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Impero Romano. Analogie con l’attuale Occidente.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-14.

Schiavi Romani. 200 a. C. Ashmolean Museum di Oxford.

Uno dei segni del disfacimento del tessuto culturale occidentale è la sua geopardizzazione: nuovi concetti e significati stanno facendosi lentamente strada, mentre il pregresso si arrocca ovunque possa in enclavi ultra conservatrici.

Stiamo assistendo alla devoluzione dell’ideologia liberal socialista, ed il fenomeno è massimamente evidente nella crisi politica ed economica dei sistemi ad essa improntati.

Il fenomeno Trump negli Stati Uniti e quelle degli identitari sovranisti in Europa non avrebbero mai potuto accadere se quella ideologia non fosse in via di disgregazione.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, nel 2008 il pil dell’eurozona era 14,113.094 miliardi Usd, ed a fine 2017 era 12,589.880 miliardi. Similmente, il pil procapite è crollato da 42,770 Usd a 36,670 Usd.

Riassumendo: il pil è sceso di 1,523.21 miliardi Usd ed il pil procapite di 6,100 Usd. Nel contempo, il pil cinese è cresciuto del 139%, quello indiano del 96% e quello degli Stati Uniti del 34%.

Questi sono il numero quantizzabile e quantizzato dell’insuccesso e della necessità di mutare indirizzo.

Ma il fallimento del sistema economico non è una causa, bensì un effetto.

Per lunghi decenni l’egemonia liberal ha bloccato lo sviluppo culturale, imponendo ostracismo a chiunque non avesse condiviso quella Weltanschauung. L’Occidente che aveva fondato la propria grandezza sulla libertà di pensiero e sulla meritocrazia si era rinchiusa nelle angustie di un pensiero unico dominante che non tollerava altro che sé stesso.

Ma ad ogni situazione che si irrigidisca e si sclerotizzi consegue l’incapacità di comprendere il nuovo emergente e di saperlo governare: è solo questione di tempo, ed il sistema collassa.

Un esempio recente è l’implosione del sistema comunista. Già. I dogmi non veri portano al collasso.

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Negli ultimi anni sono stati pubblicati due importanti trattati, di piacevole lettura.

P Heather. La caduta dell’impero romano. Una nuova storia. Garzanti. 2006. EAN: 9788811694021.

Michel De Jaeghere. Gli ultimi giorni dell’impero romano. LEG Edizioni. 2018. EAN: 9788861024717.

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Lo studio della caduta dell’Impero Romano di Occidente ha da sempre affascinato gli storici, ma negli ultimi due secoli si impose l’idealismo storico – dialettico. Hegel lo sintetizza ad arte:

«Tutto ciò che è reale è razionale. Tutto ciò che è razionale è reale».

Illuministi ed epigoni di Hegel si diedero di conseguenza il loro buon da fare a riscrivere i manuali di storia.

Ma fu l’avvento del materialismo storico a dare l’accelerazione al sistema.

Qualsiasi rivoluzione è sempre un’azione di pochi per conquistare il potere su molti: è solo questione di forza, di sapersi e potersi imporre. Ma nessun rivoluzionario mai potrebbe ammettere ciò, da cui la affannosa ricerca tesa a dimostrare quanto iniquo fosse il regime precedente, quello abbattuto. Alla fine il rivoluzionario si trova costretto ad ammettere, e ci crede anche, che la sua azione e permanenza è indispensabile perché il regime abbattuto era talmente iniquo, che nulla del suo agire sarà mai paragonabile, per quanto anche malvagiamente perverso. Non solo, cardine di ogni rivoluzione è il porgersi come filantropi che si siano resi custodi nell’impedire il ritorno dei cacciati, anche se morti e sepolti.

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A metà settecento il Gibbon scrisse il suo famoso trattato Storia della decadenza e caduta dell’impero romano.

La sua tesi era che l’Impero Romano fosse caduto perché la popolazione si era convertita al cristianesimo.

Questa tesi fu immediatamente bene accolta dagli intellettuali dell’epoca, perché cardine dell’illuminismo e, dopo, dell’ideologia liberal socialista, è l’ateismo attivo, ossia quello che combatte apertamente la religione. Stalin, per esempio, si dette un gran da fare contro la religione nell’Unione Sovietica: gli annali della Lubianka riportano 115,000 preti uccisi. Ma non ci si creda che i liberal siano da meno.

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Sia Heather sia De Jaeghere espongono invece i fatti della caduta dell’Impero Romano in modo più obiettivo e rispettoso, seguendo criticamente gli storici dell’epoca avevano riportato: essi sono infatti le nostre uniche vere fonti in materia. Ambedue disgiungono i fatti dall’interpretazione che possa esserne data.

Gli autori dimostrano che quella civiltà collassò per le seguenti cause:

– crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò

– una persecuzione fiscale che

– distrusse l’economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite

– l’immigrazione massiccia.

Quale corollario, al crollo demografico conseguì l’impossibilità di reclutare e gestire un esercito efficiente e motivato. Gli eserciti mercenari sono sempre infidi.

Gli attuali liberal socialisti non hanno visto di buon occhio codesti trattati e queste tesi.

Lasciamo alla penna di Rino Camilleri un arguto commento.

«Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d’oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l’Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L’Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Solo nella pars Orientis erano maggioranza. Infatti, Bisanzio resse altri mille anni: quelli che combattevano per difenderla erano tutti cristiani. E pure a Occidente erano cristiani soldati (inutilmente) vittoriosi come Ezio e Stilicone.

Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, fa capire che tutto cominciò col declino demografico. I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l’edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant’è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l’omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, solo ventimila. Già nel II secolo dopo Cristo l’aborto aveva raggiunto livelli parossistici e, da misura estrema per nascondere relazioni illecite, era diventato l’estremo contraccettivo. Solo i cristiani vi si opponevano, ma erano pochi e pure periodicamente decimati dalle persecuzioni. Così, ogni volta i censori dovevano constatare che di gente da tassare e/o da mandare a difendere il limes ce n’era sempre meno. Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell’altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all’espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c’era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte. L’unica rimasta era la gens Acilia, non a caso cristiana. Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all’idea che l’aveva edificata. Troppo sinistro è il paragone con l’oggi, sul quale, anzi, il sociologo delle religioni Massimo Introvigne in un suo commento al libro di De Jaeghere ha infierito affondando il coltello nella piaga: i barbari che presero l’Impero non avevano una «cultura forte» e riconoscevano la superiorità di quella romana. Infatti, ne conservarono la nostalgia e, alla prima occasione, ripristinarono l’Impero (Sacro e) Romano. Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici? I quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?»

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Difficile non trarne le conseguenze odierne.

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