Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Persona Umana

Troppi discorsi indefiniti o senza costrutto. Ragioniamo e difendiamoci.

Giuseppe Sandro Mela.
2019-07-01.

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Negli ultimi decenni l’umanità è stata sommersa da fiumi di discorsi, alimentati dai media e, poi, dall’uso sempre più accentuato delle risorse delle telecomunicazioni, dai telefonici ai social network.

Per far quasi buon peso, si assiste anche ad un ritorno imperioso di persone che inneggiano alla scienza, alla verità scientifica, al fatto che essa sarebbe infallibile.

Se però ci si ragionasse un pochino attorno, emergerebbero molti punti che avrebbero dovuto lasciarci per lo meno dei dubbi.

Nessuna pretesa di essere esaustivi, ma qualche pensiero sembrerebbe valerne la pena.

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L’aggettivazione ‘scientifico‘ indica un fenomeno che sia sempre e costantemente ripetibile, essendo invariate le condizioni sperimentali. Così, ad esempio, è scientifico affermare che se si abbia in mano un oggetto e lo  molli, questo cadrà verticalmente al suolo.

A prima vista la cosa sembrerebbe del tutto banale. Ma nulla è banale.

L’oggetto mollato potrebbe, per esempio, cadere al suolo sì, ma non verticalmente, bensì da un lato. Per esempio, se si fosse su di un treno che viaggiasse molto veloce, l’oggetto cadrebbe nella direzione opposta a quella di marcia. Sono variate le condizioni sperimentali, ma chi viaggiasse in treno ben difficilmente potrebbe accorgersene,

Questo nuovo esperimento, ripetibile a piacere, ci indica molte cose.

Il nostro primo enunciato non era una legge universale, se no, non sarebbe stato smentito dal nuovo esperimento. Solo che era valido esclusivamente in situazioni statiche. Se si fosse in movimento ad accelerazione sufficiente, la caduta non può essere verticale.

Prima conclusione.

Un enunciato avulso dal suo contesto ha buone possibilità di essere confutato. Ma il contro esempio non ne inerisce la validità, bensì le circostanze, che sono due concetti ben differenti.

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La prima impressione è usualmente quella di essere molto scettici sui risultati del secondo esperimento: ma dopo un buon numero di ripetizioni ci si deve arrendere alla realtà dei fatti.

Ma si dovrebbe invece tripudiare di gioia: questo dato anomalo può insegnarci anche molte cose.

Il riscontro di un fenomeno ‘anomalo‘ è proprio quello che permette il progresso scientifico. Il secondo esperimento, infatti, unitamente al famoso disco di Poincaré, stuzzicarono la mente di Einstein a formulare quella che poi sarebbe stata la teoria della relatività.

Seconda Conclusione.

Anche i dati empirici più rocciosi incorrono prima o poi in un nuovo riscontro che li inficia, ovvero che li integra. Non sono verità assolute, bensì locali.

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Di fronte ai dati sperimentali sorge sempre la domanda del perché mai si verifichino e secondo determinate modalità.

L’umana curiosità porta quindi a formulare delle teorie che cerchino di descrivere e di spiegare i fatti. Di norma le teorie dovrebbero essere abbastanza complete, soddisfacenti, ma neppure esse sono verità assolute. Il primo esperimento era stato spiegato in modo magistrale dalla teoria di Newton, forse il maggiore capolavoro che mente umana abbia concepito. Ma anche essa fu poi superata dalla relatività, che la integrò in sé stessa. Non che la teoria di Newton fosse errata: valeva soltanto on un ambiente a bassa velocità.

Terza Conclusione.

Le teorie altro non sono che interpretazioni ragionevoli, che sussistono solo nell’attesa di essere superate. Non esistono teorie ‘assolute‘. Tutte le teorie, anche quelle che avessimo elaborato noi, sono destinate ad essere superate.

Si constata incuriositi quanto la gente si dispiaccia che la teoria prediletta sia stata superata od integrata da una successiva, invece di essere ben contenta di quanto sia aumentato l’umano sapere.

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Ciò appurato, possiamo procedere oltre.

Tutti i discorsi umani sono espressi in un qualche linguaggio, ma caratteristica comune è quello di articolarsi in frasi concatenate. Ogni frase ha, dovrebbe avere, un soggetto, un predicato ed un complemento, come abbiamo imparato dall’analisi logica studiata nella seconda elementare.

Sembra facile, ma nei fatti è tutto fuorché facile.

Gran parte delle frasi riscontrabili sui media è senza soggetto: ossia, non è capibile chi sia l’attore del predicato.

Altre frasi traggono invece in inganno:

«A Marzia piacciono i mandarini».

Il soggetto non è Marzia, bensì i mandarini. ‘A Marzia‘ altro non è che il complemento di termine.

Non solo. La stragrande maggioranza delle frasi riscontrabili usa l’indicativo, ossia quel modo della lingua che esprime una enunciazione, una semplice constatazione di un dato di fatto. Ma con altrettanta frequenza la frase avrebbe dovuto usare congiuntivo o condizionale, perché esprime tutto tranne che una certezza.

«Questo colore è grigio»

E chi mai lo ha detto? Detta da un discromatopsico suonerebbe quasi a mo’ di presa in giro.

Quarta Conclusione.

Controllare sempre con cura quale sia il soggetto della frase, sempre poi che sia stato riportato.

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Ma siamo appena appena agli inizi,

Tutti convengono sulla necessità di definire il significato dei termini, quanto meno da un punto di vista lessicologico: è il motivo per cui esistono i vocabolari e le enciclopedie.

Le parole senza un ben preciso significato sarebbero del tutto inutili, se non anche fuorvianti. Poi, sussistono anche forme espressive di dubbio inconcludente.

Le parola hanno un senso inequivocabile? Ma ne siamo poi così sicuri?

I vocaboli presi a sé stanti possono essere indeterminati per loro stessa natura. Così, la parola “città” è sia singolare sia plurale. L’unico modo per discernere il significato sarebbe quello di considerare il sintagma che la sostiene: “la città”, “le città”.

Facciamo un altro semplicissimo esempio, un pochino più complesso.

«Questo è uno zoccolo»

A prima vista si direbbe che sia una frase compiuta, inequivocabile. Più chiara di così cosa mai si potrebbe volere?

Ma ragioniamoci un pochino sopra.

Questa è una frase enunciativa: infatti utilizza il modo indicativo.

Questo” è un aggettivo oppure un pronome dimostrativo, che indica cosa vicina nel tempo e nello spazio a chi parla. Ma l’uso del termine “questo” non fornisce indicazione alcuna a cosa si riferisca: potrebbe essere un tritacarne, oggetto che chiaramente non può essere uno zoccolo. Ci si rassegni: è indefinito.

Zoccolo“.

Facciamo finta di nulla e consultiamo la Treccani.

Questo termine può indicare una congerie di cose del tutto differenti.

– un particolare tipo di calzatura;

– un uomo particolarmente rozzo ed ignorante;

– la gigantesca unghia del terzo dito degli equidi; più in generale, degli artiodattili;

– strato di fango o neve che si appiccica alle suole delle scarpe;

– pane di terra che resta adeso alle radici di una pianta estirpata;

– pane fritto oppure arrostito;

– la parte inferiore di un edificio oppure di una parete;

– basamento rigido di una zona regione geologica;

– dispositivo per sostenere il carrello di un aereo;       

– spina multipolare;

etc, etc, etc.

Nei fatti, dalla frase presa in considerazione non siamo minimamente in grado di comprendere a cosa si riferisca né cosa significhi.

Eppure lì per lì quella frase ci era sembrata essere un enunciato lampante!

Quinta Conclusione.

Le frasi, siano pure enunciative, estratte dal corpo del discorso sono usualmente incomprensibili, indefinite.

Sesta Conclusione.

Si diffidi dall’uso disinvolto delle frasi citate, sia pure tra virgolette. Estratte da un contesto ed immesse in uni differente il loro significato resta alterato. Spesso involontariamente, ma molto frequentemente ciò è fatto in modo sapientemente artato.

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La precedente non è certo una conclusione rassicurante, ma il peggio ha ancora da venire.

Nel prendere in considerazione tutto il discorso, in quello almeno che l’Autore riterrebbe essere un alcunché di ragionevolmente compiuto, deve necessariamente intervenire un processo ben superiore alla compitazione dei termini.

La mente dovrebbe stabilire con quale dei tanti significati siano stati usati i termini in tutti i punti nei quali ricorrono, per poterli quindi concatenare in una sequenza che abbia almeno la parvenza di un senso compiuto.

Ma la prima cosa che servirebbe seguendo tale procedura mentale sarebbe quella di conoscere esattamente tutte le possibili definizioni di tutti i termini che siano stati usati. Ma non tutti si sono studiati a memoria la Treccani.

Resta allora evidente quanto soggettiva sia l’estrazione del significato da un discorso e con quanta facilità si possa interpretare uno scritto in modo incorretto.

Settima Conclusione.

Nessuna frase è di per sé stessa intellegibile per quanto “chiara” essa possa essere. Il lettore capisce ciò che è in grado di capire. In altri termini, la fraseologia non è né può essere intrinsecamente oggettiva. Leggere uno scritto con la ferma volontà di cercare di capire cosa avesse voluto dire l’autore è fatica improba.

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Ci si trova allora davanti ad un paradosso.

Più si cercasse di definire almeno il significato dei termini usati, più si complicherebbe il discorso, appesantendolo fino al punto da renderlo del tutto incomprensibile. È arte non da tutti trovare il giusto equilibrio.

Ottava Conclusione.

L’arte di scrivere discorsi comprensibili dipende sicuramente dalla maestria dell’Autore nel bilanciare la precisione lessicologica e concatenatoria con la piacevolezza e la facilità della lettura, ma in ultima analisi deve pur sempre affidarsi alla capacità intuitiva, alla potenza mentale, del Lettore.

Un antico greco che avesse preso in mano un moderno trattato di analisi non ci avrebbe capito nulla.

L’obiettivo nello scrivere sarebbe quindi quello di rendersi comprensibili almeno alla maggior parte di quanti vogliano e si sforzino di comprendere. Cosa abbastanza facile quando si parla di concetti o cose note, di incredibile complicatezza quando si affrontano temi nuovi.

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Si faccia grande attenzione.

Molte definizioni sono in realtà tutto tranne che definizioni: al massimo sono descrizioni. Ma solitamente sono solo tautologie.

È vero che il termine “media aritmetica” possa essere definito come il rapporto tra la somma dei dati ed il loro numero: ma questa non è certo la sua definizione propria: è solo il modo con cui la si calcola. Essa, la media aritmetica, è il valore che minimizza la somma degli scarti quadratici di una serie di dati. Senza aver ben presente questa definizione, si applica la procedura di calcolo in modo acefalo, ottenendo risultati numericamente corretti, ma privi di senso. Non a caso molte medie riportate trionfalmente altro non sono che pattume logico.

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Concludiamo questo miserrimo excursus con la sconsolata frase del grande Max Palnck:

«Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono, e al loro posto si forma una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari».

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Siamo oberati da enunciati pomposi, che si vorrebbero presentare come verità assolute, incontrovertibili.

Spesso poi queste sono espressi e sostenuti da una qualche potenza politica, che ne impone la osservanza.

Per esempio aver difeso la sacralità del vincolo matrimoniale è costata la testa di Giovanni il Battista, di John Fisher e di Thomas More. Ma sono davvero moltissimi coloro che seguono le orme di re Enrico VIII e fanno stabilire la verità di un enunciato dalla mannaia del boia.

Nota importante.

Suggerirei di tutto cuore ai Lettori la lettura di questo libro, indispensabile per formare la mente al ragionamento.

Irving Copi & Carl Cohen. Introduzione alla logica. Il Mulino. 1999.

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