Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Btp. I cancro delle banche italiane che ne detengono 396 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-30.

Bomba ad Orologeria 001

«Ci sono 396 miliardi di euro di BTp nei bilanci delle banche italiane»

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«Rispetto a un anno fa i nostri istituti di credito hanno aumentato la loro esposizione in BTp di circa il 14% compensando così le forti vendite da parte degli investitori esteri (oltre 70 miliardi netti da aprile 2018 ad oggi)»

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«Perché un eventuale deprezzamento dei BTp comporta un’erosione del capitale degli istituti.»

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«I quasi 400 miliardi di titoli italiani in pancia alle banche rappresentano oltre il 10,7% del totale degli attivi»

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«La Spagna, un altro Paese in cui le banche sono molto esposte sui titoli sovrani, il portafoglio vale circa 200 miliardi (il 7,6% del totale degli attivi)»

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«banche portoghesi che hanno in pancia titoli sovrani per un valore pari al 9,2% degli attivi»

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«in Borsa questi titoli hanno registrato pesanti perdite bruciando complessivamente oltre 26 miliardi di capitalizzazione»

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Ma il problema è alquanto più complesso. Lo spiega molto chiaramente il dr. Andrea Franceschi.

«Una delle ragioni per cui lo spread ha avuto un impatto tanto pesante sui titoli bancari è che circa il 57% dei titoli in portafoglio degli istituti – segnala Moody’s – è classificato come FVOCI (fair value through other comprehensive income) in cui ricadono i titoli disponibili alla vendita (available for sale). Questa classificazione è quella che più di ogni altra ha un impatto sul capitale ogni volta che lo spread sale. Nel resto d’Europa le banche hanno solo il 31% del loro portafoglio titoli che ricade in questa tipologia. Riclassificare i titoli in portafoglio come AC (ammortizated cost) in cui ricadono i titoli che una banca ha intenzione di tenere fino a scadenza potrebbe contribuire a minimizzare l’impatto delle oscillazioni dello spread sul capitale. In parte è un processo che le banche italiane hanno fatto. Il caso emblematico è quello di Unicredit, la banca in assoluto più esposta in BTp, che ha più che triplicato i titoli in portafoglio classificati come AC.»

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2019-04-26__Btp__

Come si constata, il problema è semplice da enunciarsi e quasi impossibile da risolversi.

Lo stato italiano da decenni ricorre sistematicamente al debito, che poi utilizza per partite correnti.

All’atto della emissione, lo stato è in affannosa caccia di acquirenti, cosa non facile data la entità del debito e lo stato attuale del sistema economico.

Così, il denaro dato dalla banca centrale e formalmente finalizzato al sostegno dell’economia e della produzione è utilizzato dalle banche per comprare titoli di stato, essendo in ciò obbligate.

Si pensi solo a come si sarebbe sviluppato il comparto produttivo se quei 396 miliardi fossero stati dati agli operatori del settore.

La quasi totalità delle liquidità bancarie sono state utilizzate per comprare titoli di stato che sono iscritti a bilancio in differenti maniere, ma che formano una mina vagante. Basterebbe infatti un innalzamento degli interessi, ovvero un calo delle quotazioni, e tutti i bilanci bancari precipiterebbero immediatamente in rosso.

Non solo. Ben difficilmente i titoli di stato italiano sembrerebbero essere un investimento ‘sicuro’.

Si faccia molta attenzione.

Con livelli di questa entità, 396 miliardi sono una gran bella cifra, potrebbe essere sufficiente anche un minimo fattore per scatenare un diluvio universale.


Sole 24 Ore. 2019-04-25. Banche-BTp, 5 grafici per spiegare i perché di un legame critico

Ci sono 396 miliardi di euro di BTp nei bilanci delle banche italiane. Rispetto a un anno fa i nostri istituti di credito hanno aumentato la loro esposizione in BTp di circa il 14% compensando così le forti vendite da parte degli investitori esteri (oltre 70 miliardi netti da aprile 2018 ad oggi).

Con l’impennata dello spread seguita all’insediamento del governo giallo-verde si è quindi intensificato il legame tra rischio bancario e rischio sovrano e ciò, secondo un recente studio di Moody’s, rappresenta un fattore di vulnerabilità nel momento in cui dovessero esserci nuove tensioni sullo spread. Perché un eventuale deprezzamento dei BTp comporta un’erosione del capitale degli istituti.

Il primato in Europa

I quasi 400 miliardi di titoli italiani in pancia alle banche rappresentano oltre il 10,7% del totale degli attivi. Un primato assoluto in Europa. La Spagna, un altro Paese in cui le banche sono molto esposte sui titoli sovrani, il portafoglio vale circa 200 miliardi (il 7,6% del totale degli attivi). L’esposizione in BTp degli istituti italiani è superiore anche a quella delle banche portoghesi che hanno in pancia titoli sovrani per un valore pari al 9,2% degli attivi. Non è tuttavia solo l’ammontare elevato a costituire un elemento di criticità. Lo è anche il fatto che una fetta importante del portafoglio BTp degli istituti sia rappresentato da titoli a lunga scadenza che notoriamente risentono di più dei saliscendi dello spread.

L’impatto sul capitale

L’impennata dello spread ha effetti negativi sul capitale di vigilanza delle banche: il cosiddetto CET1 Ratio che rappresenta il principale parametro per misurare la solidità di un istituto. Tra il terzo e il quarto trimestre 2018 Intesa Sanpaolo, la maggiore banca italiana per capitalizzazione, ha fatto registrare una riduzione di 45 punti del suo capitale di vigilanza per effetto dell’impennata dello spread; Unicredit ha avuto un’erosione di 39 punti; Ubi Banca di 52; Banca Mps di 67; Banco Bpm addirittura di 70 punti.

L’impatto sulla Borsa

È stato soprattutto per questo motivo che in Borsa questi titoli hanno registrato pesanti perdite bruciando complessivamente oltre 26 miliardi di capitalizzazione. E non è un caso che il titolo che ha perso di meno (Mediobanca) sia anche quello che ha subìto il minor impatto sul capitale derivante dall’aumento dello spread (solo 4 punti).

Il nodo della classificazione

Una delle ragioni per cui lo spread ha avuto un impatto tanto pesante sui titoli bancari è che circa il 57% dei titoli in portafoglio degli istituti – segnala Moody’s – è classificato come FVOCI (fair value through other comprehensive income) in cui ricadono i titoli disponibili alla vendita (available for sale). Questa classificazione è quella che più di ogni altra ha un impatto sul capitale ogni volta che lo spread sale. Nel resto d’Europa le banche hanno solo il 31% del loro portafoglio titoli che ricade in questa tipologia. Riclassificare i titoli in portafoglio come AC (ammortizated cost) in cui ricadono i titoli che una banca ha intenzione di tenere fino a scadenza potrebbe contribuire a minimizzare l’impatto delle oscillazioni dello spread sul capitale. In parte è un processo che le banche italiane hanno fatto. Il caso emblematico è quello di Unicredit, la banca in assoluto più esposta in BTp, che ha più che triplicato i titoli in portafoglio classificati come AC.

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