Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Francia. La rivolta potrebbe virare in una rivoluzione.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-19.

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I problemi attuali della Francia sono ben sintetizzati dalla tabella storica del pil, espresso in dollari americani, valuta dei commerci internazionali, usata anche nei confronti tra diversi stati.

Facendo paragone con il 2008, in Francia il pil è passato da 2,932.215 miliardi ai 2,774.158 di fine 2018, mentre il pil procapite è passato da 47,181 Usd agli attuali 41,269.

In dieci anni sono stati persi 158.06 miliardi di pil e 5,912 Usd di pil procapite.

Contro un reddito mediano di circa 1,200 euro mensili, la soglia di povertà è stimata essere 1,650 euro. È la condizione in cui versa larga quota dei francesi.

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La situazione economica francese è decisamente meno buona di quanto non si fosse voluto ammettere.

Se sicuramente il movente economico non è l’unico che ha spinto i Gilets Jaunes in piazza, altrettanto sicuramente ha svolto un ruolo pesante.

Il crollo del partito socialista, storicamente attento alle esigenze delle classi meno abbienti, e la parcellizzazione politica hanno giocato un altro ruolo di non poca importanza.

Gli ultimi dieci anni sono trascorsi in una specie di palude economica e sociale: per paragone, gli Stati Uniti hanno visto il pil crescere dai 14,712 miliardi Usd del 2008 agli attuali 20,501 miliardi Usd, mentre la Cina è passata da un pil di 4,604 miliardi Usd del 2008 agli odierni 12,238 miliardi Usd.

Questi dati indicano come sarebbe stato possibile far progredire il pil se i passati governi francesi ne fossero stati in grado: cosa che non è stata. A pagare il conto è stata tutta la Francia, perché il mondo non si è fermato ad aspettarla.

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Se letto entro questo quadro generale, il fenomeno dei Gilets Jaunes e della violenza sempre più evidente trova una sua più che logica collocazione.

Da una parte c’è un Popolo sempre più impoverito ed inviperito e dall’altra un governo semplicemente impotente.

«Questo movimento non è mai stato identico a se stesso. È una cosa unica, che non si è mai vista prima. C’è stata una fase di estrema destra, poi una populista-plebiscitaria con la richiesta del referendum e della democrazia diretta, oggi siamo arrivati alla fase insurrezionale. Da una crisi di consenso alle tasse, siamo passati a una crisi di consenso allo Stato. Questi gruppi ormai non riconoscono l’autorità dello Stato, e lo contestano sul terreno più puro, cioè l’ordine pubblico. A breve termine il governo non potrà che rispondere sullo stesso piano, quello della repressione. Ma se dovesse morire qualche manifestante, quella sarebbe la vera svolta. Il potere farebbe fatica a rimanere in piedi».

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«Sarebbe toccato a chiunque al suo posto. I predecessori di Macron hanno messo tonnellate di tasse e regolamenti sulla trave. Macron si è limitato ad aggiungere un chilo, ed è quello che ha fatto crollare tutto».

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«In realtà alla questione, centrale, del potere d’acquisto non è stata data risposta. Le questioni decisive sono due: l’eccesso di tasse che gravano sulla classe media, e i troppi regolamenti che piovono sulla testa dei francesi secondo la tradizione centralista dell’ancien régime. La protesta è cominciata a novembre contro la carbon tax e il limite di velocità abbassato a 80 km/h sulle strade di provincia. Ma ormai è diventata un’altra cosa, e il governo potrebbe solo prendere una decisione clamorosa come dimezzare le tasse per la classe media. Qualsiasi altro aggiustamento non serve».

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«Il problema dei gilet gialli è che non esistono. Ci sono sovranisti di destra vicini a Marine Le Pen, altri gauchisti della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, altri no global come se ne vedono da anni, c’è di tutto. I partiti populisti hanno provato a recuperarli ma loro hanno resistito, non hanno leader e non hanno rappresentanti con cui negoziare. L’obiettivo ormai è il teppismo e l’attacco sistematico alla polizia, simbolo dello Stato».

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«Se le violenze dei manifestanti aumenteranno ancora e dovessero esserci vittime, quella sarà il punto di non ritorno».

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«l’eccesso di tasse che gravano sulla classe media, e i troppi regolamenti che piovono sulla testa dei francesi secondo la tradizione centralista dell’ancien régime»

Chi abbia buona memoria storica, si ricordi cosa significò l’assassinio di Jerzy Popiełuszko.

«Ma se dovesse morire qualche manifestante, quella sarebbe la vera svolta …. il punto di non ritorno»

Stiamo assistendo ai prodromi di una ricolta che sembrerebbe essere destinata a diventare un rivoluzione.

Il sistema socio-economico francese è irredimibile. così come lo era l’Ancien Régime.


Corriere. 2019-03-17. Gilet gialli, il politologo Reynié: «Siamo alla fase dell’insurrezione, un vicolo cieco»

«Questo movimento non è mai stato identico a se stesso. È una cosa unica, che non si è mai vista prima. C’è stata una fase di estrema destra, poi una populista-plebiscitaria con la richiesta del referendum e della democrazia diretta, oggi siamo arrivati alla fase insurrezionale. Da una crisi di consenso alle tasse, siamo passati a una crisi di consenso allo Stato. Questi gruppi ormai non riconoscono l’autorità dello Stato, e lo contestano sul terreno più puro, cioè l’ordine pubblico. A breve termine il governo non potrà che rispondere sullo stesso piano, quello della repressione. Ma se dovesse morire qualche manifestante, quella sarebbe la vera svolta. Il potere farebbe fatica a rimanere in piedi». Il politologo Dominique Reynié, docente a Sciences Po a Parigi e specialista dei populismi, parla di una situazione francese che si trascina da decenni.

Qual è la responsabilità di Macron?

«Sarebbe toccato a chiunque al suo posto. I predecessori di Macron hanno messo tonnellate di tasse e regolamenti sulla trave. Macron si è limitato ad aggiungere un chilo, ed è quello che ha fatto crollare tutto».

Eppure il governo sembrava avere ripreso in mano la situazione, con il piano da dieci miliardi e il grande dibattito nazionale che si è appena concluso.

«In realtà alla questione, centrale, del potere d’acquisto non è stata data risposta. Le questioni decisive sono due: l’eccesso di tasse che gravano sulla classe media, e i troppi regolamenti che piovono sulla testa dei francesi secondo la tradizione centralista dell’ancien régime. La protesta è cominciata a novembre contro la carbon tax e il limite di velocità abbassato a 80 km/h sulle strade di provincia. Ma ormai è diventata un’altra cosa, e il governo potrebbe solo prendere una decisione clamorosa come dimezzare le tasse per la classe media. Qualsiasi altro aggiustamento non serve».

La distinzione tra teppisti e gilet gialli ha senso?

«Il problema dei gilet gialli è che non esistono. Ci sono sovranisti di destra vicini a Marine Le Pen, altri gauchisti della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, altri no global come se ne vedono da anni, c’è di tutto. I partiti populisti hanno provato a recuperarli ma loro hanno resistito, non hanno leader e non hanno rappresentanti con cui negoziare. L’obiettivo ormai è il teppismo e l’attacco sistematico alla polizia, simbolo dello Stato».

I poliziotti sono accusati di eccesso di violenza, e allo stesso tempo di non riuscire a fermare le distruzioni.

«Gli agenti si trovano di fronte a un rompicapo insolubile, perché devono mantenere l’ordine pubblico ma anche rispettare la priorità assoluta posta dal governo, quella di evitare il morto. Se le violenze dei manifestanti aumenteranno ancora e dovessero esserci vittime, quella sarà il punto di non ritorno».

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