Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria

Elezioni Amministrative. Non sottovalutiamone l’importanza.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-05-26.

2019-05-25__Comuni__001

Nel corso del 2018 si sono svolte elezioni in sette regioni italiane, sei delle quali erano a governo pidiino.

Tranne che nella regione Lazio, ove vinse Nicola Zingarettu con il 32.9%, passarono alla Lega od al centro destra la Lombardia, il Molise, il Friuli-Venezia Giulia, La Valle d’Aosta, il Trentino. Qui la Lega ebbe un trionfo conquistando il 46.74% dei suffragi in una regione che da decenni era a governo di sinistra e nonostante che Famiglia Cristiana si fosse equiparata al Cristo nel pubblicare: “Vade retro, Salvini”. Le maledizioni di Famiglia Cristiana sono sempre ottimi auguri. Che poi, diciamolo pure, di ‘cristiana‘ ha veramente quasi nulla.

Nel 2019 tutti i sei governatori e consigli regionale da rinnovarsi erano, o sono, a governo del centrosinistra.

In Abruzzo la Lega ha già vinto con Marco Marsilio (48.03%), in Sardegna con Christian Solinas (47.78%) ed in Basilicata con Vito Bardi (42.20%). Il 26 maggio si voterà in Piemonte, ed a novembre in Calabria ed in Emilia Romagna.

Lega e centrodestra hanno già strappato otto regioni al partito democratico ed al centrosinistra. Stando alle prospezioni elettorali, entro fine anno avranno vinto anche Piemonte, Calabria ed Emilia-Romagna.

Il partito democratico resterebbe così estromesso dal governo di undici regioni: una débâcle storica. Ma perdere le regioni significa perdere il governo delle società partecipate e non poter più nominare i consulenti amici

Non solo.

Se i governi regionali sono di grande importanza, importanza di ben poco minore ha il controllo dei 3,864 comuni che sono chiamati il 26 maggio a rinnovare sindaci e giunte. Nei 25 comuni capoluoghi, 17 sono a giunta di centrosinistra, sei a giunta di centrodestra e due del M5S. Dai sondaggi disponibili si prospetterebbe una gran bella vittoria della Lega e del centrodestra.

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Emergono spontanee due considerazioni.

La prima considerazione verte il partito democratico, che sta accusando un’emorragia di voti impressionante e che sembrerebbe non volerne sapere di fermarsi. Se sia vero che un partito politico non dovrebbe essere succube degli umori dei suoi Elettori, sarebbe altrettanto vero l’ammettere come non li si possa ignorare oltre un certo limite, pena la estinzione. Il partito democratico sembrerebbe ridursi ad un gerontocomio che farlucchia dei bei tempi passati, in attesa di decedere. Infatti, oltre il 70% delle intenzioni di voto al partito democratico sono sottese da pensionati. Ci si prepari dunque: senza che il partito democratico si rinnovi con persone giovani ed idee condivise e condivisibili, entro un lustro o poco più l’Italia dovrà fare a meno del partito democratico, estinto.

La seconda considerazione verte il Movimento Cinque Stelle. Diamo volentieri atto al M5S di essersi fatto interprete di molti umori del popolo, non ultimi gli impulsi rabbiosi per l’essersi sentito sistematicamente estromesso dal potere politico decisionale. Similmente, diamo atto al M5S di aver grandemente concorso all’abbattimento dell’egemonia del partito democratico, dittatura larvatamente strisciante diventata insopportabile.

Ci si rende lucidamente conto della grande difficoltà insita nel passaggio da un’opposizione urlante alla responsabilità di governo, che impone la Realpolitik, se non altro per i vincoli di bilancio. Ci si rende anche perfettamente conto come all’interno del M5S convivano due anime contrastanti: una rimasta a livello ideologico di sinistra ad una molto più pragmaticamente progressista. Un bel dì la dirigenza M5S dovrà ben decidere quale strada imboccare.

Ma molto di più preoccuperebbe la scelta di presentarsi alle elezioni di solo un centinaio di comuni.

Se questa scelta è in parte comprensibile data la minima rappresentanza sul territorio, dall’altra parte priva i movimento della possibilità di allevare e far crescere nei consigli comunali quelle leve che in un futuro prossimo dovrebbero aver avuto una preparazione sufficiente per entrare nei parlamenti regionali ed in quello centrale. La classe dirigente non la si improvvisa: ad una formazione politica servono sia i politici in senso stretto sia tutto quel corpo di esperti vicini, per riempire i ruoli del sottogoverno. Sottogoverno che in sé non è certo disdicevole: ma l’amministratore di una controllata non lo si improvvisa proprio per nulla.


Sole 24 Ore. 2019-05-24. Comunali in 25 capoluoghi: 2 giunte uscenti su 3 sono del centrosinistra

Il 26 maggio non si vota solo per le europee. Ci sono le regionali in Piemonte. E ci sono circa 3.800 (la metà del totale) di Comuni chiamati al rinnovo del sindaco e del consiglio. L’attenzione sarà soprattutto sulle metropoli: sono 25 i capoluoghi di provincia alle urne. Nella maggior parte dei casi (17) si tratta di giunte di centrosinistra, mentre sono 6 i capoluoghi governati dal centrodestra. Solo due (Livorno e Avellino) vengono da una amministrazione M5s. Sarà quindi il partito di Nicola Zingaretti a rischiare di più, con la possibilità tutt’altro che remota di perdere bastioni storici, come già avvenuto l’anno scorso sulla scia dei risultati delle politiche del 4 marzo.

Il centrosinistra rischia di più

Tra i capoluoghi al voto spiccano, tra gli altri,Firenze, Bergamo, Prato, Avellino, Pesaro, Pavia, Cremona, Reggio Emilia, Campobasso, Ferrara, Pescara, Potenza, Modena, Livorno e Bari. Quasi tutte città guidate dal centrosinistra, che è il partito che rischia di più. A Firenze, il sindaco dem Dario Nardella punta a un secondo mandato. Già vicesindaco quando a guidare la città era Matteo Renzi, Nardella è insidiato dal Carroccio, che qui come altrove farà da traino alla coalizione di centrodestra.

Obiettivo leghista: sfondare in Toscana

Già nelle scorse amministrative 2018 il centrodestra a trazione leghista aveva strappato tre roccaforti del Pd (Siena, Pisa e Massa, governando già a Grosseto, Pistoia e Arezzo). Firenze sarebbe l’ultimo bastione sulla strada della conquista della Regione Toscana (al voto nel 2020), dove già si scalda Susanna Ceccardi, sindaco di Cascina (in provincia di Pisa e candidata al parlamento europeo), fedelissima di Salvini. Ma anche Prato e Livorno sono due “prede” ambite. A cinque anni dalla clamorosa vittoria del pentastellato Filippo Nogarin, che ha scelto di correre per un seggio a Bruxelles, la corsa per la successione a Livorno non sembra affatto scontata. E rispetto al 2014, quando il M5S riuscì a scalzare il dominio storico della sinistra in città, la situazione è molto più fluida. Con il Pd che spera di vincere al primo turno. Ma il ballottaggio all’orizzonte lascia aperti tutti gli scenari.

Il Carroccio mette nel mirino l’Emilia

Obiettivo del Carroccio è anche conquistare comuni in Emilia-Romagna, in vista delle regionali del prossimo autunno. Qui potrebbe scendere in campo Lucia Borgonzoni, sottosegretario ai Beni culturali, già candidata sindaco a Bologna e fedelissima di Salvini. L’Emilia è la regione con il maggior numero (quattro) di capoluoghi al voto (Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia), tutti appannaggio del centrosinistra.

I sindaci renziani che tentano il bis

È folta la pattuglia dei sindaci renziani che tentano il bis. A Bergamo corre per il secondo mandato Giorgio Gori (renziano della prima ora reduce dalla sconfitta alle regionali in Lombardia contro il leghista Attilio Fontana). Ma si sono ricandidati anche i sindaci dem di Prato Matteo Biffoni (presidente dell’Anci Toscana), di Pesaro Matteo Ricci (responsabile degli Enti Locali del Pd) e di Bari Antonio Decaro (presidente dell’Anci).

La partita intera nel centrodestra

Nelle amministrative 2019 c’è poi una partita tutta interna al centrodestra. Nonostante Fi e FdI, da un lato, e Lega, dall’altro, siano su fronti opposti nei confronti del governo nazionale gialloverde, alle comunali si presentano quasi sempre insieme. Anche quest’anno, come il 2018, non sarà un’eccezione: su 25 comuni capoluoghi al voto il 26 maggio il centrodestra si presenta unito ovunque tranne che a Vibo Valentia (la Lega è senza lista), Avellino e Ascoli Piceno (qui Fi si è spaccata ed è senza il simbolo nazionale). Nella scelta dei candidati sindaco, la Lega ha fatto la parte del leone: ha un suo uomo (o comunque vicino al Carroccio) in 12 città su 22 dove il centrodestra si presenta unito. E non solo nelle città del Nord, come Bergamo, Rovigo, Pavia e Biella, ma anche in capoluoghi come Ferrara, Forlì, Modena, Reggio Emilia, Firenze, Prato, Campobasso e Potenza.

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