Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

M5S, spaccato e conflittuale, alla ricerca di voti ed identità, sta rinnovandosi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-26.

Cigno. Decollo.

Ogniqualvolta che i tempi si fanno duri ed arriva il redde rationem si assiste immancabilmente ad un ritorno alle proprie radici. Un esempio da manuale è stato nei decenni scorsi l’emergere di un integralismo islamico che conferiva una sua propria identità ad un popolo marezzato politicamente ma ben coeso dal punto di vista religioso.

Non stupisce quindi che anche i pentastellati abbiano mostrato un ritorno alla propria dignità sociale e politica. Una volta tanto la Piattaforma Rousseau si è trovata di accordo non con la dirigenza del movimento ma che quella che fu la base elettorale del movimento.

Ma quanto accaduto ha valenza di ben più vasta portata.

Tutte le formazioni politiche necessitano sicuramente di una loro propria base elettorale così come di una dirigenza. Ma non dovrebbe esserci contraddizione di sorta tra dirigenza, iscritti la partito / movimento, e base elettorale: le contraddizioni portano soltanto a dissensi interni che alla fine sfociano in conflittualità ingestibili, dirompenti. M5S ha assistito inerte al fenomeno delle ‘sardine’, con le quali il partito democratico si è riappropriato della protesta popolare prima loro appannaggio.

Ma non basta.

È evidente, sotto gli occhi di tutti, come il M5S sia cresciuto troppo rapidamente, senza aver avuto tempo e modo di formare quella classe intermedia necessaria a ricoprire dignitosamente ruoli nelle pubbliche amministrazioni e nel parastato. Ad oggi, pur avendo una larga maggioranza relativa sia alla camera sia al senato, M5$ non ha gli uomini idonei ad occupare posti ministeriali: avrebbe dovuto avere la maggioranza dei ministri, ma non aveva le persone idonee. Il caso Trenta avrà ben insegnato qualcosa.

Ma per poter formare personale dei quadri intermedi giocano molti fattori rilevanti: il tempo e la presenza alle elezioni amministrative e regionali. Il cursus honorum politico inizia facendo il consigliere comunale, poi regionale, ed infine il parlamentare. Non è un mestiere intuitivo e non ammette pressapochismi. La decisione, per esempio, di non correre alle elezioni amministrative è stato un clamoroso autogol. La dirigenza M5$ ha semplicemente castrato il movimento, transitato da una mandria di torelli ad una di imbelli buoi.

* * * * * * *

Presentandosi da soli alle competizioni elettorali i pentastellati avranno finalmente modo di contarsi per quello che valgono e di riappropriarsi del proprio elettorato: poco o tanto che sia, è ben di lì che si inizia a costruire qualcosa di duraturo nel tempo. Solo la presenza di amministratori e di consiglieri locali consente alla dirigenza centrale di avere il polso della situazione, dei veri desideri della base elettorale. Gli Elettori snobbati cambiano voto, e non tornano più.

Zingaretti stritola M5$ con le sardine. Prima le sardine erano il M5$.

Siamo chiari.

Solo determinando una crisi di governo e ricorrendo a nuove elezioni politiche anticipate il M5$ può tornare ad essere il M5S. Dovesse proseguire, l’abbraccio di un PD dimezzato elettoralmente ed in famelica caccia di voti finirebbe per distruggere i pentastellati.

* * *

«La maggioranza dei parlamentari era contraria.»

«L’esito del voto è una doccia fredda attesa nel Movimento, ma una sconfitta per tutti»

«Vertici sotto accusa, parlamentari in fibrillazione e un orizzonte incerto: l’esito del voto su Rousseau dà il quadro di una situazione complessa con aneddoti, punti di vista e giustificazioni che si rincorrono nel Movimento»

«Il 70% dei voti degli attivisti a favore della corsa in Emilia Romagna e Calabria suona come una sconfessione della linea di Luigi Di Maio e dei big M5S, che fino all’ultimo hanno cercato un piano per «desistere»»

«Lunedì sera si sono visti a Roma i principali esponenti del Movimento, dal capo politico a Roberto Fico. Con loro anche Paola Taverna, i ministri Bonafede, Fraccaro, Spadafora, Patuanelli, il capogruppo al Senato Gianluca Perilli, il vice alla Camera Francesco Silvestri, Max Bugani e il viceministro Giancarlo Cancelleri. In contatto telefonico …. con Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Nel pomeriggio c’è stato il passaggio a vuoto tra Di Maio e gli eletti delle Regioni»

«Adesso serve avere senso di responsabilità da parte di tutti»

«una scelta «calata» come una carta della disperazione»

«A Bologna e dintorni, nella partita più importante, i deputati e la base sono pronti alle barricate: in pole position per la sfida a Bonaccini ci sono Andrea Bertani e Michele Dell’Orco»

«In Calabria continuano i veleni interni: Dalila Nesci rispolvera la sua disponibilità a candidarsi, ma trova diversi veti»

«Casaleggio prende atto della drastica riduzione dei votanti: poco più di un quinto del totale, meno di metà rispetto al quesito sull’asse giallorosso, per una decisione a dir poco delicata»

«Siamo a un passo dal baratro», dice uno di loro. «Questo voto è un suicidio: perderemo, andremo alle urne e il Movimento sparirà, commenta a freddo un Cinque Stelle di peso. I parlamentari – dopo una giornata di tensione – festeggiano in chat. E pensano già alla campagna elettorale che sarà. Sanno che la responsabilità dei prossimi mesi è sulle loro spalle. Eppure c’è ottimismo»

* * *

Gran brutto colpo, questo, alle mire egemoniche di Zingaretti e del partito democratico.

Se il quadro politico nazionale è fosco per la coalizione dei governo, quello per l’Emilia Romagna è tetro.

Nel 2005 il pd di Vasco Errani aveva ottenuto 1,579,989 voti, pari al 62.73%. L’Emilia Romagna era la salda roccaforte rossa. La lega valeva il 4.78%.

Ad oggi un pd dimezzato lotta furiosamente per sopravvivere in una competizione quanto mai incerta.

Già questo è un gran bel risultato per Salvini e per la lega: se poi vincesse le elezioni, sarebbe un trionfo epocale.

Ma in politica occorre saper vincere, ma anche saper perdere. Imparare dai propri errori.

*


M5S, il voto su Rousseau. Così i vertici (con Grillo) volevano arginare l’onda: «Così è un suicidio»

La maggioranza dei parlamentari era contraria. L’esito del voto è una doccia fredda attesa nel Movimento, ma una sconfitta per tutti.

Vertici sotto accusa, parlamentari in fibrillazione e un orizzonte incerto: l’esito del voto su Rousseau dà il quadro di una situazione complessa con aneddoti, punti di vista e giustificazioni che si rincorrono nel Movimento. Il 70% dei voti degli attivisti a favore della corsa in Emilia Romagna e Calabria suona come una sconfessione della linea di Luigi Di Maio e dei big M5S, che fino all’ultimo hanno cercato un piano per «desistere». Lunedì sera si sono visti a Roma i principali esponenti del Movimento, dal capo politico a Roberto Fico. Con loro anche Paola Taverna, i ministri Bonafede, Fraccaro, Spadafora, Patuanelli, il capogruppo al Senato Gianluca Perilli, il vice alla Camera Francesco Silvestri, Max Bugani e il viceministro Giancarlo Cancelleri. In contatto telefonico — come sostiene l’Adnkronos — con Beppe Grillo e Davide Casaleggio. nel pomeriggio c’è stato il passaggio a vuoto tra Di Maio e gli eletti delle Regioni. Al summit c’è incertezza: la volontà generale è quella di stoppare la corsa, ma nessuno se ne assume la paternità. Il no di Di Maio alle alleanze pesa. Arriva la decisione salomonica di tentare la mediazione con il quesito su Rousseau, una scelta «calata» come una carta della disperazione. Si lavora al post, ma non tutti gli esponenti — specie quelli dell’area ortodossa— condividono la modalità e la formulazione.

Veleni interni

L’esito del voto è una doccia fredda attesa (troppo forte il battage sui territori di consiglieri, parlamentari e militanti) , ma una sconfitta per tutti. Di Maio incassa e cerca di difendersi. «Adesso serve avere senso di responsabilità da parte di tutti», dice ai suoi, lasciando intendere che le eventuali ricadute delle elezioni saranno da addossare a chi ha spinto per il voto. Casaleggio prende atto della drastica riduzione dei votanti: poco più di un quinto del totale, meno di metà rispetto al quesito sull’asse giallorosso, per una decisione a dir poco delicata. Grillo, chiuso nel suo silenzio, vede all’orizzonte nubi più fitte su quell’alleanza Pd-M5s che ha sostenuto a chiara voce. E anche gli ortodossi non possono gioire. «Siamo a un passo dal baratro», dice uno di loro. «Questo voto è un suicidio: perderemo, andremo alle urne e il Movimento sparirà, commenta a freddo un Cinque Stelle di peso. I parlamentari – dopo una giornata di tensione – festeggiano in chat. E pensano già alla campagna elettorale che sarà. Sanno che la responsabilità dei prossimi mesi è sulle loro spalle. Eppure c’è ottimismo. I destini di Emilia-Romagna e Calabria — tenuti insieme dal quesito — si dividono. A Bologna e dintorni, nella partita più importante, i deputati e la base sono pronti alle barricate: in pole position per la sfida a Bonaccini ci sono Andrea Bertani e Michele Dell’Orco. In Calabria continuano i veleni interni: Dalila Nesci rispolvera la sua disponibilità a candidarsi, ma trova diversi veti. Il docente Francesco Aiello — accreditato come il nome più probabile — viene giudicato da alcuni non adatto: nel 2015 si era proposto come assessore regionale per la giunta dem. Il rapporto con i territori rischia di essere la spina nel fianco che accompagnerà i vertici in questi ultimi mesi del 2019 e nei primi del 2020. I consigliere regionali, un centinaio, premono per avere un incontro. Dieci giorni fa hanno dato mandato a Roberta Lombardi di fissare un incontro collettivo con Di Maio, ma per ora all’orizzonte non c’è una data.

Un pensiero riguardo “M5S, spaccato e conflittuale, alla ricerca di voti ed identità, sta rinnovandosi.

I commenti sono chiusi.