Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Economia e Produzione Industriale, Unione Europea

Italia. Diesel. 240 aziende e 25,000 lavoratori in crisi. E la Mahale chiude.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-31.

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La crisi della trazione diesel è causata da una politica di penalizzazione di codesto mezzo, ufficialmente per motivazioni ecologiche.

Questo fenomeno nasce in Germania patrocinato dapprima da Frau Merkel e quindi ripreso dai Grüne: prosegue in un continuo crescendo con il Dieselgate fino ad arrivare alla crisi dell’intero settore automobilistico. Ma questa crisi tende ad allargarsi a macchia d’olio: le industrie automobilistiche tedesche, infatti, alimentavano un grande mercato di componentistica altamente specializzata, locata specialmente in Italia. Questo comparto è adesso nella crisi più nera.

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«[Mahle] Il Gruppo conta 79mila dipendenti e ricavi per oltre 12 miliardi di euro ed è specializzato nella produzione di componenti per il powertrain»

«Uno stabilimento produttivo a La Loggia, alle porte di Torino, e una fonderia a Saluzzo, nel Cuneese. La Mahle, multinazionale tedesca del settore automotive, annuncia la chiusura deidue siti piemontesi dove lavorano almeno 450 addetti. L’azienda in una nota parla di «anni critici dal punto di vista economico» e spiega che «la riduzione degli ordini a livello europeo, principalmente nella produzione di motori diesel, ha notevolmente ridotto la capacità produttiva».

Negli stabilimenti di La Loggia e Saluzzo si producono pistoni, nell’ottica della filiera integrata: la crisi delle motorizzazioni Diesel ha generato un calo di volumi prima graduale, raccontano fonti aziendali, e poi da quest’anno diventato rilevante. Si tratta dell’ennesima crisi industriale in una regione, il Piemonte, dove si concentrano oltre un terzo delle imprese della componentistica auto Made in Italy»

«Mahle si trova purtroppo costretta a programmare la chiusura dei due stabilimenti e a breve saranno avviate le consultazioni con le organizzazioni sindacali» recita il comunicato diffuso nel pomeriggio dall’azienda. La multinazionale si dice disponibile a collaborare «con i rappresentanti dei lavoratori per considerare ogni possibile misura alternativa e minimizzare il potenziale impatto sui circa 450 dipendenti»

«Formalmente si è aperta una procedura di licenziamento collettivo per la chiusura degli stabilimenti. Durante la riunione Mahle ha sottolineato di non vedere possibilità di miglioramento degli ordinativi nei prossimi mesi. La crisi, dicono, è destinata ad aggravarsi, da qui la scelta di chiudere i siti perché gli ordinativi non sono sufficienti a mantenere i livelli produttivi»

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«In media l’Italia esporta motori per un valore complessivo pari a oltre 4 miliardi, il 19% delle esportazioni della componentistica auto. La Germania è il primo mercato estero, qui il calo della produzione di auto è stimato quest’anno a quota 10%.»

«Nella fabbrica Fiat Chrysler di Pratola Serra nel primo semestre del 2019 sono stati prodotti 150mila motori diesel, il 30% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Si correrà ai ripari nel 2020, visto che allo stabilimento campano è stata assegnata la produzione di una nuova gamma di diesel Euro6D, da montare sul Ducato»

«Ma questa vicenda industriale è emblematica di quanto l’automotive italiano sia esposto al rischio del calo – di mercato e produttivo – che sta investendo i motori diesel»

«Dal 2015 a oggi il mercato europeo delle auto diesel è diminuito dal 51,5% al 35,4% (2018), per arrivare al 31,5% del primo semestre 2019»

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Sarebbe inopportuno in questa sede riaprire un dibattito politico sulla questione dell’uso dei motori diesel, così come sul loro reale impatto ambientale.

Non sta a noi contestare o approvare dei provvedimenti varati da Governi legalmente eletti.

Ciò non toglie che si possa, e si debba, constatare come ogni iniziativa abbia i suoi costi.

In una Unione Europea in recessione economica, la penalizzazione economica e sociale dell’uso dei motori diesel comporta severe perdite secche per molti settori lavorativi, con anche un ampio indotto che propaga le perdite. Per non parlare poi della perdita del know-how. Poi, la gente non ha le risorse per cambiare automobile, e deve usarle per lavoro.

Sarebbe cosa utile che i Governi si sensibilizzassero anche su queste problematiche e ne traessero le conseguenze.

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Sole 24 Ore. 2019-10-29. Auto, la crisi del diesel colpisce 240 aziende e 25mila lavoratori

La debolezza del mercato coinvolge molte imprese della componentistica. Il 77% delle aziende non è coinvolto nei nuovi powertrain elettrici e ibridi.

Nella fabbrica Fiat Chrysler di Pratola Serra nel primo semestre del 2019 sono stati prodotti 150mila motori diesel, il 30% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Si correrà ai ripari nel 2020, visto che allo stabilimento campano è stata assegnata la produzione di una nuova gamma di diesel Euro6D, da montare sul Ducato.

Ma questa vicenda industriale è emblematica di quanto l’automotive italiano sia esposto al rischio del calo – di mercato e produttivo – che sta investendo i motori diesel. Di aziende come la Mahle, che in Italia ha annunciato la chiusura dei due stabilimenti in Piemonte specializzati sulla produzione di pistoni per i motori diesel, potrebbero essercene altre.

La filiera italiana di componentisti che lavorano al diesel è complessa, va dalle fonderie, dove si realizzano le parti principali del motore, fino ai produttori di singoli componenti (valvole, filtri, ecc.): secondo l’Osservatorio sulla componentistica auto parliamo di oltre 240 imprese e almeno 32mila addetti, numero che sale a 50mila se si considera l’indotto allargato, in media un lavoratore su tre dell’intero settore come stima l’Anfia.

La metà di loro, circa 25mila persone, lavora sui motori diesel, uno dei prodotti di punta storicamente dell’automotive italiano grazie alle competenze nel common rail.

«Siamo davanti a una transizione industriale complessa e articolata – sottolinea Marco Stella, presidente del Gruppo Componenti di Anfia – e il fatto che non la si guidi può portare a conseguenze gravi dal punto di vista sociale». La demonizzazione del diesel, «oltre a creare confusione sul mercato, ha indebolito ulteriormente una domanda già debole – aggiunge Stella – e questa incertezza spinge molti a puntare sulle razionalizzazioni produttive». Il tavolo sull’auto aperto al Mise diventa più che mai necessario: «Abbiamo fatto una serie di proposte – conclude Stella – a sostegno della transizione tecnologica e industriale, servono politiche sull’offerta per sostenere l’attività dei privati nella ricerca industriale e strumenti per la riconversione, a cominciare da formazione e riqualificazione».

Dal 2015 a oggi il mercato europeo delle auto diesel è diminuito dal 51,5% al 35,4% (2018), per arrivare al 31,5% del primo semestre 2019. Sono cresciute le auto a benzina sfiorando quasi il 60% del mercato mentre la famiglia delle elettriche e delle ibride è al 7,7. Al ridimensionamento del diesel molti componentisti stanno reagendo diversificando le produzioni e allargando le proprie competenze alle nuove motorizzazioni. Non senza ritardi – il 77% dei componentisti secondo lo studio realizzato dall’Osservatorio sulla componentistica auto non ha partecipato ad alcun progetto di sviluppo nel comparto dei nuovi powertrain (elettrici o ibridi) – e difficoltà come dimostra il caso della Mahle. Che purtroppo non è isolato.

A sentire i sindacati, va avanti da anni la vertenza per lo stabilimento Bosch di Bari: circa 2mila addetti e una specializzazione produttiva sui componenti per motori common rail. «I volumi sono in continuo calo – spiega Gianluca Ficco della Uilm – e la diversificazione della produzione su cui la proprietà si è impegnata procede in maniera timida, tanto che i lavoratori sono da mesi con i contratti di solidarietà».

Desta inoltre preoccupazione anche la situazione del polo motori di Cnh Industrial a Foggia, dove si producono diesel per commerciali e mezzi industriali. In questo caso la preoccupazione nasce a seguito dalla decisione di Fca di produrre in casa i motori per il Ducato invece di acquisirli dalla “sorella” Cnh Industrial.

«Oggi è in programma un incontro al Mise per il plant di Pratola Serra – ricorda Michele De Palma della Fiom – mentre nello stabilimento Fpt di Foggia, secondo il piano di riorganizzazione presentato da Cnh Industrial, le produzioni assegnate saturerebbe il 75% della capacità produttiva, il problema dunque resta».

De Palma parla di uno tsumani sull’ecosistema dell’auto, «abbiamo segnali negativi a partire dalle fonderie di Padova specializzate sull’automotive per arrivare a l caso della Mahle e alla cassa integrazione alla Magneti Marelli, a cui mancano commesse industriali in Italia sull’ibrido».

In media l’Italia esporta motori per un valore complessivo pari a oltre 4 miliardi, il 19% delle esportazioni della componentistica auto. La Germania è il primo mercato estero, qui il calo della produzione di auto è stimato quest’anno a quota 10%.

«In questa fase i legami dei componentisti italiani con la Germania rappresentano uno svantaggio» spiega Andrea Stocchetti dell’Università Ca’ Foscari. Pesa inoltre il ritardo industriale della filiera sull’ibrido, una tecnologia che, secondo Stocchetti, potrebbe colmare il gap industriale collegato ai minori volumi del diesel, così come lo sviluppo di progetti a favore della mobilità elettrica anche nel trasporto pubblico.

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Sole 24 Ore. 2019-10-27. Crisi del diesel, la tedesca Mahle chiude due fabbriche in Piemonte

Sono 450 gli addetti nello stabilimento di La Laggia e nella fonderia di Saluzzo – L’azienda parla di calo di volumi disastroso.

Uno stabilimento produttivo a La Loggia, alle porte di Torino, e una fonderia a Saluzzo, nel Cuneese. La Mahle, multinazionale tedesca del settore automotive, annuncia la chiusura deidue siti piemontesi dove lavorano almeno 450 addetti. L’azienda in una nota parla di «anni critici dal punto di vista economico» e spiega che «la riduzione degli ordini a livello europeo, principalmente nella produzione di motori diesel, ha notevolmente ridotto la capacità produttiva».

Negli stabilimenti di La Loggia e Saluzzo si producono pistoni, nell’ottica della filiera integrata: la crisi delle motorizzazioni Diesel ha generato un calo di volumi prima graduale, raccontano fonti aziendali, e poi da quest’anno diventato rilevante. Si tratta dell’ennesima crisi industriale in una regione, il Piemonte, dove si concentrano oltre un terzo delle imprese della componentistica auto Made in Italy.

«Mahle si trova purtroppo costretta a programmare la chiusura dei due stabilimenti e a breve saranno avviate le consultazioni con le organizzazioni sindacali» recita il comunicato diffuso nel pomeriggio dall’azienda. La multinazionale si dice disponibile a collaborare «con i rappresentanti dei lavoratori per considerare ogni possibile misura alternativa e minimizzare il potenziale impatto sui circa 450 dipendenti».

Il tavolo di crisi si è aperto nella sede dell’Amma – l’Associazione delle aziende della meccanica e della meccatronica – di Torino e nei prossimi giorni si avvierà la procedura di 75 giorni per le negoziazioni con le organizzazioni sindacali. Formalmente si è aperta una procedura di licenziamento collettivo per la chiusura degli stabilimenti. Durante la riunione Mahle ha sottolineato di non vedere possibilità di miglioramento degli ordinativi nei prossimi mesi. La crisi, dicono, è destinata ad aggravarsi, da qui la scelta di chiudere i siti perché gli ordinativi non sono sufficienti a mantenere i livelli produttivi.

Il Gruppo conta 79mila dipendenti e ricavi per oltre 12 miliardi di euro ed è specializzato nella produzione di componenti per il powertrain, sia per i motori tradizionali che per l’e-mobility.