Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Partiti. Leader, iscritti ed Elettori. Il discrimine tra successo ed insuccesso.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-08-14.

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I partiti politici dispongono sostanzialmente di tre livelli decisionali: la élite dirigenziale, gli iscritti tesserati ed infine gli Elettori.

Per comprovata tradizione in Occidente la linea politica ed economica è tracciata dalla dirigenza.

In situazioni che richiedono decisioni importanti è costumanza convocare un congresso straordinario e porre agli iscritti il quesito di cosa si debba fare: quid agendum sit.

Ma alla fine il giudizio tranchant deriva dal responso delle urne.

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Se a prima vista questo modo di procedere sembrerebbe essere logico e democratico, nei fatti si dimostra molto lacunoso e fuorviante.

Tutto questo ragionamento si basa infatti sul presupposto, sul postulato implicito, che la dirigenza rispecchi fedelmente le idee della base degli iscritti e che questa sia campione affidabile dell’elettorato.

Bene, ai nostri tempi questa assunzione non è più valida, ed è la causa efficiente del tracollo di molti partiti politici tradizionali europei, dalla Cdu ed Spd in Germania, al partito democratico in Italia.

Poche situazioni umane soggiacciono più strettamente al principio di inerzia delle politiche. La gran parte delle dirigenze si dimostra incapace di evolversi nel tempo: ne consegue che gli Elettori voltano le spalle a queste formazioni politiche.

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Il problema è plurifattoriale, ma due elementi giocano un ruolo apparentemente fondamentale: la classe di età e la situazione lavorativa.

Elezioni europee. Voto per età, studi, professione, e religiosità.

Per il Partito Democratico, che alle ultime scorse elezioni europee ottenne il 22.7% dei voti, il 19% degli elettori aveva meno di quaranta anni, mentre il 27.9% erano sopra i 65 anni.

Per la Lega, che alle ultime scorse elezioni europee ottenne il 34.3% dei voti, il 38% degli Elettori ha età compresa tra i 35 ed i 64 anni, ossia è in età lavorativa.

Per il PD i lavoratori autonomi e gli operai sono quota marginale dell’Elettorato, essendo il 17.8% ed il 14.3%, rispettivamente. Ben il 28.2% degli Elettori PD sono pensionati. Al contrario la Lega ha in queste fascie il 42.2% ed il 40.3% degli Elettori, rispettivamente.

In poche parole, l’Elettorato del partito democratico è vecchio e pensionato, quello della Lega giovane e lavoratore.

Facendo un conto grossolano ma aderente alla realtà, entro dieci anni il PD perderà un buon trenta percento degli Elettori per il naturale rinnovo della popolazione.

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PD e Lega hanno seguito due differenti strategie decisionali.

– Seguendo la classica procedura, il PD si è rivolto ad una base degli iscritti che non rappresentano più il loro Elettorato, e quindi sono stati duramente punti alle elezioni.

– La Lega, al contrario, ha regolarmente sondato gli umori degli Elettori, assumendoli come linee guida: il risultato è sotto gli occhi di tutti.

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Una delle più pregnanti definizioni dell’intelligenza identifica questa capacità umana con l’arte di saper riconoscere obiettivamente i fatti nuovi e di saperne trarre le conseguenze in modo sequenziale.

Ma l’acume politico è appannaggio di pochi.

Nota.

Un discorso a parte riguarderebbe i media, che in Occidente continuano imperterriti ad ignorare i parere dell’Elettorato, nel tentativo di imporgli le loro ideologie. Il risultato è una disassuefazione dei lettori.


Adnk. 2019-08-13. Calenda: “Il Pd è finito”

Il Pd è finito“. Lo ammette Carlo Calenda ai microfoni di ‘Circo Massimo’, su Radio Capital. “Così com’è, è finito sicuramente. Dopodiché può decidere di andare oltre se stesso, rilanciarsi, ricostruirsi in qualcosa di diverso” ragiona l’europarlamentare, che poi delimita i confini della scissione nel partito. “Ci sono due Pd: uno ha i gruppi parlamentari e un altro ha il partito. Nell’ultima direzione ho proposto di creare una segreteria politica in cui la gente si guarda in faccia e prende una decisione comune. I primi a non volerlo sono stati i renziani. Renzi non si siede con nessuno, non prende la telefonata di nessuno e non discute con nessuno. Questa è la verità” attacca l’ex ministro.

“La scissione nel Pd già c’è. Ormai – prosegue – è un dato di fatto. Renzi ha fatto un’intervista, non solo facendo zompare per aria il Pd ma anche facendolo diventare argomento di conversazione al posto della crisi di governo. Il tutto senza fare una telefonata a nessuno. E questo aveva detto che avrebbe fatto il senatore semplice e che non avrebbe parlato per due anni… pensa se parlava”.

Il governo istituzionale proposto da Renzi, che vedrebbe insieme i parlamentari dem e i 5 Stelle, secondo Calenda, “rischia di farsi, perché l’impulso all’autopreservazione del ceto politico è gigantesco. E l’ex premier ha bisogno di più tempo per fare il suo partito. Ma così offriremo un’occasione gigantesca a Salvini”.

L’ideatore di ‘Siamo Europei’, però, non si arrende: “Non vuol dire che non si lotterà fino alla fine. Io cercherò di costruire un fronte repubblicano, come sto dicendo da mesi, ma insieme al Pd. Si può anestetizzare questa ferita solo rilanciando un grande progetto politico che al momento anche Zingaretti mi sembra non stia lanciando. Se vuole fare il segretario del Pd, e non l’amministratore straordinario della liquidazione – consiglia Calenda – deve rilanciare facendo un grande progetto che coinvolga e vada oltre il Pd”.

“Se avrà il coraggio di farlo, esisterà qualcosa che non sarà il Pd come lo conosciamo oggi. Se non lo farà, il Pd scenderà al 15% e poi ci sarà una sinistra frammentata. E questo significherà consegnare l’Italia a Salvini. Mi batterò contro questa prospettiva. Magari sarò solo come un pirla…”.

L’ex ministro vede una sola via maestra: “Il confronto democratico con le elezioni. E la costruzione del fronte democratico e repubblicano. Abbiamo una battaglia da fare contro chi ci vuole portare fuori dall’Europa e questa battaglia si fa a viso aperto, non facendo accrocchietti per qualche mese”.

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