Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Il soviet supremo del PD tiene Renzi per i corbezzoli. Glieli stritola e lui striscia.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-27.

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Renzi, castrato e con l’anello al naso, va a baciare la mano di Mr Zingaretti.


«La corsa dei finanziatori (anche di centrodestra) nell’era del renzismo rampante»

«In sei anni, tra il 2012 ed il 2017, la fondazione Open ha raccolto 6,7 milioni di euro grazie alle donazioni di privati che hanno voluto finanziare l’attività politica (e l’ascesa) di Matteo Renzi, da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi»

«Negli anni del renzismo con il vento in poppa, nella «cassaforte» di Open sono arrivati i contributi di moltissimi sostenitori, in primis quelli che per il proprio credo politico (spesso anche storicamente di centrodestra) preferivano versare qui, piuttosto che nelle casse del Partito democratico»

«Guidato da Bianchi, il consiglio di amministrazione della fondazione era composto da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai»

«I contributi più importanti sono state le maxi donazioni come quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro)»

«Il 40% dei nomi dei donatori rimasto segreto»

«Ma prima c’era da ripianare un discreto buco di bilancio. Ed è proprio in questo frangente, nella corsa a coprire il rosso, che i magistrati fiorentini stanno concentrando le indagini»

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Cerchiamo di ragionare.

Il politburo del soviet supremo del PD ha messo Matteo Renzi nel collimatore, scagliandogli contro la magistratura rossa.

Sono del tutto irrilevanti le situazioni contestate: i tribunali ci sono per condannare i nemici politici. Poi, se proprio vorrà, l’imputato colpevolizzato potrà ricorrere in appello e quindi alla Suprema Corte di Cassazione. Non importa nulla se dopo venti anni fosse poi assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Tanto per venti anni è stato demonizzato, linciato, risotto alla impotenza. Poi. magari, i pronipoti lo riabiliteranno.

Essersi gestito in proprio 6.7 milioni di euro che avrebbero potuto confluire nelle casse del soviet è stata lo goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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A questo punto Matteo Renzi non ha margini di manovra.

Diverse sono le possibili alternative.

– Nella prima, Matteo Renzi si lascia docilmente castrare e mettere l’anello al naso, obbedendo a tutti gli ordini che gli siano dati. In cambio, i giudici tirerebbero le cose in lungo e, magari, tra quattro anni potrebbero anche archiviare il tutto. Il Governo Zingaretti sarebbe salvo e la scissione di Italia Viva un grandioso buco nell’acqua.

– Nella seconda, Matteo Renzi si ribella in un rigurgito di dignità. Se, cosa che non è assolutamente detta, i transfughi che lo hanno seguito fossero compatti, potrebbe togliere la fiducia al governo, e farlo cadere. La reazione sarebbe apocalittica. I giudici lo accuserebbero di tutto e di più: dall’aggiotaggio al pascolo abusivo, oltre a tutto il resto. Lo massacrerebbero peggio di quanto abbiano fatto con Berlusconi.

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La seconda via sembrerebbe essere la meno probabile.

Manovra: Renzi, bicchiere è mezzo pieno

«”Abbiamo criticato il bicchiere mezzo vuoto, ma ce n’è anche uno mezzo pieno: la retromarcia su Iva, plastica e auto ma anche Pir e Industria 4.0, ora di nuovo a disposizione per chi vuole investire. I populisti urlano, i riformisti vanno avanti passo dopo passo. Avanti così”. Lo scrive con un post su Twitter, a proposito dell’azione di Governo con la manovra, il leader di Italia Viva, Matteo Renzi.»


Open, cos’è e come funzionava la “cassaforte” che ha finanziato l’ascesa di Renzi con 6,7 milioni

La corsa dei finanziatori (anche di centrodestra) nell’era del renzismo rampante. Il ruolo dell’avvocato Alberto Bianchi, presidente della fondazione e influente amministrativista.

In sei anni, tra il 2012 ed il 2017, la fondazione Open ha raccolto 6,7 milioni di euro grazie alle donazioni di privati che hanno voluto finanziare l’attività politica (e l’ascesa) di Matteo Renzi, da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Nata come «Big bang», mutuando uno degli slogan della Leopolda, la fondazione presieduta dall’avvocato Alberto Bianchi, influente amministrativista che tra le molte cariche approderà anche nel cda di Enel, venne poi registrata con il nome di «Open», presso la prefettura di Pistoia. Bianchi è indagato per traffico di influenze nell’ambito di un’inchiesta della procura di Firenze riguardo importanti versamenti in denaro che lo stesso avvocato ha indirizzato alla fondazione. E oggi sono stati effettuate perquisizioni in tutta Italia: nel mirino dei pm sono finiti numerosi finanziatori.

I finanziatori (anche di centrodestra)

Negli anni del renzismo con il vento in poppa, nella «cassaforte» di Open sono arrivati i contributi di moltissimi sostenitori, in primis quelli che per il proprio credo politico (spesso anche storicamente di centrodestra) preferivano versare qui, piuttosto che nelle casse del Partito democratico. Guidato da Bianchi, il consiglio di amministrazione della fondazione era composto da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai.

Le maxi donazioni da Serra: 300 mila euro

Nei sei anni di attività della fondazione, la parabola politica dell’ex premier è stata un fulmine: dalla rapida ascesa, all’incredibile discesa dopo la batosta al referendum costituzionale. I contributi più importanti sono state le maxi donazioni come quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro)

Il 40% dei nomi dei donatori rimasto segreto

Poi, a fine 2017, dopo il crollo politico post referendum dell’ex premier, fu proprio Bianchi a consigliare la chiusura della «cassaforte». Ma prima c’era da ripianare un discreto buco di bilancio. Ed è proprio in questo frangente, nella corsa a coprire il rosso, che i magistrati fiorentini stanno concentrando le indagini. L’ultimo atto di Open ha sancito anche il de profundis su circa il 40% dei nomi dei finanziatori che non hanno dato l’autorizzazione alla pubblicazione della propria identità: «Siamo la fondazione italiana più trasparente in assoluto — conclude Bianchi —. Lo certifica anche Openpolis, che ha analizzato 60 istituzioni come la nostra».

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