Pubblicato in: Geopolitica Mondiale, Russia, Stati Uniti

Salvini non è Talleyrand. Scaricato.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-07-16.

BACIAMANO-BOSS624

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord è un caso unico nella storia. Nato da nobile famiglia a metà del ‘700, ma zoppo, fu avviato alla carriera ecclesiastica. Non ne era proprio portato: gli piacevano potere, denaro e belle donne. Ma ad una famiglia potente ben poco può essere negato: nel 1789 è nominato vescovo. Venuta la rivoluzione, il nostro cacciò la tonaca alle ortiche e si dette alla politica, per la quale aveva una prodigiosa vocazione. In breve, scala tutta la gradinata del potere. Un tradimento fatto con perfetto tempismo si ritrovò dopo il colpo del 18 brumaio a fare il ministro degli esteri di Napoleone, non senza essersi portato dietro come souvenir tre milioni di franchi oro. Si defila a suo tempo da un Napoleone cadente e risorge come ministro degli esteri del ritornato Re Luigi XVIII. Sul letto di morte chiederà di essere reintegrato nella carica vescovile.

Insomma, Talleyrand era un virtuoso nella politica, specialmente quella estera.

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Salvini è una grande personalità, ma talune sottili smaliziature tipiche della politica estera sembrerebbero essergli sfuggite.

I russi hanno una millenaria tradizione di ossequio ai trattati stipulati: sono usualmente di larghissime vedute, ma sanno essere ostinatamente fedeli a quanto sottoscritto, costi quel che costi. Nel novero mondiale, la Russia è il partner più affidabile che ci sia, ma esige un rapporto paritetico. Nelle trattative sanno essere spudoratamente chiari: conoscono bene gli abissi degli animi umani. Sono cresciuti storicamente con i mongoli ad est, gli svedesi al nord, i polacchi ad ovest ed i turki al sud. Poi, chiunque abbia visitato la provincia russa di inverno, ben comprende la loro mentalità, molto simile a quella dei naviganti: il gelo, il ghiaccio e la neve assomigliano ad un oceano ove villaggi e città sono le isole alle quali attraccare. Dirigersi verso un villaggio oppure una città ha come presupposto che vi si sia accolti, pena la morte.

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I rapporti con le superpotenze dovrebbero sempre essere concordati in modo che non si prestino ad ambiguità alcuna.

Troppo spesso i capi di governo di piccole nazioni si dimenticano dello smisurato potere che le superpotenze traggono dall’avere servizi informativi allo stato dell’arte.  Nei fatti, sanno tutto di tutti: di qui la necessità di giocare sempre a carte scoperte.

Ottimo l’aver ricevuto Mr Putin, ottimi i rapporti commerciali con la Cina, ottimi i viaggi a Washington: sono però tre direttrici divergenti.


Trump o Putin, chi ha scaricato Salvini? Lega “sacrificata” e sempre più sola

A poche settimane di distanza dalla missione di Salvini negli Usa escono i nastri dell’incontro di Mosca. Lega scaricata dagli Usa o compromessa dalla Russia?

17 giugno. Matteo Salvini in missione negli Stati Uniti incontra il segretario di Stato Pompeo e il vicepresidente Pence, promettendo una svolta iper atlantista al governo e soprattutto alla politica estera del Carroccio. Tra le altre cose, il leader del Carroccio si allinea alla Casa Bianca su Venezuela, Iran, Cina e (almeno in parte) anche sulle sanzioni alla Russia.

4 luglio. Vladimir Putin in visita in Italia. Ricorda tramite interviste e dichiarazioni la sua vicinanza alla Lega, sostenendo allo stesso tempo che il sovranismo è morto. Ma secondo diverse fonti non tutto fila liscio.

10 luglio. Il sito d’informazione statunitense BuzzFeed pubblica alcune registrazioni e la trascrizione completa dell’incontro tra Gianluca Savoini, l'”ambasciatore” della Lega per i rapporti con la Russia, e altri italiani con uomini definiti “del Cremlino”. 

La successione degli eventi è lì, sotto gli occhi, la mano (o l’orecchio) dietro la registrazione e la sua pubblicazione sono ancora nell’ombra. Ma è davvero difficile, difficilissimo, pensare che si tratti solo di un caso. 

La sensazione, netta, è che la Lega sia finita in mezzo a un gioco più grande di lei in una storia dai contorni di spy story e messaggi più o meno criptati a livello geopolitico. Una storia che ricorda, pur con tutte le dovute differenze (e soprattutto ricordando che non esiste alcuna prova che del denaro sia effettivamente passato da Mosca alla Lega), quella dell’ex vicecancelliere austriaco Heinz-Christian Strache, costretto a dimettersi (con conseguente caduta del governo di Sebastian Kurz) a pochi giorni dalle elezioni europee dello scorso 26 maggio dopo la pubblicazione di un video che mostrava un suo incontro con una sedicente nipote di un oligarca vicino a Putin. 

Una storia che magari non avrà conseguenze sul piano interno e sul governo Conte ma che ne avrà eccome sul ruolo internazionale della Lega e del suo leader Salvini. 

Già, perché la pubblicazione di questa registrazione risalente all’ottobre 2018, proprio in questo momento, pregiudica i movimenti in materia di politica estera del Carroccio. Una politica estera, c’è da dire, spesso confusionaria. Prima era stato piazzato al Mise un convinto filocinese come Michele Geraci, fautore dell’accelerazione sul dossier Belt and Road, che ha portato all’adesione dell’Italia all’iniziativa strategica della Cina con la firma del memorandum alla presenza di Xi Jinping.

Subito dopo, anzi subito prima con una visita di Giancarlo Giorgetti negli States, la Lega aveva però cominciato a prendere le distanze dall’operazione di avvicinamento a Pechino, su imbeccata di Washington. 

La missione di Salvini a Washington era servita proprio per rassicurare gli Usa e smarcarsi non solo dalla Cina ma anche dall’immagine di partito vicino (forse troppo) alla Russia di Vladimir Putin. Sembrava essere andata bene. Il vicepremier aveva espresso con forza una linea atlantista e trumpiana a livello geopolitico ed economico, tanto da assumere posizioni diverse da Mosca su alcuni dossier delicati come il Venezuela e l’Iran, oltre che sulla Cina. 

Salvini sperava non solo di aver incassato l’appoggio di Donald Trump ma anche di potersi ergere a grande mediatore tra Washington e Mosca in un avvicinamento strategico auspicato da molti in funzione di contenimento dell’ascesa di Pechino.

E invece.

Invece ecco gli audio di Savoini. Al di là della loro veridicità o meno, il segnale è chiaro. La Lega è stata sacrificata da Washington. O più probabilmente compromessa da Mosca.

Secondo diversi analisti, prima di “concedere” a Salvini il grado di partner strategico Trump vuole vedere le azioni concrete della Lega al governo su diversi dossier cari alla Casa Bianca, tra i quali il 5G e il riconoscimento di Guaidò. Il tutto a meno che non escano prove concrete del legame tra il Carroccio e Mosca, che dopo il Russiagate renderebbero di fatto “inutilizzabile” la Lega a Trump.

Dall’altra parte, la Russia di Putin potrebbe essere rimasta irritata dalla rotta sempre più atlantista di un partito che considera(va) amico. Ed ecco allora che le registrazioni, pubblicate dopo la visita di Putin a Roma, potrebbero essere anche interpretate come un soft (o sarebbe meglio dire hard) reminder: “Ricordatevi degli amici”.

Ma anche se non ci fossero dietro manine di Washington e Mosca e il timing fosse solo un caso, le conseguenze resterebbero le stesse. La svolta atlantista e trumpiana che Salvini voleva imporre alla sua Lega rischia di fallire. La stessa Russia avrà vita più difficile nei suoi rapporti con un’Unione europea che, se ce ne fosse stato bisogno, con l’atlantista pro Nato Ursula von der Leyen alla Commissione potrebbe assumere una posizione ancora più dura con Mosca con la benedizione dei paesi di Visegrad. E gli amici di Salvini a Visegrad, soprattutto i polacchi (ma non solo) ostili ai russi, potrebbero avere qualche imbarazzo a sviluppare legami con la Lega.

Insomma, una bella botta per una Lega che rischia davvero di restare un po’ più sola. E Salvini, se in un futuro più o meno prossimo vuole approdare a Palazzo Chigi, dovrà ricominciare tutto (o quasi) da capo sul fronte della sua politica estera.

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