Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Istat. Analisi innovativa sul mercato del lavoro negli ultimi venti anni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-10-13.

Istat 001

L’Istat ha varato una serie di indagini statistiche non convenzionali, intendendo con ciò l’utilizzo anche di dati non di provenienza dell’Istituto, ma non per questo raccolti con cura minore.

Vent’anni di occupazione dal lato della qualificazione del lavoro. Testo integrale.

«Individuare la qualificazione del lavoro svolto attraverso la professione esercitata dagli occupati può costituire uno degli strumenti per osservare, sul lungo periodo, gli effetti dei cambiamenti in atto nel sistema produttivo, distinguendoli dai loro esiti puntuali.

Si tratta di un approccio inusuale nell’analisi statistica del mercato del lavoro, che individua una proxy delle trasformazioni della struttura dell’occupazione. L’approccio offre nuovi risultati, talvolta controintuitivi, nella ricostruzione del cambiamento nel lungo periodo.»

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Ne riportiamo solo alcuni abstract.

«La crisi economica che ha attraversato i dieci anni trascorsi dal 2008 al 2017 ha colpito duramente l’occupazione, che alla fine del periodo non risulta aver ancora recuperato i livelli pre-crisi. Tali esiti hanno modificato i precedenti assetti del mercato del lavoro»

«Sul piano demografico, infatti, la crisi ha colpito soprattutto i maschi e la popolazione più giovane che ha visto chiudersi di fatto le prospettive di collocamento e di sostituzione della forza lavoro nel sistema economico. Al contrario l’occupazione femminile e quella con più di 35 anni, nel decennio considerato, sono cresciute sensibilmente»

«Sul piano dei rapporti di lavoro, infine, il decennio ha registrato saldi negativi sia per il lavoro Autonomo sia per il lavoro Dipendente a tempo indeterminato»

«In questo contesto, l’attenzione del dibattito pubblico si è concentrata sulle ripetute crisi industriali, sulle relative pesanti ricadute sull’occupazione operaia e sulla conseguente necessità di attivare e di ampliare il set di ammortizzatori sociali disponibili per farvi fronte.

Tuttavia se ci si sofferma su questo aspetto della crisi non si può non notare come la riduzione dello stock di lavoro operaio e artigiano sia un dato che si registra già dalla fine degli anni novanta anche in Europa»

«L’informazione fornita è chiara. Dal 1998 al 2017 sia in Italia che nel complesso dei 15 paesi UE presi in esame l’occupazione cresce progressivamente e la crisi registrata a partire dal 2009 segna prima un’inversione di tendenza e, alla ripresa, un rallentamento della crescita, senza mai segnare, però, un ritorno ai livelli occupazionali di inizio periodo: il saldo finale è positivo e rimane consistente, attestandosi intorno al 13 per cento di occupati in più per l’Italia e intorno al 18 per cento per i quindici paesi dell’Unione»

«Dentro questa crescita, tuttavia, il peso delle professioni artigiane e operaie qualificate sull’occupazione complessiva si riduce progressivamente passando, per l’Italia, dal 19,1 al 13,1 per cento e, per i 15 paesi UE, dal 15,6 al 10,6 per cento, facendo registrare, a fine periodo, un ridimensionamento dello stock iniziale di circa 867 mila unità per l’Italia e di circa 4,7 milioni per il complesso dei 15 paesi membri dell’Unione (rispettivamente pari a -22,3 per cento e a -19,8 per cento dello stock iniziale di artigiani e operai qualificati)»

«Se visto con una maggiore profondità di campo, lo stesso fenomeno viene letto come elemento implicito nel cambio di paradigma del consumo e della produzione industriale di massa e dei relativi adattamenti nei modi di produrre delle singole imprese»

«nella crescita del lavoro a qualificazione medio-alta e alta – del lavoro dei knowledge workers – che si registra nelle società economicamente avanzate»

«Le modalità della qualificazione del lavoro svolto, qui presentate, partono, piuttosto, dal presupposto che tale misura vada costruita a partire dalle professioni effettivamente esercitate nel sistema produttivo riorganizzando l’informazione disponibile rilevata dalla statistica pubblica e, per certi aspetti, dalla stessa pubblica amministrazione attraverso la Classificazione delle Professioni pubblicata dall’Istat»

«Una prima ha avuto effetti negativi riducendo complessivamente di un lavoratore ogni cinque per l’intero Paese e per il Mezzogiorno lo stock di occupati contribuendo in modo costante e negativo alla crescita dell’occupazione per tutto il periodo»

«una netta riduzione dello stock degli imprenditori grandi e piccoli, degli esercenti attività commerciali, degli artigiani e dei lavoratori in proprio, con esiti negativi consistenti»

«ha contribuito positivamente all’occupazione una seconda componente costituita dal lavoro a medio-alta e alta qualificazione e da quello non manuale a media e a medio-bassa e bassa qualificazione»

«Anche dal lato delle variazioni positive rimangono nette differenze territoriali che incidono in modo diverso sul saldo occupazionale per l’Italia e per il Mezzogiorno dove il contributo all’occupazione del lavoro a qualificazione medio-alta e alta risulta meno di un terzo del contributo dato da questa all’occupazione dell’intero territorio nazionale»

«Il contributo del lavoro manuale, infatti, è venuto progressivamente erodendosi a vantaggio del lavoro a medio-alta ed alta qualificazione (30,8 per cento in Italia, 26,7 per cento nel Mezzogiorno) e del lavoro non manuale (29,2 per cento per l’Italia e 29,3% per il Mezzogiorno) finendo per rappresentare la quota residuale sia dell’occupazione nazionale sia di quella della ripartizione (rispettivamente il 24,2 per cento e il 25,2 per cento).»

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Difficile operare una sintesi coerente di  tutti questi risultati.

Tra i molti aspetti sarebbero da considerarne prioritari alcuni:

– Il numero delle persone disposte ad imprendere è in costante diminuzione, con severi riflessi sulla generazione di posti di lavoro: in ultima analisi sono proprio gli imprenditori coloro che generano posti di lavoro. Potrebbero esserci tutti gli incentivi possibili, cosa che non è, che senza questa tipologia di persone il lavoro langue;

– Una cosa è la preparazione, specie quella medio-alta fornita da scuola ed università, ed una del tutto differente quella necessaria per lavorare in modo produttivo. Il mondo scolastico e della formazione in senso lato sembrerebbe essere del tutto avulso dalla realtà dei fatti. Nella pratica, sono le aziende a doversi far carico della formazione, con costi aggiunti impropri.