Pubblicato in: Banche Centrali, Cina, Finanza e Sistema Bancario, Stati Uniti

Banche Mondiali. Senza potenza finanziaria non si fa politica estera.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-06-03.

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Se è vero che senza potenza delle forze armate sarebbe impossibile fare un minimo di politica estera, sarebbe altrettanto vero ricordarsi che senza un adeguato sistema finanziario ogni idea in tale direzione sarebbe velleitaria.

Così, come si contano gli armamenti atomici e quelli convenzionali, sarebbe opportuno ogni tanto dare una scorsa ai sistemi finanziari delle nazioni che hanno ambizioni mondiali.

Standard & Poor compila ogni anno una lista mondiale degli istituti di credito, riportandoli per total assets decrescenti: nella tabella ne riportiamo i primi venti.

Ricordiamo qui la definizione di total assets:

«The final amount of all gross investments, cash and equivalents, receivables, and other assets as they are presented on the balance sheet.»

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La somma dei total assets delle prime venti banche mondiali assomma a 45,645.77 miliardi di dollari americani.

Le prime quattro banche mondiali sono cinesi: la Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank Corporation, Agricultural Bank of China, Bank of China. Messe assieme capitalizzano 13,637.06 miliardi, ossia il 29.9% dell’assets totale.

Gli Stati Uniti hanno la JP Morgan Chase & Co., Bank of America, Citigroup Inc., Wells Fargo & Co., che sommate assieme mostrano assets per 8,750 miliardi, ossia il 19.17% del totale.

La Francia mostra quattro banche: Groupe BPCE, Société Générale, Crédit Agricole e BNP Paribas, per un assets total di 7,517.63 miliardi. il 16.47% del totale.

Le banche del Giappone e del Regno Unito stanno uscendo dalla graduatoria.

La Germania è presente solo con Deutsche Bank, che risponde al 3.87% dl totale.

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Questa tabella evidenzia con crude cifre come solo Cina e Stati Uniti abbiano il supporto finanziario per la loro politica estera mondiale. Evidenzia anche come la Cina si stia avviando alla supremazia mondiale in questo settore di vitale importanza per il suo sistema economico nazionale. E tutto questo lo ha fatto in poco meno di trenta anni, partendo da basi disastrate: il problema è sia politico sia si organizzazione del lavoro in questo settore. Forse, l’Occidente farebbe bene a cercare di studiare meglio la situazione ed a cercare anche di imparare qualcosa.

Il caso francese è a parte.

Se dal punto di vista finanziario è ancora in graduatoria, ed anche ben piazzata, è almeno al momento orfana di un reggimento politico degno di tal nome: la politica estera richiede infatti una consistente continuità di intenti, venuti a meno negli ultimi lustri.

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Il problema tedesco è molto ben descritto in un articolo comparso di recente: non dovrebbero servire commenti, basterenne solo leggerlo.

Le forze straniere avanzano in una Germania in rovina. È lo stato del sistema bancario tedesco oggi

Un dossier gira sui tavoli delle cancellerie e delle redazioni dei quotidiani finanziari di tutto l’Occidente – e non solo – ed è classificato, perché solo a parlarne vengono i brividi: esiste un Paese europeo che da decenni non include nei propri bilanci le liability verso enti terzi di fatto e di diritto sottoposti alla propria garanzia. Ed ha nascosto sotto il tappeto – nel formale rispetto delle regole – la bellezza di 4.700 miliardi di euro, oltre il 120% del PIL, mentre l’indebitamento della prima e della terza banca del Paese supera abbondantemente i 1.800 miliardi di Euro e l’esposizione del primo istituto di credito sui derivati equivale all’astronomica cifra di 48.000 miliardi, quattordici volte il PIL del Paese. Ora, quel Paese è la Bundesrepublik Deutschland, la Germania.

Da mesi i media di tutto il mondo riportano notizie sui tentativi di salvare Deutsche Bank e Commerzbank, le due banche di cui sopra, dal rischio di una crisi senza via d’uscita. La fusione è stata accantonata, ricordando le parole dell’ex presidente di Volkswagen Ferdinand Piëch: “Due malati in un letto non fanno una persona sana”. Unicredit, ING e alcuni istituti di credito francesi hanno cominciato ad esplorare un’acquisizione. Da notare che gli azionisti delle due banche sono quasi gli stessi: importanti fondi di investimento anglosassoni; con la significativa differenza che Commerzbank è per il 15,6% di proprietà del Governo tedesco, il quale ovviamente ha le mani legate perché non può avvallare operazioni che comportino perdite significative di posti di lavoro. È il modello tedesco di partecipazione dello Stato federale, dei Land (le regioni) e delle associazioni di lavoratori nei consigli di amministrazione e nell’azionariato delle grandi aziende che in questo, come in altri casi, mostra i propri limiti: non è realistico chiedere alle dita di una mano quali preferirebbero essere amputate dall’arto…

Il tempo corre: Fitch, che a settembre 2017 ha declassato le obbligazioni di Deutsche Bank da A- a BBB+, a giugno 2018 e di nuovo a febbraio 2019 ha confermato l’outlook negativo, ad appena due passi dalla classificazione come “titoli spazzatura”. Non che Commerzbank stia molto meglio…

A Berlino il merger (la fusione) piace ancora, anche per difendere le banche e le aziende tedesche dalle mire della Cina. L’eventuale arrivo di un “cavaliere bianco” italiano, francese o olandese verrebbe vissuto come un male minore, allo scopo di evitare traumatiche incursioni del Celeste impero, come nel caso di Geely salita senza colpo ferire al 10% di Daimler1 o della società elettrica di stato cinese arrivata a controllare il 20% di uno dei quattro gestori della rete elettrica tedeschi. Il dubbio non è se Berlino vorrà difendere la Germania e, indirettamente, l’Europa: da mesi il governo di Angela Merkel lavora a un disegno di legge volto ad assicurare all’esecutivo il potere di bloccare gli investimenti extra-UE – anche solo del 10% – in aziende di settori strategici, come infrastrutture, difesa e sicurezza. No, il dubbio è quanto e persino se potrà farlo.

Ora, ricordate come è cominciata nel settembre 2007 la così detta Grande Depressione, di cui il mondo in generale e l’Europa in particolare portano ancora le stigmate? Il 13 settembre 2008 Lehman Brothers aveva in corso trattative con Bank of America e Barclays per la possibile vendita della società. Di lì a ventiquattr’ore, però, Barclays ritirò la sua offerta, mentre l’interessamento di Bank of America cozzò contro la richiesta di un coinvolgimento del governo federale nell’operazione. Il giorno successivo l’indice Dow Jones segnò il più grande tracollo da quello che era seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001: il fallimento di Lehman è stato il più grande nella storia, superando il crac di WorldCom nel 2002. Lehman aveva debiti bancari pari a circa 613 miliardi di dollari e debiti obbligazionari per 155 miliardi di dollari, un importo complessivo equivalente al 5% del PIL americano nel 2008.

Certamente, Berlino non ripeterebbe l’errore, memore anche dei quaranta miliardi di sterline offerte nel 2008 dal governo britannico alle banche in difficoltà. Qui, però, non parliamo di 40 e nemmeno di 600 miliardi, ma di oltre 1.800. Il governo tedesco avrebbe la forza finanziaria e politica per farlo e anche di imporre ai partner europei di fare una mano, stante anche la situazione dell’indebitamento reale della Nazione e la diffusione dei sovranismi? A fronte di offerte provenienti da Pechino dell’ordine delle centinaia di miliardi, il contribuente tedesco preferirebbe pagare il conto di banchieri e imprenditori di tasca propria, pur di garantire l’indipendenza del Sistema Paese tedesco? Il contribuente italiano si renderebbe conto che abbandonare la Germania al proprio destino equivale a segare il ramo su cui è seduto?

Chi scrive, in realtà, avrebbe timore di fare questa domanda agli Italiani se si trattasse anche solo di salvare una delle banche “sistemiche” del nostro Paese, figuriamoci quelle tedesche…

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