Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Europee. L’analisi professionale dell’Istituto Cattaneo.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-05.

L’Istituto Carlo Cattaneo, autori Pasquale Colloca e Marco Valbruzzi, ha rilasciata un’approfondita e professionale analisi del voto in Italia per le elezioni europee. Oltre ad un testo accuratamente equilibrato, la stessa struttura e completezza delle Tabella allegate testimoniano l’alto livello di questo studio, che riportiamo in extenso.

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Elezioni europee 2019: chi ha vinto, chi ha perso

Analisi dei risultati delle elezioni europee 2019.

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Domenica 26 maggio si sono tenute le elezioni europee per la scelta dei rappresentanti italiani nel Parlamento europeo. Il voto ha coinvolto oltre 51 milioni di cittadini e, al di là suo significato sul piano sovranazionale, era considerato da molti analisti e dagli stessi partiti come un test per misurare il consenso delle diverse forze politiche nel contesto nazionale. In particolare, il voto di domenica era ritenuto, dai partiti al governo, come un termometro per stimare il loro consenso tra gli elettori e soprattutto per misurare i loro reciproci rapporti di forza e di influenza. Invece, per i partiti all’opposizione, le elezioni europee erano viste uno strumento per verificare l’efficacia delle loro posizioni e, specialmente per il Partito democratico, la tenuta della nuova leadership di Zingaretti. Dunque, nonostante il loro carattere europeo, queste consultazioni elettorali assumevano un significato ben più rilevante, che riguardava nello specifico le stabilità o la sopravvivenza stessa dell’attuale governo.

Ma cosa ci dicono realmente i risultati di queste elezioni? Quali partiti si sono effettivamente rafforzati e quali, al contrario, hanno subito una contrazione dei loro consensi. Per rispondere a questi interrogativi, l’Istituto Cattaneo ha analizzato i risultati ottenuti dai principali partiti nelle recenti elezioni europee, confrontandoli sia con le Europee del 2014 sia con le più recenti elezioni politiche del 4 marzo 2018.

  1. La Lega: un partito nazionale pigliatutti

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Per iniziare la nostra analisi, abbiamo preso in considerazione i voti raccolti dalla Lega in tutte le regioni italiane, mostrando le variazioni avvenute nel tempo. Come emerge chiaramente dalla tabella, 1, il partito di Salvini è passato, nel giro di cinque anni, da 1.686.556 voti agli attuali 9.655.298, aumentando i propri consensi di quasi otto milioni di voti rispetto al 2014, con un incremento che corrisponde a 27,9 punti percentuali. La crescita per la Lega, seppur meno marcata, è evidente anche rispetto al voto del 2018, quando ottenne 5.584.927 voti. In questo caso, l’incremento corrisponde a oltre 15 punti percentuali.

Se prendiamo in considerazione la disaggregazione dei risultati sulla base delle cinque circoscrizioni elettorali adottate nelle elezioni europee, il dato che emerge è la maggiore crescita della Lega nelle zone del Centro-nord. Rispetto al dato del 2014, nelle circoscrizioni del Nord il partito di Salvini aumenta di 30 punti percentuali (fino a raggiungere anche livelli eccezionali in Veneto, dove oggi 1 elettore su 2 vota Lega), e lo stesso risultato si osserva nelle regioni del Centro (Lazio, Marche, Umbria e Toscana). L’incremento è meno marcato al Sud e nelle Isole, ma anche in questo caso la crescita della Lega supera i 20 punti in relazione ai risultati di cinque anni.

Continuano dunque la discesa e l’allargamento della “nuova” Lega nazionale lungo il territorio italiano, ottenendo risultato superiori al 20% anche nelle circoscrizioni a sud di Roma. L’unica regione nella quale la Lega non supera la soglia del 20% è la Campania, attestandosi al 19,2%. In ogni caso, il risultato delle elezioni europee rende il partito di Salvini non solo il primo partito, per consensi, nel contesto italiano, ma anche la forza politica con la distribuzione dei voti più omogenea su tutta la nazione. Come mostra la nostra analisi dei flussi elettorali (oltre alla nuova geografia del voto), la Lega oggi è diventata a tutti gli effetti un partito nazionale pigliatutti, in grado di spingersi ben oltre le sue tradizionali roccaforti nelle aree del Nord.

  1. Il Movimento 5 stelle sempre più a trazione meridionale

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Il principale sconfitto di questa tornata elettorale è, senza dubbio, il Movimento 5 stelle, che ha subito un significativo ridimensionamento. Il partito di Di Maio, infatti, ha perso consensi rispetto sia alle elezioni europee del 2014 che alle politiche del 2018. In relazione alle precedenti europee, il Movimento ha perso poco meno di 1 milione di elettori, scendendo dai 5,8 milioni ottenuti nel 2014 ai 4,8 milioni del 2019, corrispondenti al 17,1% di voti (-4,1 p.p.). Peraltro, quest’ultimo risultato segna il punto più basso raggiunto dal M5s in una competizione di rango nazionale, in cui non era mai scesa al di sotto del 20%. È tuttavia il confronto con le elezioni politiche dell’anno scorso a rendere ancora più evidente la portata negativa di questo risultato: in un solo anno, il partito perde più della metà del suo elettorato, passa da 10,2 a 4,8 milioni (-5,4 milioni, ovvero -15,3 p.p.).

A livello di geografia elettorale, emergono inoltre indicazioni diversificate. Rispetto alle precedenti elezioni politiche, la diminuzione dei consensi risulta piuttosto omogenea nelle varie circoscrizioni (si va da -12,2 p.p. nel Nord-ovest a -17,2 nelle Isole), il confronto con le precedenti europee ci restituisce un andamento disomogeneo. In questo caso, come risulta evidente dalla tabella 2, i saldi più negativi per il Movimento si registrano soprattutto al Nord, e in misura inferiore al Centro.

Rispetto alle precedenti europee, il partito di Di Maio perde voti in tutte e tre le circoscrizioni del Centro-nord: ottiene l’11,1% dei voti al Nord-ovest, il 10,3% al Nord-est e il 16,4% al Centro, riducendo i suoi consensi, in media, di 8 punti percentuali. I saldi di voto per il M5s risultano invece positivi nelle regioni meridionali (+5,1 al Sud e +2,5 nelle Isole), confermando, e in parte accentuando, quel processo di meridionalizzazione iniziato alcuni anni fa.

  1. Il Partito democratico: gli alti-e-bassi di un partito in cerca d’identità

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Il bilancio del Partito democratico all’indomani di questa tornata elettorale si presenta decisamente in chiaroscuro e il confronto tra diversi tipi di elezione ci consegna inevitabilmente un’immagine più o meno positiva. Se la comparazione viene fatta con il voto di cinque anni fa, quando Renzi ottenne il suo miglior successo elettorale sia in termini assoluti che percentuali (40,8%), è chiaro che il bilancio elettorale per il partito oggi guidato da Zingaretti è decisamente negativo. Il Pd ha visto, infatti, dimezzare i suoi consensi e perdere oltre 4 milioni e 700mila voti, equivalenti a una contrazione di 18 punti percentuali. Inoltre, questo calo è avvenuto in maniera relativamente omogenea sull’intero territorio nazionale, con una riduzione dei voti in tutte le regioni.

Però, osservando il risultato del Pd da un’altra prospettiva, ossia confrontandolo con le politiche di anno fa, emergono alcuni segnali positivi. Nello specifico, con le sole eccezioni della Valle d’Aosta e dell’Umbria, il partito di Zingaretti ha incrementato i suoi consensi in tutte le regioni italiane, con un aumento che, in media, supera i 4 punti percentuali. È significativo, inoltre, che la crescita più consistente per il Pd si osservi al Sud – guadagnando quasi 25 mila voti (+4,4 punti) – e nelle Isole dove, nonostante la generale contrazione dei voti in termini assoluti, è avanzato di 6,4 punti percentuali.

Il Pd si trova così nel mezzo del suo percorso di ripresa elettorale e riorganizzazione partitica. Tra lo storico trionfo renziano di cinque anni fa e l’altrettanto storico tonfo del 2018, il risultato di questa tornata elettorale presenta alcuni elementi positivi, tra cui il sorpasso nei confronti del M5s e il mantenimento di un consenso superiore al 23-24% nelle regioni del Centro nord. Allo stesso tempo, il confronto con le elezioni europee del 2014 mette in luce il margine di espansione potenziale per il principale partito del centrosinistra, in particolare nelle regioni del Sud. È in quest’area del paese che probabilmente si concentrerà la sfida politica ed elettorale tra il partito di Zingaretti e il M5s.

  1. Forza Italia e il Cavaliere dimezzato

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Oltre al M5s, l’altro sconfitto di questa tornata di consultazioni elettorali è stato il partito di Berlusconi, Forza Italia. A differenza del Partito democratico, che presentava un bilancio in chiaroscuro, il risultato per Forza Italia non lascia spazio a interpretazioni positive. Come mostra la tabella 4, il partito di Berlusconi ha quasi dimezzato i suoi consensi rispetto al 2014 che al 2018. Cinque anni fa aveva ottenuto 4 milioni e 600 mila voti e oggi si è fermato al di sotto dei 2 milioni e mezzo, con una riduzione di 8 punti percentuali. Dall’analisi a livello territoriale, sembra poi che il calo del consenso sia abbastanza generalizzato. Rispetto alle precedenti europee, il calo nelle varie circoscrizioni non si differenzia molto: si va dal -5,3% registrato nelle Isole fino al -9,9% ottenuto al Sud. Si tratta di una tendenza similare a quella che emerge dal confronto con le politiche del 2018: in questo caso, si va dal -4,4 del Nord-est al -6,0 del Sud.

  1. Fratelli d’Italia: un risultato storico

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Fratelli d’Italia ha guadagnato molti consensi, raggiungendo 1,9 milioni di voti (6,7%). Si tratta del risultato migliore mai raggiunto in un’elezione nazionale dal partito guidato da Giorgia Meloni; la sua crescita appare netta, sia rispetto alle elezioni europee del 2014 che alle politiche di un anno fa. La tabella 5 mostra che, rispetto alle precedenti europee, gli elettori sono quasi raddoppiati: da 1.004.037 del 2014 si passa a 1.897.463 nel 2019 (la percentuale cresce dal 3,7 al 6,7). Il dato per regione ci mostra poi che questa crescita si è verificata in tutto il territorio nazionale, ma risulta più accentuata nelle Isole (da 3,3% a 7,3%) e al Sud (da 4,2% a 7,6%).

Questo risultato storico per Fratelli d’Italia acquista ancora più valore se confrontato con la prestazione avuta dal partito nelle politiche dell’anno scorso. Anche in questo caso, si registrano nel complesso degli incrementi significativi: rispetto alle politiche 2018, +400mila voti e +2,3 p.p..

  1. Conclusioni

Le elezioni europee del 2019 sono state caratterizzate dalla vittoria della Lega, diventato il primo partito sull’intero territorio italiano, e dalla riduzione dei consensi per il Movimento 5 stelle, sceso per la prima volta al di sotto del 20% in una competizione nazionale. Nella figura 1 abbiamo riportato i valori assoluti dei cinque principali partiti che hanno preso parte alle elezioni, confrontandoli con i dati delle precedenti europee e delle politiche 2018. Come si può osservare, il primo partito è cambiato in tutte e tre le ultime tornate elettorali: 2014 (Pd), 2018 (M5s) e Lega (2019). Un dato che dimostra ancora una volta l’estrema volatilità dell’elettorato italiano e la disponibilità a cambiare il proprio comportamento di voto da un’elezione all’altra e da un leader all’altro. I segnali di maggiore turbolenza e incertezza elettorali arrivano in particolar modo dalle regioni del Sud, e non soltanto per l’aumentato divario nell’astensionismo, ma soprattutto per la loro estrema mobilità nelle scelte di voto. Se il Pd vorrà recuperare consensi, se la Lega vorrà radicarsi e diventare definitivamente un partito nazionale, se Forza Italia vorrà resistere al “fuoco amico” della concorrenza elettorale interna alla coalizione (da parte di Salvini così come di Meloni) o se il M5s vorrà mantenere una sua quota rilevante di consensi, è al Sud e al suo elettorato difficilmente mobilitabile e fortemente mobile che dovranno prestare particolare attenzione.

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