Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

Automotive. In arrivo raffiche di licenziamenti, anche in Italia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-28.

Erhard Ludwig 001

Il problema è semplicissimo.

Dapprima lo stato impone leggi e norme giugulatorie alla produzione industriale, poi le si avventa contro perché questa non è in grado di rispettarle. E giù tasse da orbi.

È quasi un anno che in Germania il governo Merkel non parla più di ‘clima’ e cose del genere, ma la frittata è stata fatta. E tutto questo si è compiuto proprio mentre eurozona e Germania stavano entrando in una severa recessione, con stagnazione economica.

Drammatici i cali degli ordinativi e della produzione industriale.

Di questi tempi arrivano anche i primi annunci:

– il Marchio di Monaco di Baviera potrebbe presto mettere alla porta ben 6.000 suoi dipendenti;

– Audi taglierà 9,500 posti di lavoro;

– Volkswagen annuncia 3,000 esuberi.

Ma questa è la punta dell’iceberg, perché tutto l’indotto è in sofferenza, ivi compreso quello italiano che forniva componenti all’industria tedesca.

«Non solo Whirlpool e Jabil: c’è anche Bosch tra le multinazionali che minacciano di lasciare a casa centinaia di lavoratori italiani. La scorsa settimana il colosso tedesco della tecnologia per auto ha annunciato 620 esuberi dallo stabilimento di Modugno (Bari), il maggiore tra i 19 presenti nel nostro Paese e la seconda industria pugliese per numero di occupati dopo l’ex Ilva di Taranto. A rischio un terzo dei 1.840 dipendenti del sito, circa un decimo della forza lavoro complessiva di Bosch Italia»

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Il periodo delle illusioni sta andando alla fine, e la realtà inizia a farsi toccare con mano.

Se non fosse una immane tragedia, molti aspetti sarebbero farseschi.

Quelle macchiette dei sindacalisti hanno avuto questa uscita:

«I sindacati: “Investimenti assenti”».

L’eurozona gronda liquidità da ogni poro.

Europa. Rigurgita liquidità in vigile attesa. Oltre 10,000 miliardi. Il tappo sono i governi.

Non mancano le liquidità per finanziare il comparto produttivo.

Manca la fiducia nel sistema politico ed economico, e generare fiducia sarebbe compito dei politici.

Vi ricordate chi fu e cosa fece Herr Ludwig Erhard, ministro federale tedesco all’economia dal 1949 al 1963?

Prese una Germania distrutta ed afflitta e le ridiede fiducia, lasciando che la gente lavorasse in santa pace.

Se ne sente grandemente la mancanza.

Nota.

Herr Erhard fumava sigari, beveva con gusto, taccheggiava segretarie e tutte le femmine che avesse avuto a portata di mano, usava un linguaggio forte che proprio non aveva nulla a che vedere con il politicamente corretto. Parlava come si mangia: si faceva capire da tutti. Era semplicemente una persona normale, con gli ammennicoli. Parlava poco, ben ponderato: infondeva fiducia.

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BMW: probabili 6.000 licenziamenti.

Ben 6.000 posti di lavoro sarebbero a rischio per far fronte agli enormi investimenti che la Casa dell’Elica dovrà obbligatoriamente sostenere nei prossimi anni.

Secondo quanto riportato dal settimanale Manager Magazin, il Marchio di Monaco di Baviera potrebbe presto mettere alla porta ben 6.000 suoi dipendenti. La motivazione è presto detta, gli ingenti investimenti che BMW sarebbe costretta a sostenere nei prossimi anni per far fronte alle nuove sfide che il futuro gli parerà davanti, mobilità elettrica in primis e crisi del mercato in secondo luogo. Per questo motivo la Casa si troverebbe di fronte alla necessità di dover ridurre i costi e le spese entro il 2022. Un calo della forza lavoro o manovalanza, che dir si voglia, che dovrebbe coinvolgere per la maggior parte proprio il quartier generale di Monaco di Baviera con circa 6.000 dipendenti a rischi.

La stessa Casa tedesca sembra però aver smentito le voci circolanti in rete, affermando di voler mantenere inalterata la forza lavoro a livello del 2018 e 2019. Ha aggiunto di voler inoltre rafforzare la presenza umana in quelle aree destinate alla ricerca sulla guida autonoma o sulla mobilità elettrica con un piano di assunzioni mirato. Detto questo è innegabile che BMW, come anche altri Brand premium, stia cercando di migliorare l’efficienza della propria macchina finanziaria in modo da ridurre il più possibile le spese per la gestione e il funzionamento del Gruppo. Una migliore efficienza che si concretizzerà in un programma di risparmio di 12 miliardi di euro volto a compensare l’aumento della spesa per la ricerca, lo sviluppo e la futura introduzione di ben 25 modelli elettrificati.

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Audi taglierà 9.500 posti di lavoro nei prossimi 6 anni: stop al turn over

Audi taglierà 9.500 posti di lavoro entro il 2025 in Germania, nell’ambito di un vasto programma che prevede 6 miliardi di risparmi annui da qui al 2029. Le uscite saranno realizzate per lo più tramite non sostituzione dei pensionamenti e senza licenziamenti. I risparmi permetteranno di «aumentare la competitività» nel quadro della «trasformazione dell’industria auto verso la mobilità elettrica». 

Il gruppo tedesco sottolinea anche che creerà fino a 2.000 nuovi posti di lavoro in settori come la mobilità elettrica e la digitalizzazione, grazie a un accordo raggiunto dalla direzione dell’azienda e dal consiglio dei lavoratori.

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Volkswagen, 3000 esuberi. OCSE: non va bene troppo automotive in Slovacchia

Sono 3.000 i lavoratori che la casa automobilistica Volkswagen Slovakia, che è il più grande datore di lavoro privato nel paese, potrebbe lasciare a casa entro la metà di quest’anno. I numeri sono stati resi pubblici dalla stessa azienda, che sta sottoponendo l’impianto produttivo di Bratislava, da dove oggi escono veicoli di quattro marchi del gruppo, a una riorganizzazione e riduzione dei turni. I licenziamenti saranno sicuramente attuati se lo stabilimento non otterrà alcun nuovo modello da produrre per i prossimi anni, una cosa riferita anche dai sindacati aziendali.

Nella fabbrica sarà eliminato un turno in due linee di produzione nel corso del 2019. Il segmento dei SUV verrà riportato a tre turni rispetto ai quattro odierni, e la produzione delle piccole city car verrà ridotta a un singolo turno dai due attuali. Si tratta di una azione in linea con le necessità del gruppo di un uso più efficiente degli investimenti e di aumentare la capacità produttiva, che la direzione del gruppo tedesco vuole far crescere del 30% entro il 2025 in tutti gli stabilimenti.

Tra i 3.000 esuberi, ci sono dipendenti che verranno assegnati alle strutture affiliate di Volkswagen e personale di Audi Hungaria che tornerà alla società madre. Non verranno poi sostituite le fluttuazioni naturali dei dipendenti, i rinnovi dei contratti a termine saranno fatti con più attenzione e si vuole limitare al massimo l’utilizzo di personale assunti tramite agenzie.

La società, che oggi dà lavoro a circa 14mila persone, ha chiarito di avere informato la sua forza lavoro della situazione, e si è detta pronta a sostenere quanto più possibile i dipendenti coinvolti nella ricerca di un nuovo posto di lavoro.

Di recente, l’OCSE ha affermato che la Slovacchia produce troppe automobili. Il paese che è il primo produttore di auto al mondo pro capite è troppo dipendente dall’automotive, e rischia dei forti contraccolpi con l’avvento dell’Industria 4.0 e la massiccia implementazione di nuove automazioni. Ángel Gurría, segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico lo ha detto anche pochi giorni fa quando ha visitato la Slovacchia per presentare l’ultimo country report sul paese. Il problema è che il valore aggiunto dell’assemblaggio finale dell’auto non è così elevato, ha detto Gurría, e l’esposizione della Slovacchia come economia molto aperta la rende dipendente e suscettibile alla domanda nei mercati di esportazione.

Secondo l’OCSE, la Slovacchia dovrebbe lavorare di più per migliorare le competenze digitali dei suoi lavoratori e la loro formazione permanente, e per aumentare la quota di servizi nella sua economia. L’OCSE avverte che un quarto dei lavoratori slovacchi è analfabeta digitale, e il paese è quello maggiormente minacciato dall’automazione: ben il 70% dei posti di lavoro in Slovacchia sono a rischio a causa del progresso tecnologico.

D’altra parte, secondo il ministero del Lavoro La Slovacchia avrà bisogno di mezzo milione di lavoratori in più entro la fine del 2023.

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Bari, Bosch annuncia 620 esuberi nello stabilimento di Modugno: ‘Colpa del Dieselgate’. Fiom: ‘Servono investimenti’

Si tratta della seconda industria pugliese per numero di occupati dopo l’ex Ilva di Taranto con 1.840 dipendenti. La Regione Puglia è disposta a finanziare i corsi di formazione necessari alla riconversione verso l’elettrico “purché si inseriscano in un piano industriale di ampio respiro”.

Non solo Whirlpool e Jabil: c’è anche Bosch tra le multinazionali che minacciano di lasciare a casa centinaia di lavoratori italiani. La scorsa settimana il colosso tedesco della tecnologia per auto ha annunciato 620 esuberi dallo stabilimento di Modugno (Bari), il maggiore tra i 19 presenti nel nostro Paese e la seconda industria pugliese per numero di occupati dopo l’ex Ilva di Taranto. A rischio un terzo dei 1.840 dipendenti del sito, circa un decimo della forza lavoro complessiva di Bosch Italia.

Tutto, dice l’azienda, per colpa del Dieselgate: da almeno due anni l’intera divisione automotive vive profonde difficoltà dovute alla flessione delle vendite di auto a gasolio. Una tendenza iniziata con lo scandalo dei dati sulle emissioni truccati in Europa e negli Usa, che non dà segno di volersi invertire. E a farne le spese potrebbero essere gli operai di Bari, specializzati nella produzione di pompe per sistemi common rail. Per questo i sindacati chiedono con urgenza investimenti ambiziosi nella riconversione verso l’elettrico, promessi dal 2017 ma, dicono, attuati solo in minima parte. La Regione Puglia si dice disposta a finanziare i corsi di formazione necessari “purché si inseriscano in un piano industriale di ampio respiro e tra qualche anno non ci troviamo punto e a capo”, puntualizza l’assessore allo Sviluppo economico Cosimo Borraccino. Bosch, da parte sua, comunica la “ferma volontà nel proseguire l’implementazione del piano di riconversione che, da circa 20 mesi, vede impegnate tutte le forze e le energie aziendali”. 

Fino a 10 anni per la riconversione

I primi esuberi (ben 800) dovuti alla crisi del diesel l’azienda li aveva annunciati oltre due anni fa. La situazione era poi rientrata con un accordo siglato a ottobre 2017, che grazie a un mix di cassa integrazione al 53%, permessi e ferie blindava i livelli occupazionali fino al 2022. Con il fondamentale impegno del gruppo tedesco a diversificare la produzione per arrivare, entro quella scadenza, a quota zero esuberi. Il 27 giugno, in un incontro al ministero dello Sviluppo Economico, la doccia fredda per i sindacati: “Nonostante gli sforzi, le proiezioni della sovracapacità produttiva alla fine del 2022 raccontano di un potenziale esubero pari a circa 620 persone”, fa sapere Bosch. La causa, spiegano, è il “vertiginoso ed incontrollato calo dei volumi derivante dalle forti incertezze caratterizzanti l’attuale mercato diesel. La Bosch Bari ha perso la metà dei volumi del proprio prodotto di riferimento in soli 24 mesi”. E “dinanzi a tali dinamiche di mercato”, conclude, il tempo è “un fattore fondamentale. La completa riconversione di un sito come quello barese (in termini di processi produttivi, macchinari e persone) potrebbe richiedere fra i 5 ed i 10 anni”.

I sindacati: “Investimenti assenti”

Eppure l’azienda, nel complesso, non è affatto in cattiva salute: il 21 giugno scorso Bosch Italia presentava a Milano il bilancio annuale vantando un volume d’affari pari a 2,5 miliardi di euro. Nonostante ciò, i sindacati denunciano che gli investimenti promessi si sono visti poco o per niente. “Tutto ciò che è arrivato – spiega a ilfattoquotidiano.it Saverio Gramegna, segretario Fiom Cgil Bari – sono alcune piccole produzioni meccaniche spostate a Bari dagli stabilimenti emiliani di Nonantola, Pavullo e Vezzano, nemmeno tutte ancora a pieno regime. In più è stato annunciato (per ottobre, ndr), l’avvio di una nuova linea per realizzare un componente del motore per le e-bike, le biciclette elettriche. Ma si tratta in ogni caso di soluzioni tampone, sufficienti a far rientrare una cinquantina di esuberi o poco più”. “Ciò che servirebbe – prosegue – è un investimento coraggioso da parte dell’azienda, che da leader nel settore sta già ragionando sulla mobilità del prossimo decennio. Ecco, io dico: qualunque idea abbiate in mente, portatela a Bari, anche come riconoscimento degli ottimi risultati sempre ottenuti da questo sito produttivo. Immagino un prodotto completamente nuovo e green, che sia diesel a impatto zero, elettrico o a idrogeno, realizzato con il know-how e le competenze maturate in tanti anni dagli operai di Modugno. Solo così lo stabilimento si può salvare. Ma bisogna fare presto, perché il 2022, industrialmente parlando, è domani”.

La Regione: “Disposti a finanziare un progetto ambizioso”

Coraggio è quanto chiede ai vertici di Bosch anche la Regione Puglia, che attraverso l’assessore allo Sviluppo economico sta seguendo con attenzione la crisi. “Siamo disponibili a co-finanziare un programma di investimenti, a patto di condividere con l’azienda una politica industriale di lungo respiro, che di certo non può comprendere esuberi e non può basarsi solo sulle e-bike”, dice l’assessore a ilfatto.it. “Fino a ora abbiamo sentito ragionamenti monchi, dal fiato corto. Proviamo ad essere più ambiziosi. Certo, io ho qualche dubbio sulla effettiva volontà dell’azienda di tutelare i posti di lavoro. Se continua così, credo che nel 2022 620 lavoratori andranno a casa per mancanza di volontà di investire sull’ibrido e sull’elettrico. La Regione, comunque, si batterà fino all’ultimo per difendere un’industria strategica e fondamentale per il nostro territorio”.

E sulla vicenda è intervenuto anche il deputato di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ex assessore pugliese nella giunta di Nichi Vendola, che annuncia un’interrogazione in Parlamento. “È inaccettabile che siano i lavoratori a pagare le crisi di mercato, peraltro causate dai dirigenti delle aziende”, scrive. “Che intenzioni ha il governo al riguardo? Avete sentito qualcuno dei nazionalisti al governo parlare della vicenda? Dov’è Salvini?”, si chiede.