabbiata per un anno da Di Maio e Salvini, è stato attaccato dai «signornò» grillini, oltre che da Iv.

Non è del tutto chiaro se Di Maio lo faccia per scienza o per incoscienza, se davvero voglia tornare a fare lo junior partner del segretario leghista, ma il Pd — per quanto abbia accettato finora l’andazzo — non potrà reggere a lungo l’equilibrio asimmetrico. E si scioglierà le mani.

Già oggi il ministro dem Lorenzo Guerini — chiudendo l’assemblea di Base Riformista — avviserà che se il capo del Movimento «dovesse abbracciare la linea di Di Battista, quella cioè del no alla Commissione von der Leyen e del no al fondo salva-Stati, la nostra pazienza sarebbe esaurita». Il titolare della Difesa è considerato un governista nel Pd, punta a far uscire il suo partito «dall’angolo delle logiche identitarie», e lavora a presentare «un pacchetto di riforme su economia e lavoro» quando la maggioranza dovrà fare il «tagliando» di gennaio. Ma se tra pochi giorni il Conte 2 dovesse ritirarsi dall’accordo sul trattato europeo siglato a giugno dal Conte 1, «allora la corda troppo tesa si spezzerebbe»: a dirlo è Dario Franceschini, il capo-delegazione del Pd al governo, convinto che se il governo superasse il capo Horn del 2019 avrebbe nel 2020 «una navigazione facile, senza più gli scogli delle clausole di salvaguardia».
Ma i democratici non potrebbero sopportare l’ipotesi che l’Italia si isoli dall’Europa, perché il rating di credibilità del governo sarebbe azzerato. Fin qui il Pd «ha pagato il ruolo di forza responsabile», come riconosce Guerini, subendo lo scotto del passaggio al Conte 2. «Avanti così però — dice Franceschini — finirà che l’incasso del risanamento lo farà il Salvini 1».

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