Pubblicato in: Banche Centrali, Devoluzione socialismo, Ideologia liberal

Ocse. In cinque anni scadrà un trilione di corporate bond.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-14.

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Sant’Agostino e San Giovanni Evangelista sono i santi patroni dei tipografi: ma elargiscono grazie spirituali, non certo cinque trilioni di dollari.


«Una montagna di debito, un castello di carta di dimensioni mai viste in precedenza che rischia crollare alla prossima recessione o rallentamento economico»

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«L’Ocse non è certo la prima organizzazione a lanciare un allarme sui corporate bond, le obbligazioni emesse a piene mani dalle società non finanziarie in questo ultimo decennio di politiche ultra-espansive da parte delle Banche centrali, ma i dati pubblicati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico provocano timori più che legittimi»

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«A partire dall’ammontare di titoli che circolano sul mercato, che a fine 2018 sfiorava i 13mila miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, quando la più profonda crisi finanziaria che si ricordi stava per scoppiare»

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«Rispetto al 2008 una delle differenze più significative e temute riguarda l’ampiezza del fenomeno»

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«Oltre alle economie avanzate (più di 10mila miliardi, con gli Stati Uniti che fanno ovviamente la parte del leone con quasi 6mila miliardi) stavolta risultano pienamente coinvolti anche i Paesi emergenti (con titoli per 2.780 miliardi, poco meno dell’Europa). In particolare la Cina (1.720 miliardi), da molti è additata come l’area di rischio principale»

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«la quota di obbligazioni investment grade di qualità inferiore (cioè le «Triple B») si attesti al massimo storico vicina al 54% (era appena al 30% nel 2008)»

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«uno shock finanziario simile a quello del 2008, obbligazioni societarie per 500 miliardi rischiano di essere trasferite nel mercato high yield entro un anno»

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«A partire dal dicembre 2018, le società delle economie avanzate dovranno pagare o rifinanziare 2.900 miliardi di dollari in 3 anni e quelle dei Paesi emergenti 1.300 miliardi: due dati che, se messi insieme come nota l’Ocse, valgono una cifra «vicina al valore totale del bilancio della Federal Reserve»»

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Il sistema economico occidentale, unitamente a quello dei paesi ad esso vicini, sta cercando disperatamente di uscire dalla crisi del 2009, che ha dissanguato le banche centrali, che vedono ora i loro margini di manovra sostanzialmente ridotti. Rimettere in moto a pieno ritmo le rotative potrebbe portare al collasso del ssitema.

A ciò si deve aggiungere il fatto che la crisi che inizia a fare capolino avrebbe dimensioni ben maggiori della precedente.

Anche se a guai fatti a ben poco serve cercare i ‘colpevoli‘, non si può fare a meno di individuare in una classe politica ottusa la situazione odierna.  Mantenendo tassi prossimi allo zero, se non anche negativi, la banche centrali si sono dovute trasformare da prestatrici di ultima istanza ad investitrici di ultima istanza: un ruolo inedito, ben poco esplorato dal punto di vista teorico. Sono semplicemente piene di carta straccia.

Le banche centrali hanno fatto sforzi eroici, nella presunzione che i politici approfittassero del lasso di tempo loro concesso per metter mano a riforme strutturali del sistema economico occidentale. Mai fiducia fu peggio riposta. E con il termine ‘riforme‘ si deve intendere una delegiferazione associata a deburocratizzazione, con conseguente riduzione della presenza dello stato nei processi economici.

Orbene: nulla di tutto questo è accaduto, quindi i nodi iniziano a venire al pettine.

Adesso, sul solo fronte dei bond societari, 12.95 trilioni di Usd, le economie avanzate detengono 10.17 trilioni Usd mentre i pesi emergenti 2.78 trilioni Usd. Dovranno, dovrebbero, ben renderli.

Per quanto riguarda le scadenze, nei prossimi cinque anni dovrebbero essere rifusi un po’ meno di cinque trilioni: grosso modo, un trilione ogni anno.

Ed il tutto in un momento di stasi, per non dire stagnazione. dell’economia europea.

Si faccia grande attenzione.

Il paziente era vivo un secondo prima di morire.

Il fatto che l’attuale sistema economico regga non significa minimamente che possa reggere anche in futuro.

Nota.

Il problema dei corporate bond mica che sia l’unico: ci sono anche, ma solo a titolo di esempio, il problema dei debiti pubblici e quello del welfare oramai ingovernabile.

Mr Marchionne aveva ragione nel prevedere la società della miseria.


Sole 24 Ore. 2019-02-28. L’allarme Ocse sui corporate bond: un «trilione» in scadenza per i prossimi 5 anni

Una montagna di debito, un castello di carta di dimensioni mai viste in precedenza che rischia crollare alla prossima recessione o rallentamento economico. L’Ocse non è certo la prima organizzazione a lanciare un allarme sui corporate bond, le obbligazioni emesse a piene mani dalle società non finanziarie in questo ultimo decennio di politiche ultra-espansive da parte delle Banche centrali, ma i dati pubblicati dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico provocano timori più che legittimi. A partire dall’ammontare di titoli che circolano sul mercato, che a fine 2018 sfiorava i 13mila miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto a 10 anni fa, quando la più profonda crisi finanziaria che si ricordi stava per scoppiare.

Un fenomeno ormai globale

Rispetto al 2008 una delle differenze più significative e temute riguarda l’ampiezza del fenomeno. Oltre alle economie avanzate (più di 10mila miliardi, con gli Stati Uniti che fanno ovviamente la parte del leone con quasi 6mila miliardi) stavolta risultano pienamente coinvolti anche i Paesi emergenti (con titoli per 2.780 miliardi, poco meno dell’Europa). In particolare la Cina (1.720 miliardi), da molti è additata come l’area di rischio principale vista la trasparenza ancora approssimativa dei mercati, ormai è diventata il secondo emittente corporate più grande a livello mondiale in termini di ammontare annuo.

La carica delle «Triple B»

Non si tratta però soltanto di una questione meramente quantitativa: «Anche i rischi e le vulnerabilità nel mercato del debito societario sono significativamente diversi da quelli del precedente ciclo pre-crisi», nota l’Ocse, ricordando come da una parte la quota di obbligazioni investment grade di qualità inferiore (cioè le «Triple B») si attesti al massimo storico vicina al 54% (era appena al 30% nel 2008) e dall’altra vi sia nel frattempo «stata una netta diminuzione dei diritti delle obbligazioni societarie che potrebbe amplificare gli effetti negativi in caso di stress del mercato». Il problema, sottolineano sotto questo aspetto gli analisti, è che «nel caso di uno shock finanziario simile a quello del 2008, obbligazioni societarie per 500 miliardi rischiano di essere trasferite nel mercato high yield entro un anno», costringendo così i fondi che seguono in modo passivo i benchmark (la stragrande maggioranza) a vendite automatiche difficili da assorbire da investitori non-investment grade.

A peggiorare ulteriormente la situazione, sempre nel caso di un’eventuale recessione o di un rallentamento marcato dell’economia reale, contribuisce il fatto che le società si troveranno ad affrontare livelli record di rimborsi a breve e medio termine. A partire dal dicembre 2018, le società delle economie avanzate dovranno pagare o rifinanziare 2.900 miliardi di dollari in 3 anni e quelle dei Paesi emergenti 1.300 miliardi: due dati che, se messi insieme come nota l’Ocse, valgono una cifra «vicina al valore totale del bilancio della Federal Reserve».

Il «muro» da un trilione di dollari l’anno

Per le economie avanzate, in particolare, si profila di fronte alla vista un vero e proprio «muro di scadenze» costituito da quasi un trilione (cioè mille miliardi di dollari) all’anno per il prossimo quinquennio. Ma l’impatto rischia di essere ancora più significativo per i Paesi emergenti, visto che «l’importo dovuto entro i prossimi 3 anni ha raggiunto il record del 47% del totale delle consistenze, quasi il doppio della percentuale nel 2008”.

In calo le protezioni dei «covenant»

Riguardo alle emissioni high yield, l’Ocse rileva infine anche una marcata diminuzione dell’utilizzo di strumenti di protezione quali i covenant, clausole inserite in modo apposito in un contratto obbligazionario per proteggere i diritti dei possessori di obbligazioni. Se infatti è vero che per le emissioni di qualità elevata il livello di covenant si è mantenuto pressoché invariato fra il 16 e il 18% nell’ultimo decennio, quando si guarda ai non investment grade l’utilizzo della «protezione» è sceso nel medesimo periodo dal 47% al 34 per cento. «La riduzione del divario fra le obbligazioni investment grade e non investment grade sfida la tradizionale relazione tra qualità del bond e il grado di protezione richiesto dagli investitori», rileva ancora l’Ocse, sottolineando come questa dinamica possa «influenzare negativamente i loro portafogli».

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