Pubblicato in: Arte, Devoluzione socialismo, Senza categoria

Trapassato remoto. Chi non lo conosca non saprebbe interpretarlo.

Giueppe Sandro Mela.

2019-07-14.

Grammatica Italiana 001

Treccani ci fornisce un’ottima definizione di cosa significhi il termine ‘lingua’.

«Sistema di suoni articolati distintivi e significanti (fonemi), di elementi lessicali, cioè parole e locuzioni (lessemi e sintagmi), e di forme grammaticali (morfemi), accettato e usato da una comunità etnica, politica o culturale come mezzo di comunicazione per l’espressione e lo scambio di pensieri e sentimenti, con caratteri tali da costituire un organismo storicamente determinato, con proprie leggi fonetiche, morfologiche e sintattiche».

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Se è vero che il pensato necessita di idonee forme espressive, è altrettanto vero che la lingua riflette il contenuto del pensato. Le singole parole a tutti gli effetti rappresentano quanto è stato meditato nella mente e, nelle lingue vive, nulla da stupirsi se talora sia necessario coniare, ovvero anche importare, termini nuovi per esprimere idee nuove. Per puro esempio, né l’arabo classico né il cinese mandarinico classico hanno un termine per identificare ciò che in Occidente prende nome di ‘democrazia‘ oppure di ‘libertà‘: non avendone il concetto non necessitavano di termini per esprimerlo.

Ma le parole sono solo una parte, sia pur rilevante, di una lingua: di altrettanta importanza è la modalità con la quale esse siano interconnesse tra di loro.

Infine, la punteggiatura modula le frasi,arrivando al punto di stravolgere il significato di una sequenza di termini.

«Il re dice: il maestro è fesso»

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«Il re, dice il maestro, è fesso.»

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Lo studio della grammatica e della sintassi della lingua italiana nei tempi andati era appannaggio delle scuole elementari. La maestra elementare svolgeva un compito della massima utilità sociale: insegnava ai bambini cosa fosse la lingua italiana, ad esprimersi in modo compiuto nella medesima, ed infine a comprendere cosa una certa quale frase avesse voluto dire.

Verbo linguistico.

«Nella grammatica tradizionale, parte del discorso che indica azione, stato, o divenire, in contrapposizione al nome, che indica sostanza o qualità; variabile secondo la flessione verbale, cioè la coniugazione, l’insieme delle forme di un tema che designa un’azione (temao radice verbale), determinate sul piano grammaticale da desinenze speciali (desinenze verbali). La flessione verbale si contrappone a quella nominale o declinazione.»

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Nel linguaggio corrente, di cui la barbara fraseologia giornalistica è esempio principe, le parole hanno perso il loro significato etimologico e corrente, la loro pristina definizione, generando in questa maniera una consistente confusione, che obbliga di sovente a dover ribadire come un termine usato sia stato definito.

I tempi verbali sembrerebbero essersi ridotti all’indicativo presente, futuro ed imperfetto.  Congiuntivo e condizionale sono diventi, si direbbe, optional per l’italiano colto.

La conseguenza è drammaticamente banale.

Chi non sappia usare correttamente i tempi ed i modi verbali resta impossibilitato di capire cosa voglia esprimere una frase formulata in italiano colto.

Ma così facendo, ricordando come i termini, nomi e verbi, servano a rappresentare foneticamente dei concetti, la persona incolta, o incolta di ritorno, si preclude la comprensione di concetti giusto un epsilon più complessi e raffinate di quelli del comune vivere.

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L’uso all-purpose dell’imperfetto ne snatura la funzione.

Sempre Treccani infatti stabilisce che:

«L’imperfetto è un tempo passato del verbo, che indica principalmente simultaneità rispetto a un momento passato (Bertinetto 1986; Vanelli 1991). Dal punto di vista formale, è una forma semplice della coniugazione e appare nei modi finiti sia dell’indicativo sia del congiuntivo. ….

L’imperfetto indicativo indica la simultaneità nel passato rispetto a un momento nel passato (per questo nella tradizione grammaticale è considerato tempo relativo per eccellenza). Ciò significa che un enunciato con l’imperfetto raramente può star da solo senza riferirsi a un ancoraggio temporale, implicito o no. ….

Dal punto di vista dell’aspetto è una forma prevalentemente imperfettiva, dato che focalizza un evento che dura e ne sottolinea l’indeterminatezza: non dà informazioni né circa l’inizio, né circa la fine dell’evento stesso, bensì sul suo perdurare e la possibilità implicita che l’azione prosegua fuori dall’intervallo di tempo considerato»

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Se l’uso dell’imperfetto si è imbastardito, quelle del trapassato remoto sembrerebbe essersi perso, eppure sarebbe ben importante saperlo usare e comprendere!

«Il trapassato remoto è un tempo verbale dell’indicativo e si usa per indicare un fatto avvenuto prima di un altro nel passato, definitivamente concluso e senza riflessi sul presente»

“Quando ebbe scoperto di aver perso, lasciò tutto”

“Non appena ebbe finito di piovere, l’orso uscì dalla sua tana.”

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Alcune considerazioni, tra le tante possibili.

Di questi tempi ci si accontenterebbe che la gente formulasse frasi in modo comprensibile, mettendo un soggetto, un predicato ed un complemento.

La quantità di frasi emesse senza enunciare il soggetto è trasbordante: è semplicemente impossibile capire a cosa si riferiscano.

L’uso dell’indicativo, modo del verbo che di norma esprime oggettivamente la semplice enunciazione o la constatazione di un fatto e, soggettivamente, un’azione pensata o ritenuta reale, indurrebbe a ritenere che tutto il pensato fosse reale, cosa che al massimo potrebbe essere una pia speranza. Una cosa è pensare di essere ricchi ed una ben differenze l’esserlo.

Il fatto drammatico consiste nella constatazione che la gente parla per come pensa.

Chi parli in modo sgrammaticato ed irrispettoso della consecutio temporum denota semplicemente di avere una grossolana confusione mentale.

Ma la verità, e nemmeno la sua reale ricerca, può albergare nel disordine.

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