Pubblicato in: Banche Centrali, Stati Uniti, Unione Europea

Usa. Tassi di interesse nella crux desperationis. La crisi si avvicina.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-25.

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In un sistema economico e finanziario in buona salute i tassi di interesse sui titoli governativi e privati sono di norma più bassi per le emissioni a breve termine rispetto alle emissioni di lunga durata. Lo scarto potrebbe anche essere consistente.

Quando i tassi di interesse a breve superano quelli a lungo significa che sono sorti timori percepiti come gravi.

«I rendimenti dei governativi statunitensi a 3 mesi sono saliti al 2,45%. Nello stesso momento quelli dei titoli a 10 anni sono scesi al 2,43%.»

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«Ergo, la curva del debito si è invertita e, in parole più semplici, i tassi a breve sono diventati più alti di quelli a lunga scadenza»

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«Non accadeva dal 2007 (come evidenzia il Grafinomix di giornata) e nelle precedenti volte in cui si è verificata questa condizione, nei mesi a venire (in media 17) è seguita una recessione economica»

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Che cosa accade agli investimenti nei mesi che anticipano la recessione

«La domanda del momento nelle sale degli operatori finanziari è senza dubbio “quando arriverà la prossima recessione negli Stati Uniti?”. L’ultima contrazione del Pil negli Usa risale al 2009. Dopodiché sono seguiti nove anni di espansione, con una crescita media annua del 2,25%. Solitamente i cicli espansivi durano otto anni ed ecco perché economisti, statistici e investitori hanno fatto partire il conto alla rovescia. È partita a conti fatti una profezia, quella sul timing della prossima recessione Usa, che certamente prima o poi si autoavvererà. Il punto è capire quando.

Dal 2009 il mondo è profondamente cambiato. Le banche centrali hanno preso di petto la grave crisi finanziaria innescata dallo scoppio della bolla dei derivati subprime, resa eclatante dal crack da 640 miliardi di dollari di quella banca, Lehman Brothers, che poche ore prima dell’affondo era considerata “too big to fail”. Gli Stati Uniti sono stati, come spesso accade, first movers. Già nel febbraio del 2009 la Federal Reserve metteva in moto il primo (di tre) piani di quantitative easing per iniettare liquidità nel sistema finanziario ed economico. ….

E poi è arrivato nel 2016 il presidente Donald Trump. Ha messo in moto una forte politica espansiva in barba alla teoria economica che suggerisce di espandere nelle fasi di crisi e di chiudere i rubinetti in quelle di crescita. Trump e la sua politica fiscale sono andati in controtendenza mentre la Federal Reserve ha seguito, nonostante le critiche di Trump, i manuali adottando una politica restrittiva. Da dicembre 2015 la riserva federale ha alzato nove volte i tassi e fra due giorni (mercoledì 19 dicembre) con ogni probabilità proseguirà il trend con il decimo ritocco.

Gli statistici, quelli che si chiedono come mai gli Usa si stiano avviando al decimo anno di fila di crescita (per il 2019 il Fondo monetario internazionale stima una crescita del 2,5%), non possono ignorare che a questo giro della ruota ci siano stati due eventi straordinari: prima la Fed che ha stampato moneta come non mai e poi un presidente che ha deciso di cambiare rotta rispetto alla dottrina economica. ….

Questi eventi eccezionali hanno allungato il ciclo di espansione, dopandolo. Ma è inevitabile, e probabilmente anche sano, che prima o poi il Pil si contrarrà. Per capire quando gli esperti osservano con un certo interesse la curva del debito. Perché le ultime sei recessioni (dal 1978 al 2008) sono state anticipate da un’inversione della curva dei rendimenti tra la scadenza a 10 e quella 2 anni, ovvero quando i tassi dei titoli a 2 anni hanno superato quelli a 10.»

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Non è assolutamente detto che quanto accaduto nel passato debba o possa ripetersi nel futuro: tenendo ben fermo questo concetto, sarebbe quanto meno prudente non sottovalutare la portata dei segnali economici.

«A febbraio le vendite di case esistenti sono balzate dell’11,8% a 5,51 milioni di unità, molto più del previsto ….

la Banca centrale degli Stati Uniti ha aggiornato la forward guidance sui tassi: 0 rialzi nel 2019, uno nel 2020 e stop alla riduzione del bilancio. ….

Questi annunci stanno spingendo gli acquisti di titoli sulla parte lunga, con conseguente calo dei rendimenti che si muovono in direzione opposta ai prezzi.»

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Occorre prendere atto di cosa realmente rappresenti la crux desperationis, ricordandosi bene che messi sotto tortura i dati empirici confessano tutto ciò che voglia chi li sevizia.

«While the 3-month to 10-year spread has a relatively decent track record of predicting recessions, it suffers from a timing problem, …. Its inversion can suggest a recession occurred six months ago or will occur two years from now.»

Questa considerazione di Bloomberg sembrerebbe essere pacata e veritiera. “Relatively decent” e “can suggest” sono due ben ponderate espressioni di potenzialità.

Concludiamo con una considerazione di bottega nostrana.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno alzato i tassi e in futuro avranno margini per ridurli. ma la Eurozona ha ancora i tassi a 0 e rischia di entrare nella prossima recessione senza aver mai alzato i tassi e quindi senza spazi di manovra.


Sole 24 Ore. 2019-03-23. La curva del debito Usa si inverte dopo 12 anni. Cosa succede ora?

I rendimenti dei governativi statunitensi a 3 mesi sono saliti al 2,45%. Nello stesso momento quelli dei titoli a 10 anni sono scesi al 2,43%. Ergo, la curva del debito si è invertita e, in parole più semplici, i tassi a breve sono diventati più alti di quelli a lunga scadenza. Non accadeva dal 2007 (come evidenzia il Grafinomix di giornata) e nelle precedenti volte in cui si è verificata questa condizione, nei mesi a venire (in media 17) è seguita una recessione economica. Si può dire che anche a questo giro della storia l’inversione della curva Usa sarà premonitrice di una contrazione dell’economia?

Gli ultimi dati macro confermano le preoccupazioni sulla tenuta dell’economia. L’indice Pmi di Markit sulle aspettative dei direttori degli acquisti delle aziende manifatturiere a marzo è sceso da 53 a 52,5 punti, deludendo le attese (53,5 punti).

Invece è andato bene il dato sul mercato immobiliare degli Stati Uniti. A febbraio le vendite di case esistenti sono balzate dell’11,8% a 5,51 milioni di unità, molto più del previsto. Tuttavia, mentre questo dato fotografa lo stato attuale quello del Pmi è più prospettico e quindi preoccupa di più gli investitori quando rallenta.

Va però detto che al momento la curva è invertita sul tratto brevissimo (sono stati i titoli a 3 mesi a superare i decennali e non i titoli a 2 anni che restano ancora più bassi di 11 punti base). E quindi al momento dietro questo movimento c’è anche l’ “effetto-Fed”. In settimana infatti la Banca centrale degli Stati Uniti ha aggiornato la forward guidance sui tassi: 0 rialzi nel 2019, uno nel 2020 e stop alla riduzione del bilancio.

Questi annunci stanno spingendo gli acquisti di titoli sulla parte lunga, con conseguente calo dei rendimenti che si muovono in direzione opposta ai prezzi. Mentre la parte breve risente appunto delle dichiarazioni espansive della Fed che avendo praticamente annullato la politica di strette monetarie sta spingendo i mercati a ridimensionare i tassi della parte breve.

«Diciamo che la Fed ci ha messo del suo con le recenti decisioni – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Se i tassi a breve scendono per via della politica monetaria, la parte a lunga risente delle incertezze sull’economia globale e statunitense. Questo ha favorito l’inversione della curva su questo tratto particolare (10 anni/3 mesi, ndr). In realtà alcuni preferiscono guardare al tratto 2-10 che rimuove un po’ di rumore sottostante dovuto a fattori tecnici. Su questo tratto il differenziale è ridotto ormai a una decina di punti base, e l’inversione potrebbe realizzarsi a breve. Qualora accada va tenuto conto che dall’inversione della curva 2-10 anni in media passano 18-24 mesi prima che l’economia finisca in recessione. Quindi per ora confermiamo l’aspettativa di una contrazione solo tra fine 2020 inizio 2021».

Quali sono le implicazioni finanziarie di tutto ciò? «Gli Stati Uniti sono certamente più pronti rispetto all’Eurozona ad affrontare una prossima recessione – spiega un trader -. Negli ultimi anni hanno infatti alzato i tassi e in futuro avranno margini per ridurli. Mentre l’Eurozona ha ancora i tassi a 0 e rischia di entrare nella prossima recessione senza aver mai alzato i tassi e quindi senza spazi di manovra. A parte il Qe. Da questo punto di vista sta crescendo il partito dei sostenitori del “Qe infinito”, quella teoria in base alla quale le banche centrali ormai vivono sono il ricatto dei mercati. Con gli investitori pronti a minacciare pesanti cali azionari (e venerdì c’è stato un piccolo assaggio tanto in Europa quanto a Wall Street) nel caso le banche centrali non riprendano a stampare moneta».

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