Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Giustizia

Libertà e licenza. Platone. La Repubblica.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-09.

Raffaello. Platone ed Aristotele 001

«Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?»

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Questo magistrale scritto di Platone ricorda l’attacco della Quinta Sinfonia di Beethoven.

Alla prima lettura sembrerebbe essere un testo intuitivo, al limite con il banale. Ma i concetti che mette in campo sono critici per poter comprendere appieno lo scritto, la sua portata universale.

Con scelta tribolata, si vorrebbero approfondire solo due concetti cardine.

Treccani definisce il termine ‘libertà’ come la “facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo“.

Similmente, Treccani definisce il termine ‘licenza’ come “arbitrio …. atto o comportamento che costituisce un abuso della libertà …. sfrenatezza priva di controllo“.

Constatiamo quanto codeste definizioni siano limitative e financo tautologiche.

La libertà riguarda il potere che la volontà ha di esercitare oppure di non esercitare il suo atto di volontà, cioè di volere oppure di non volere. La volontà si dice libera in quanto non è soggetta alla necessità. L’attività procede innanzitutto dalla volontà, in quanto essa ne è causa efficiente, ma procede anche dall’intelletto, in quanto esso fornice la specificazione all’atto libero.

Quindi è libero un atto pensato e voluto.

L’ambito della libertà umana è quanto mai vasto. Praticamente tutti gli obiettivi che l’uomo persegue in questa vita non li persegue per impulso naturale, per necessità o costrizione dell’ambiente, ma per libera scelta.

Da quanto detto consegue che all’agire libero corrisponde la responsabilità morale e civile del pensato e dell’agito. L’uomo è chiamato a rispondere di ciò che liberamente ha pensato e fatto.

Sia faccia grande attenzione: il concetto di libertà non corrisponde per nulla a quello di poter fare, sempre che ci si riesca, ciò che si vuole. Vivendo in una Collettività, la libertà di un individuo trova i suoi limiti in quella degli altri: qualora prevalesse questo aspetto, più che di libertà si dovrebbe parlare di licenza, ossia di abuso delle facoltà mentali e di libero arbitrio.

Tema questo scottante, perché implica necessariamente sia la necessità di un corpo giuridico idoneo a preservare integra la libertà umana, sia la condivisione unanime di quei concetti metagiuridici che improntano la giurisprudenza.

Il problema è evidente: non sempre ciò che sia legale corrisponde a ciò che sia anche giusto. Si mette così l’essere umano in una brutta situazione conflittuale. Disobbedire alle leggi vigenti può infatti costare ben caro: dalla morte, alla detenzione, all’ostracismo della morte civile. Ma il rispetto dei canoni di giustizia richiederebbe averla assimilata, nei limiti dell’umano possibile. Il rispetto della giustizia fa aggio su quello del legale: così ha saggiamente ricordato i lProcesso di Norimberga.

La libertà esiste solo ed esclusivamente se si dispiega nell’alveo della legge naturale, etica e morale: la mera ‘possibilità di fare’ altro non è che licenza.

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Da quanto detto discende in via sillogistica come la libertà sia la libertas boni faciendi. Tutto il resto è licenza.

L’essere umano non ha infatti natura e sostanza divine: ciò che possa volere ben difficilmente può concretizzarsi nell’azione conseguente, ed ha anche la possibilità concreta di operare nefandezze.

Alla luce di queste modeste considerazioni, il brano di Platone appare nella sua magnificenza.

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Platone – La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?

In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?

Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.

Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.

Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.

Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.

E prima che nel sangue, nel ridicolo.