Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Italia. Stipendi dei dirigenti pubblici. Il problema del tetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-04-08.

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Se in Italia esiste un problema reale e concreto sull’elevato numero di persone che hanno redditi al di sotto della soglia di povertà, sarebbe altrettanto vero constatare come vi sia tutta una classe di alti burocrati con stipendi bloccati.

La mentalità per decenni imperante ha portato in buona sostanza ad un appiattimento delle retribuzioni: è paradossale che invece di innalzarle si sia fatto di tutto per abbassarle.

Ci aiuteremo con qualche esempio per cercare di essere chiari.

Un professore universitario tedesco percepisce mediamente uno stipendio cinque volte maggiore del corrispettivo che percepirebbe se fosse in Italia. Ma se si considerassero gli Stati Uniti si salirebbe a poco meno di dieci volte, mentre i nostri connazionali riparati in Cina hanno stipendi fino a trenta volta quelli italiani. C’è quindi ben poco da stupirsi e le persone più dotate, ed anche con un pizzico di buona sorte, appena possano facciano le valige ed emigrino. Il punto nodale è che un professore nella fascia dell’eccellenza è persona rara, e genera un indotto culturale ed in termini di brevetti che ripaga ad usura dello stipendio che gli è stato dato.

Un caso paramount. Il prof Tim Hunt, premio Nobel per la Medicina disse che “è meglio non aver donne nei laboratori perché ci innamoriamo di loro, si innamorano di noi e quando le criticate, si mettono a piangere“. Licenziato in tronco dal University College of London su denunzia di alcune femmine, dopo nemmeno due mesi era stato assunto dalla Okinawa University, lui e sua moglie: “The loss of a leading UK female scientist is perhaps one of the more ironic outcomes of the Hunt affair“. Le sue denunciatrici sono scomparse nel nulla, ma la perdita di Hunt e Collins fu davvero severa. I premi Nobel non sono funghi prataioli.

Con lo stesso metro, mutatis mutandis, si dovrebbe approcciare lo stipendio di un dirigente o di un manager.

Sarebbe utopico illudersi che un dirigente che maneggia decine di miliardi prenda uno stipendio ridicolmente basso: se è fesso genera solo perdite, se è intelligente sa più che bene come arrangiarsi, costretto a ciò da un emolumento indegno.

Il criterio aureo dovrebbe essere quello di riconoscergli una percentuale sui guadagni e trattenergli una percentuale sulle perdite. Poco importa quanto percepisca di stipendio, purché generi guadagni adeguati.

Una ultima considerazione.

La dirigenza industriale è quanto mai mobile, quella pubblica invece è inamovibile, se non de iure almeno de facto. Negli Stati Uniti vige lo spoils system, per cui ad ogni elezione presidenziale l’alta dirigenza presenta le dimissioni, che il nuovo presidente può accogliere oppure no. Nella Chiesa Cattolica questo sistema vige dai tempi di San Gregorio Magno: ad ogni nomina papale tutte le persone che ricoprono incarichi di nomina papale devini dare le dimissioni: si dovrebbe anche dire che in questi millequattrocento anni di uso lo spoils system ha funzionato più che bene.

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Tirando le somme.

I buoni dirigenti devono essere remunerati in modo adeguato, in accordo alla resa.

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Tetto agli stipendi, il rebus dei dirigenti

«Non sono riuscita a trovare, in nessuna parte del mondo, un amministratore delegato di una società in regime di competizione che percepisca lo stesso stipendio di un dirigente suo sottoposto. Venendo meno il principio dell’equità e della motivazione, manderebbe l’azienda fuori mercato. In Italia questo avviene. La storia inizia con una buona legge, quella che ha mosso i primi passi nel 2011, mettendo un tetto ai dirigenti della Pubblica Amministrazione. Il decreto, che alla fine coinvolge Ministeri, Enti Pubblici e Autorità indipendenti, entra in vigore il primo maggio 2014: il più alto in carica non deve superare i 240.000 euro lordi l’anno. Carlo Cottarelli, però, sa che il grosso del problema è più nascosto e propone la necessità di adeguare verso il basso gli stipendi delle fasce sotto le figure apicali, ma la ragioneria dello Stato ha stimato che avrebbe coinvolto circa 50.000 dirigenti (46.051 per la precisione). Matteo Renzi ha preferito fermarsi lì e rimandare ad un secondo decreto l’eliminazione delle sacche di privilegi. Intanto la retribuzione media delle nostre figure apicali è scesa da 339.000 a 212.000 euro lordi; nonostante la sforbiciata, però, siamo ancora ben al di sopra della media dei Paesi sviluppati che aderiscono all’Ocse, fissata, secondo la rilevazione che va dal 2011 al 2015, in 132.315 euro lordi. A conti fatti, quanto si è risparmiato? La Ragioneria un dato certo non ce l’ha; si parla di una «stima» complessiva di 30 milioni di euro l’anno. Partecipate: per la trasparenza c’è la privacy

La stessa norma è stata estesa alle società partecipate, ad esclusione di quelle quotate (come Eni, Enel, Enav, Leonardo, Poste Italiane) e quelle che emettono bond (Ferrovie, Rai) perché sono in regime di competizione e i manager si reclutano a prezzi di mercato. È un po’ ardito equiparare un direttore generale della Pubblica Amministrazione all’amministratore delegato di un’azienda commerciale, ma tant’è. Nella rideterminazione dei tetti, la parte fissa è stata portata a 192.000 euro, a cui va aggiunta una quota variabile legata alla complessità organizzativa, gestionale e di risultato. I risparmi non sono banali; per esempio, l’emolumento dell’Ad di Consap è passato da 440.000 a 240.000, mentre quello di Consip da 305.000 a 208.000, Sogei da 435.000 a 208.502, Sogin da 472.000 a 211.000.»

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Non si resta perplessi di questi stipendi: si resta perplessi di fronte alla inefficienza della pubblica amministrazione.

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