Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Ilva. Conte. “Non ho soluzioni in tasca”.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-11-09.

Titanic 002

Ex Ilva: lunedì 11 nuovo incontro Governo-ArcelorMittal

Il presidente del Consiglio rivedrà i vertici della multinazionale per provare a trovare una soluzione sulla vicenda dello stabilimento pugliese. Il numero uno di Confindustria Vincenzo Boccia: «Chiedere a imprese di mantenere l’occupazione con le crisi congiunturali è un errore madornale. Se la questione dello scudo è vera, lo rimettano quanto prima»

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Ex Ilva, Arcelor: recesso legittimo in base ai contratti

Il gruppo franco-indiano presenta istanza al tribunale per farsi riconoscere la legittimità della risoluzione contrattuale

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Ilva, quasi tutti a Taranto i 5mila esuberi chiesti da ArcelorMittal. Anche l’indotto pronto a sciopero

Il sito di Genova verso la fermata: dalla Puglia non arriva più l’acciaio da lavorare .

Sono 5mila gli esuberi che ArcelorMittal ha dichiarato per il gruppo a fronte di una forza lavoro complessiva di 10.777 addetti ad oggi. Non c’è ovviamente un riparto degli esuberi, ma è sin troppo chiaro che la gran parte si concentrerebbe nel siderurgico di Taranto sia perché è lo stabilimento più grande, sia perché i 5mila esuberi sono calcolati in relazione ad una produzione annua di acciaio di 4 milioni di tonnellate e la produzione si fa a Taranto con i tre altiforni ora in marcia: l’1, il 2 e il 4. ….

Tutti i dipendenti sono 10.777, di cui 7.040 operai, 2.223 impiegati e 1.007 intermedi. Nello specifico ci sono 8.277 unità a Taranto (5.642 operai), 1.016 a Genova (681 operai), 681 a Novi Ligure, 123 a Milano, 134 a Racconigi, 39 a Paderno Dugnano, 29 a Legnano, 52 a Marghera. Poi ci sono i dipendenti delle società di servizi che fanno parte della galassia ArcelorMittal, e cioè Amis con 64 unità, Am Energy con 100, Am Tubular con 40 e Am Maritime, la più grande – le navi per il trasporto – con 222. ….

Va detto che degli 8.277 dipendenti di Taranto, 1.276 sono in cassa integrazione ordinaria dal 30 settembre scorso per crisi di mercato. Vi resteranno 13 settimane. In precedenza, dal 2 luglio al 30 settembre, c’era già stata una prima tranche di cassa integrazione per 1.395 addetti sempre per crisi di mercato e per la rimodulazione degli obiettivi di produzione a Taranto dai 6 milioni di tonnellate previsti nel 2019 ai 5 milioni ricalcolati, anche se l’anno si chiuderà a meno, intorno ai 4 milioni di tonnellate.

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«per la rimodulazione degli obiettivi di produzione a Taranto dai 6 milioni di tonnellate previsti nel 2019 ai 5 milioni ricalcolati, anche se l’anno si chiuderà a meno, intorno ai 4 milioni di tonnellate»

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Sull’argomento stanno circolando ridde di stime dei costi.

Usualmente esse differiscono in modo significativo tra di esse, essendo diversi i settori considerati e le relative situazioni al contorno. Poi differiscono per i criteri usati per il computo.

Metà del personale di Taranto è in esubero.

– Il solo stabilimento tarantino accusa perdite per oltre un miliardo all’anno.

– Ma esiste tutto un indotto, tipo l’Ilva di Genova, messo in crisi da quella tarantina.

Voler mantenere l’Ilva di Taranto, con o senza ArcelorMittal, avrebbe un costo globale di oltre trenta miliardi in cinque anni.

Conte: “Non ho soluzioni in tasca”.

Hanno avuto i migranti clandestini illegali, hanno voluto il reddito di cittadinanza, hanno voluto la diminuzione del numero dei parlamentari, stiamo regalando Alitalia alla Germania: come cosa mai vorrebbero di più gli italiani?

Soldi non ci sono più. Cassa vuota.

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Ex Ilva, quanto costerà allo Stato l’abbandono di ArcelorMittal?

Il ritiro degli indiani dall’ex Ilva si preannuncia molto costoso per le casse pubbliche

La rescissione del contratto Ilva da parte di ArcelorMittal costerà cara all’Italia. Se da una parte già si configura uno scontro interno alla maggioranza sul reinserimento dello scudo penale, che mette a rischio la stabilità del Governo, l’abbandono della multinazionale avrà conseguenze anche sui conti pubblici.

Ilva, il piano del Governo

Secondo Mario Turco, sottosegretario a Palazzo Chigi con delega alla programmazione economica, per risollevare l’Ilva di Taranto c’è bisogno di un fondo da 2 o 3 miliardi di euro nell’arco di 4-6 anni. Ciò vale che Mittal sia presente o meno.

Per realizzare il fondo sarebbero necessari sia conti pubblici che europei, ma ancora Bruxelles non ha battuto colpo. L’obiettivo sarebbe di innovare l’impianto siderurgico applicando l’idrogeno alla produzione di acciaio.

Già in legge di bilancio sarà istituito un Fondo straordinario iniziale da 5-10 milioni di euro per il sostegno ai lavoratori in amministrazione straordinaria.

Il Governo non sembra comunque voler lasciare andar via ArcelorMittal così facilmente. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando agli operai a Taranto, ha annunciato “una battaglia sanguinosissima” con l’azienda.

Quanto costerà ogni anno il ritiro di Mittal da Ilva

Che l’Ue intervenga o meno, come del resto ha già fatto in Austria, Svezia e Germania, il Sole24Ore ha fatto una stima dei costi annuali per l’Italia. Questi sono compresi fra i 585 milioni e gli 835 milioni di euro, a seconda dell’opzione scelta.

Quella meno cara prevede sostanzialmente il dissesto della fabbrica, con tutti gli addetti degli impianti di Taranto, Novi Ligure e Cornigliano in cassa integrazione. Con un costo medio per i conti pubblici di 25.770 euro per ognuno dei 10.777 addetti, più le spese degli altri 6mila addetti dell’indotto e la loro riconversione, ecco che si arriva a 585 milioni di euro.

L’altra cifra è prevista invece per il commissariamento della fabbrica con l’intento di individuare una specializzazione produttiva che la mantenga in attivo in linea con le attuali condizioni del mercato.

Per ottenere tali obiettivi, secondo Paolo Bricco, potrebbero bastare 6 mila addetti e circa 500 milioni di euro di fondi pubblici. A questi vanno aggiunti quasi 350 milioni per la cassa integrazione dei 5.000 addetti rimasti fuori dall’Ilva e dei 6.000 dell’indotto, compresa la loro riqualificazione, per un totale di circa 835 milioni di euro.

Conte a Taranto: “Non ho soluzioni in tasca”

Durante l’incontro con gli operai di Taranto, Conte si è lasciato sfuggire una frase importante: “Non ho soluzioni in tasca”. “La questione dell’immunità penale è un falso problema, va via con la consapevolezza della scelta impossibile dei tarantini”.

In molti gli hanno chiesto la chiusura dell’impianto e la decontaminazione dell’area, un altro costo necessario alla difesa della salute di abitanti e lavoratori che si ripercuoterebbe sulle casse statali.

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ArcelorMittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano. Colpa di “scudo”, interventi magistratura e crisi acciaio

Su Taranto esplode la bomba. ArcelorMittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano. A un anno dall’arrivo a Taranto, il gruppo ha notificato ai commissari e ai sindacati la volontà di ritirarsi.

«Non è possibile gestire lo stabilimento senza queste protezioni» legali «necessarie all’esecuzione del piano ambientale», «definitivamente rimosse ieri con la mancata conversione in legge del relativo decreto».

Le parole di Lucia Morselli, amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia – l’ex Ilva – ribadiscono il contenuto della comunicazione con la quale Arcelor Mittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano. Morselli scrive ai dipendenti ai quali sottolinea che «non è possibile esporre i dipendenti e i collaboratori a potenziali azioni penali».

L’addio di ArcelorMittal scatena la bagarre politica

L’annunciato addio all’Italia di ArcelorMittal ha scatenato le reazioni politiche. Il Governo, nel tentativo di correre ai ripari ha convocato due successivi vertici, e i principali leader sono intervenuti sul tema.

Matteo Salvini ha chiesto che «il Governo riferisca alle Camere già nella giornata di martedì», mentre Matteo Renzi ha parlato di «decisione inaccettabile», invitando poi l’esecutivo a «eliminare l’autogol sull’immunità» negata ai manager. Per la Cgil «serve l’impegno di tutti per evitare il disastro». Anche il vescovo di Taranto Filippo Santoro parla di «rischio disastro sociale». Durissime anche le posizioni di Federmeccanica e Federacciai. Per Confindustria il rischio è di «un impatto negativo per l’intero Paese».

Una decisione che era nell’aria

A un anno dall’arrivo a Taranto, Am InvestCo Italy ha notificato ai commissari straordinari dell’Ilva la volontà di rescindere l’accordo per l’affitto con acquisizione delle attività di Ilva Spa e di alcune controllate acquisite secondo l’accordo chiuso il 31 ottobre. Questo il comunicato della multinazionale.

Il Sole 24 Ore aveva anticipato fin dalle prime ore di lunedì che sarebbe stata comunicata la volontà di rescindere il contratto con cui il principale gruppo siderurgico ha un anno fa acquisito in prima istanza l’affitto dell’impresa che, oltre all’acciaieria di Taranto, ha anche gli insediamenti di Novi Ligure e di Cornigliano.

«Essenziale agire nell’interesse dell’azienda»

«È fondamentale che questo piano ambientale – spiega Morselli – sia eseguito in modo sicuro e strutturato così che gli impianti non siano danneggiati e possano tornare a essere operativi in tempi rapidi sotto la responsabilità dei Commissari di Ilva spa in amministrazione straordinaria», scrive il ceo dell’azienda sottolineando come «questa è una notizia difficile per tutti i dipendenti».

«L’essenziale ora è agire nell’interesse dell’azienda e dei colleghi – aggiunge Morselli – cooperando nei prossimi giorni per supportare in ogni modo le attività volte a preservare il valore e l’integrità degli insediamenti produttivi. Un piano d’azione dettagliato sarà coordinato da Wim Van Gerven, AMI Chief Operation Officer”, comunica la manager.

ArcelorMittal spiega che il Contratto prevede che, nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la Società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso Contratto.

Nella nota si ricordano, tra le motivazioni che hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa, la cancellazione dello scudo legale per la società e i provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto obbligano i Commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019.

La ragione dell’invio delle lettere sia all’Amministrazione Straordinaria sia ai sindacati è di natura squisitamente tecnica: alla prima perché i diritti di proprietà dell’Ilva sono ancora in capo ad essa, dato che il contratto attuale è di affitto e si sarebbe trasformato in una cessione effettiva di proprietà soltanto il 1 maggio 2021; ai secondi perché gli oltre 10mila dipendenti dell’Ilva hanno in questo momento un contratto a tempo determinato con Arcelor Mittal, che sarebbe stato convertito in un contratto a tempo indeterminato soltanto con l’avvenuta acquisizione.

Una bomba su Taranto e sulla manifattura

Qual è la natura di questa scelta? Una uscita definitiva dall’operazione? Una scioccante prima mossa negoziale? Oppure Arcelor Mittal avrebbe l’intenzione di chiudere «soltanto» l’area a caldo, snaturando così l’acciaieria e potendo fare a meno, da subito, non di tutti i 10mila addetti ma «soltanto» di una buona metà di essi? In ogni caso, una vera e propria bomba su Taranto e sulla sua comunità, sull’Italia e sulla sua manifattura.

Il comunicato di ArcelorMittal

«Con effetto dal 3 novembre 2019 – riporta Radiocor citando il comunicato ArcelorMittal – il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla Società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso».

«In aggiunta – prosegue il comunicato – i provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto obbligano i Commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 – termine che gli stessi Commissari hanno ritenuto impossibile da rispettare – pena lo spegnimento dell’altoforno numero 2».

«Impossibile attuare piano industriale»

Tali prescrizioni, sottolinea il gruppo siderurgico «dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto. Lo spegnimento renderebbe impossibile per la Società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il Contratto».

ArcelorMittal aggiunge quindi che «altri gravi eventi, indipendenti dalla volontà della Società, hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto».

Le circostanze citate «attribuiscono alla Società anche il diritto di risolvere il Contratto in base agli applicabili articoli e principi del codice civile italiano. In conformità con il contenuto del Contratto – conclude la nota – la società ha chiesto ai Commissari straordinari di assumersi la responsabilità per le operazioni e i dipendenti entro 30 giorni dalla loro ricezione della predetta comunicazione di recesso o risoluzione».

Dal Poz (Federmeccanica): peggior situazione possibile

Parla di «norma che va contro il rispetto degli accordi presi» Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica.

Secondo Dal Poz quella che si è venuta a creare dopo «la decisione del Governo di eliminare lo scudo penale per i manager di ArcelorMittal Italia, congiuntamente alle decisioni del Tribunale di Taranto sullo spegnimento dell’altoforno», è «la peggiore situazione che poteva profilarsi».

Una soluzione «assolutamente deleteria» per il presidente di Federmeccanica che ribadisce la necessità «di creare un clima di fiducia, perché senza fiducia non ci può essere crescita e il nostro Paese ha soprattutto bisogno di questa».

Per Dal Poz «un Paese che non rispetta gli impegni con investitori stranieri perde credibilità e quindi perde la fiducia anche all’estero».

Federacciai: «Conseguenze su filiera enormi»

Alessandro Banzato, presidente di Federacciai è convinto che «cambiare le regole su Ilva» abbia «fatto saltare il banco». Per il presidente di Ferderacciai «le conseguenze sulla filiera sarebbero enormi. Auspico che si riapra il confronto».

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