Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Taglio del Numero Parlamentari e Legge Elettorale.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-09-24.

Amanita muscaria

«Luigi Di Maio lancia un aut aut agli alleati di governo sul taglio degli eletti: “La fiducia si dimostra. E in questo caso alla prova dei voti in Parlamento. E la prima prova di questo governo è il taglio dei parlamentari”. Il leader pentastellato fissa anche la dead line: entro le prime due settimane di ottobre»

«Ma il Pd mostra cautela e richiama quanto scritto nel programma. Ovvero, il taglio dei parlamentari deve essere controbilanciato da altre riforme, in un cammino parallelo»

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Su questi argomenti vi sarebbe un gran numero di punti da discutere a fondo.

Ma su tutte le possibili domande da porsi primeggia quella terribile che recita: “a cosa serve?”

La struttura di governo a tipo parlamentare è stata elaborata alla fine del ‘700 dalla corrente di pensiero illuminista. In linea generale, il popolo ‘sovrano’ avrebbe dovuto eleggere i parlamentari e questi il governo, che sarebbe durato in carica fino a tanto che il parlamento lo avesse concesso.

Come tutte le soluzioni organizzative, il sistema parlamentare ha i suoi pro ed i suoi contro.

– Se da una parte occorre tenere presente le tradizioni nazionali, dall’altra servirebbe anche adeguarsi alle strutture degli altri paesi. Ci spieghiamo meglio. Per definizione, un sistema parlamentare ha dei tempi decisionali molto più lunghi rispetto a quelli di un sistema presidenziale. Se questa caratteristica era quasi ininfluente parlando di società prevalentemente rurali e con tempi di comunicazione spesso a livello di mesi, nel mondo contemporaneo acquista invece un grande peso. Un paese a governo parlamentare non può competere con quelli che nel breve volgere di qualche ora sono già in grado di prendere decisioni, anche quelle di grande importanza.

– Nel formulare il concetto di governo parlamentare si deve per forza di cose assumere un postulato implicito, dato per scontato: ossia che il parlamento sia in grado di esprimere una maggioranza. Situazione questa che si concretizza solo quando esistano due grandi formazioni politiche, ovvero anche in alcuni casi delle grandi coalizioni, contrapposte. Un caso da manuale è stata l’alternanza tra Cdu ed Spd nel governo della Germania. Ma questo fu un evento raro. Basterebbe analizzare la situazione olandese oppure quella spagnola, tanto per fare un esempio, per constatare come la parcellizzazione partitica impedisca spesso la formazione di un governo stabile e coeso. E le subentranti elezioni anticipate altro non fanno che aumentare il chaos politico. Fu questa una delle principali cause che indussero il Generale De Gaulle ad introdurre in Francia il sistema di governo presidenziale. In buona sostanza, la legge elettorale francese assegna la Presidenza a chi ottenga la maggioranza relativa dei voti ed obbliga alla formazione di coalizioni di voto.

– Molte democrazie occidentali hanno leggi elettorali miste: una quota di parlamentari è eletta con criteri uninominali in collegi o distretti elettorali, e la restante quota è assegnata con criteri proporzionali con soglie di valore variabile. L’ultima legge elettorali varata in Italia è di questo tipo. Questo sistema contempera gli effetti del voto per collegio, come quello nel Regno Unito, con il sistema proporzionale puro, tipo quello spagnolo. Tuttavia non risulterebbe essere affrontato il problema di scelta tra stato parlamentare e stato presidenziale. Ma si tenga sempre presente come la legge elettorale sia un mezo, non un fine: il fine dovrebbe essere la governabilità del paese.

– Da ultimo, ma non certo per ultimo, sarebbe da spendere qualche parola sull’Elettorato. Le democrazie occidentali che dominarono l’800 votavano con voto censuale. In effetti non si vede ragione per cui debbano avere diritto al voto pensionati ed addetti ai servizi, quando il nerbo delle entrate statali dipendono dal comparto produttivo. La prima conseguenza del suffragio universale consiste nel fatto che siano privilegiati i partiti che si propongono di ridistribuire le entrate statali, ma questo concetto deriva da una teoria economica: mica che sia dogma di fede.

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Alla luce di quanto considerato, la proposta portata avanti con forza dall’on Di Maio sembrerebbe vertere più sulla forma che sulla sostanza: resta invero difficile comprendere a quale tipo di organizzazione statale vorrebbe arrivare.

Una riduzione del numero dei parlamentari implicherebbe, come minimo, la nuova definizione dei collegi elettorali: appetitosa occasione per il gerrymandering. Ma il Pd nicchia: a quanto sembrerebbe capire, vorrebbe tornare al proporzionale puro.

Messa così come è prospettata, questa riforma dell’on Di Maio resterebbe scarsamente comprensibile.

Nota.

Ci si rende pefettamente conto come gli attuali egemoni in Europa desiderino fortemente avere un’Italia debole ed ingovernabile, da gestire quindi a piacer loro. e come questa riforma elettorale soddisfarrebbe pienamente le loro esigenze.


Il M5s spinge sul taglio dei parlamentari. Cautela dal Pd, che frena anche sulla legge elettorale

Per Di Maio è una prova di fiducia. Ma i dem chiedono che il taglio sia controbilanciato da altre riforme. Nessun diktat per ora, ma il dibattito è aperto. 

Luigi Di Maio lancia un aut aut agli alleati di governo sul taglio degli eletti: “La fiducia si dimostra. E in questo caso alla prova dei voti in Parlamento. E la prima prova di questo governo è il taglio dei parlamentari”. Il leader pentastellato fissa anche la dead line: entro le prime due settimane di ottobre. Proprio mercoledì la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio stabilirà il calendario dei lavori dell’Aula e, quindi, la data dell’ultimo via libera alla riforma targata M5s.

Ma il Pd mostra cautela e richiama quanto scritto nel programma. Ovvero, il taglio dei parlamentari deve essere controbilanciato da altre riforme, in un cammino parallelo. Dunque, nessuna fretta e, soprattutto nessun diktat. È lo stesso Di Maio, successivamente, a gettare acqua sul fuoco: “Nessun ultimatum” e, comunque, “non credo ci saranno frizioni nel governo, ma è una grande prova per rafforzare la fiducia su cui si basa qualsiasi governo”.

Fatto sta che il tema riforme, legato alla legge elettorale, rischia di creare tensioni interne ai giallorosso ma, soprattutto, all’interno del Pd, dove non c’è ancora una linea unitaria sul modello di sistema di voto. Anche se i 5 stelle, con il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, due giorni fa, hanno aperto a un confronto sul proporzionale (“Credo che probabilmente renderebbe la vita più semplice a questo Paese”), tra i dem crescono le perplessità sull’abbandono tout court del maggioritario. Inoltre, accelerare ora sulla legge elettorale potrebbe rappresentare un rischio destabilizzante per il governo. Meglio prendere tempo (idea condivisa dai 5 stelle, “ne discuteremo con tutte le altre forze politiche, ci sarà tempo”, diceva appunto D’Incà).

Il dibattito sul proporzionale

Anche il centrodestra si misura con le riforme e oggi Matteo Salvini, dopo la presa di posizione di Silvio Berlusconi (“Noi come orientamento non siamo favorevoli a trasformare la legge elettorale tutta in maggioritario perché il partito principale di ciascuna coalizione avrebbe in mano le sorti di tutta la coalizione. Credo che una quota di proporzionale sia indispensabile”), non del tutto convinto a sostenere il referendum della Lega sull’abolizione della quota proporzionale, appare più cauto sull’iniziativa: “L’importante è che ci sia una legge elettorale che prevede che chi prende un voto in più vince e governa per evitare gli inciuci, le vergogne, le schifezze, i mercati delle poltrone. Che se ne occupi il Parlamento bene, che se ne occupino i cittadini ancora meglio”.

Tagliente Giancarlo Giorgetti: “Il proporzionale è una vera provocazione”. Che poi lancia l’amo al Cav: “Con un sistema elettorale maggioritario il centrodestra sarebbe naturalmente unito”. Il timore leghista è che Berlusconi si sieda al tavolo con M5s e Pd per una riforma proporzionale. La questione, oltre alle regionali, sarà al centro del vertice a tre, presente anche Giorgia Meloni, che si terrà martedì.

Nel Partito Democratico non c’è nulla di deciso, la discussione sulla legge elettorale non è ancora partita. E le parole di Graziano Delrio (“Non c’è nel programma di governo il ritorno al proporzionale. C’è solo scritto che servono garanzie costituzionali per la rappresentanza”), uno che ha partecipato ai tavoli sul programma assieme a Patuanelli e D’Uva, confermano che il punto non è stato affrontato né in quella sede nè in altre: per ora solo ‘abboccamenti’ per sondare il terreno.

La scissione dei renziani, inoltre, ha fatto tornare indietro le lancette anche per quello che riguarda possibili testi da depositare: Gennaro Migliore, finora capogruppo Pd in commissione Affari Costituzionali, ha lasciato il partito e così ha fatto Boschi, componente della Bilancio e ‘madrè della riforma costituzionale del governo Renzi. A conferma che tra lo stato maggiore dem non c’è fretta di aprire il dossier c’è il fatto che all’ordine del giorno della direzione convocata lunedì non si fa cenno alla legge elettorale.

Ciò non significa che nei colloqui informali non se ne discuta: c’è la consapevolezza che una parte dei parlamentari dem non vedrebbe con sfavore una discussione su un proporzionale puro con soglia di sbarramento bassa (non oltre il 4%). E tra gli esponenti della maggioranza queste sensibilità appaiono come una ‘accortezza’ nei confronti dell’ex Matteo Renzi e del movimento che ha appena varato.

Per questo, c’è chi ipotizza che un punto eventuale di caduta potrebbe essere un sistema spagnolo con collegi piccoli. Ma si tratta di ipotesi lontane, come ne girano tante sebbene solo a parole in questi giorni. L’impegno, spiegano fonti parlamentari Pd vicine a Dario Franceschini, “non è solo per la legge elettorale, ma per tenere insieme la legge elettorale, il taglio dei parlamentari, i regolamenti di Camera e Senato e le riforme costituzionali”.

Sì perché il taglio dei parlamentari, è il ragionamento che viene fatto, avrà un effetto pesante anche sull’elezione del Consiglio superiore della magistratura, sull’elezione del Capo dello Stato, sul funzionamento di Camera e Senato. C’è poi, viene sottolineato ancora, il tema delle minoranze linguistiche che, con il taglio dei parlamentari, verrebbero sotto rappresentate in Parlamento, aprendo altre questioni di costituzionalità.

Un tema su cui anche la delegazione M5s ai tavoli per il programma aveva mostrato attenzione. Ma ciò su cui tutti nel Pd sembrano concordare è che aprire ora la discussione su una legge elettorale nettamente proporzionale porterebbe instabilità al governo e rappresenterebbe uno snaturamento del partito, così come rilevato anche dai padri fondatori, Romano Prodi, Walter Veltroni ed Enrico Letta.