Pubblicato in: Demografia, Devoluzione socialismo, Unione Europea

Stati verso il default. Illudersi oggi per suicidarsi domani.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-03-05.

Caravaggio. Davide con la testa di Golia

È stato rilasciato un interessante studio.

Gli stati (a volte) falliscono: ecco quali e quante volte

«Dal 1800 la Germania ha fatto crack 4 volte, l’Austria 7»

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«Gli Stati occidentali falliti dal 1800 al 2014 sono pochi, ma insospettabili. Tra questi, infatti, ci sono l’Austria, la Spagna, la Grecia e, a sorpresa la Germania, che ha vissuto 4 fallimenti di Stato, l’ultimo dei quali negli anni ’20. Solo la Grecia, tra i Paesi avanzati, è stata protagonista di un default dopo il 1950»

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«Ma c’è default e default. Tra quelli segnalati dall’Economist vi sono quelli clamorosi, con banche chiuse, code davanti agli sportelli, stipendi pubblici bloccati, e quelli in un certo senso pilotati, gli “haircut”, i default parziali per alleviare dal peso del debito più insostenibile Paesi che hanno stretto un accordo con i debitori, come è il caso della Grecia durante la crisi»

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«Oggi i fallimenti sembrano un evento estremo, almeno in Occidente. Eppure la storia del passato insegna che non lo sono. Non solo. Oggi nel complesso i rating delle agenzie che valuta l’affidabilità dei debiti degli Stati sono peggiorati rispetto a 10 anni fa. Per esempio quelli di Moody’s che partono da AAA (il rating migliore) e man mano scendono fino a SG (Speculative Grade). L’Italia è Baa2 per intenderci»

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«In ogni caso nel dettagliato elenco degli Stati falliti c’è un illustre assente: l’Italia, il Paese che (pare) preoccupare i mercati in realtà non ha mai vissuto un fallimento del debito, perlomeno dalla fondazione nel 1861»

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Il tema del default degli stati è intellettualmente affascinante, peccato che il discorso economico in senso stretto sia sempre fortemente inquinato da pesanti considerazioni politiche.

Così, la lettura dei dati numerici nel loro sviluppo storico varia, ed anche in modo consistente, a seconda dell’angolatura politica con la quale si valuta il fenomeno. Nella affannosa ricerca di giustificare le proprie teorie economiche, ovvero anche ideologiche, si corre anche il serio rischio di travisare severamente l’insegnamento storico, primo passo verso la reiterazione del default.

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Si vorrebbe fare solo alcune considerazioni.

La prima consiste nel valutare oggettivamente la natura del debito.

Una cosa infatti è un debito contratto per finanziare investimenti strutturali che alla fine determineranno un rientro, ed una totalmente differente è un debito volto a mantenere servizi quali il welfare: questi ultimi sono risorse elargite a fondo perduto. È una differenza enorme. Alla prima tipologia sarebbe da ascriversi il debito pubblico cinese, alla seconda quello degli stati occidentali.

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La seconda considerazione verte sullo storico di un paese.

Dal 1861 l’Italia non ha mai fatto default, la Germania ne ha fatto quattro e l’Austria sette.

Se ci si rende conto che il passato non dia garanzie certe per il futuro, questo è almeno indice di una notevole duttilità di pensiero nel sapersi adattare agli insulti dell’alterna sorte: gli italiani dimostrano spesso una grande capacità di governare le crisi.

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La terza considerazione verte sugli elementi considerati al fine di giudicare la pericolosità della situazione. È un discorso delicato. Spesso il default è più un problema politico che economico.

Di certo in questi tempi molte nazioni stanno correndo sul filo del rasoio.

Ad un debito sovrano ipertrofico quasi di norma si associa una bilancia commerciale in deficit cronico, pubbliche amministrazioni in dissesto, stagnazione economica, crescita della disoccupazione e della sottooccupazione.

Il rating emesso dalle competenti società tiene appunto conto di tutti questi fattori.

Ma per l’Occidente e per l’Italia il problema attuale emergente sembrerebbe essere un altro, che si associa ai precedenti e con il tempo li offusca.

Italia. Occupati. 9.568 milioni sono occupati a meno di 40 ore settimanali.

In Occidente corre il vezzo di considerare occupata anche la persona che abbia lavorato per una sola ora nel periodo di riferimento: è evidente come il dato degli occupati e dei disoccupati sia inficiato all’origine da una definizione metastabile.

Ma una nazione che lavora poco, ben poco può ricavare, al di là delle alchimie di bilancio.

E questo sarebbe ancora il meno.

I paesi occidentali stanno andando incontro ad una crisi della natalità che li destina alla scomparsa demografica.

Tuttavia, prima di scomparire passeranno attraverso la fase della contrazione del numero di persone in età lavorativa.

Diminuendo la popolazione attiva, il rapporto debito procapite è solo destinato a salire, raggiungendo in breve punti di non ritorno.

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Sono queste riportate considerazioni invero molto semplici, ma funzionali proprio perché sono tali.

Consentono di valutare la possibilità di default sotto un’angolatura reale e più consona ai nostri tempi.

Gli stati (a volte) falliscono: ecco quali e quante volte.

Dal 1800 la Germania ha fatto crack 4 volte, l’Austria 7. E in futuro i default aumenteranno

L’infografica qui sopra è stata pubblicata dall’Economist (ricerca dati a cura di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, l’originale può essere consultato a questo link) illustra quali sono gli Stati falliti nel mondo dal 1800 ai giorni nostri. Ogni pallino indica un fallimento dello Stato al quale corrisponde mentre di fianco al nome dello Stato è indicato il numero complessivo dei fallimenti dal 1800 al 2014.

Quanti Stati falliti

Il caso dell’Argentina è il più recente di tutti, quindi ce lo ricordiamo bene, ma nella classifica degli Stati falliti il primo posto è occupato da altri: Ecuador, Venezuela sono crollati ben 10 volte, Uruguay, Costarica, Brasile, Cile 9, e poi, con 8 default, Argentina, Perù, Messico e Turchia.

Gli Stati occidentali falliti dal 1800 al 2014 sono pochi, ma insospettabili. Tra questi, infatti, ci sono l’Austria, la Spagna, la Grecia e, a sorpresa la Germania, che ha vissuto 4 fallimenti di Stato, l’ultimo dei quali negli anni ’20. Solo la Grecia, tra i Paesi avanzati, è stata protagonista di un default dopo il 1950, come ben sappiamo dal quale deve ancora riprendersi completamente, come Truenumbers ha spiegato in questo articolo.

Nella lista manca qualcuno…

Ma c’è default e default. Tra quelli segnalati dall’Economist vi sono quelli clamorosi, con banche chiuse, code davanti agli sportelli, stipendi pubblici bloccati, e quelli in un certo senso pilotati, gli “haircut”, i default parziali per alleviare dal peso del debito più insostenibile Paesi che hanno stretto un accordo con i debitori, come è il caso della Grecia durante la crisi.

In ogni caso nel dettagliato elenco degli Stati falliti c’è un illustre assente: l’Italia, il Paese che (pare) preoccupare i mercati in realtà non ha mai vissuto un fallimento del debito, perlomeno dalla fondazione nel 1861.

I default però sono diversi anche in base all’ammontare. Secondo un report di Moody’s il maggiore è stato appunto quello greco del 2012, quando lo Stato greco trasformò i vecchi titoli di debito in nuovi con una perdita del 70%. In totale il debito “defaultato” è stato di 261 miliardi e 478 milioni di dollari. Nel dicembre dello stesso anno vi fu un altro default del 60% del debito per altri 42 miliardi e 76 milioni. Nel complesso parliamo di 303 miliardi e 554 milioni di dollari.

Molto più per esempio di uno dei default più famosi degli ultimi anni, quello argentino del 2001, il secondo per grandezza. Che fu più semplice e, in un certo senso, netto di quello greco. Lo Stato sudamericano annunciò che non avrebbe pagato le tranche dovute sul debito esterno, verso l’estero. Interessi e capitale. Partì una contrattazione, che tra l’altro ha coinvolto anche migliaia di risparmiatori italiani, in seguito al quale, di fatto fu garantito ai creditori solo il 30% di quanto avrebbero avuto diritto. Un default quindi del 70% per un totale di 82 miliardi e 268 milioni di dollari.

Nel 2014 l’Argentina, ancora

Nel 2014 come indica l’Economist l’Argentina fu ancora protagonista. I pagamenti rateali dovuti ai risparmiatori dopo gli accordi e la ristrutturazione del debito furono bloccati in un fondo fiduciario americano, dove erano stati depositati, per la sentenza di una corte Usa che bloccò gli esborsi se prima lo Stato sudamericano non avesse pagato 1,3 miliardi di dollari ai fondi americani che non avevano accettato il compromesso, con rinuncia al 70% del valore, concordato invece con gran parte dei risparmiatori.

Anche questo è stato calcolato come default, di oltre 29 miliardi di dollari, anche se in un certo senso involontario e provocato dall’esterno.

Perché ce ne saranno altri

Oggi i fallimenti sembrano un evento estremo, almeno in Occidente. Eppure la storia del passato insegna che non lo sono. Non solo. Oggi nel complesso i rating delle agenzi che valuta l’affidabilità dei debiti degli Stati sono peggiorati rispetto a 10 anni fa. Per esempio quelli di Moody’s che partono da AAA (il rating migliore) e man mano scendono fino a SG (Speculative Grade). L’Italia è Baa2 per intenderci e in questo articolo, Truenumbers ha raccontato la storia dell’andamento delle valutazioni, degli ultimi 30 anni, di tutte e tre le maggiori agenzie di rating del mondo.

Nei  grafici sotto si mostra per ogni anno la percentuale di Paesi con rating AAA, quelli con rating Aa – A, Baa e SG. La somma è naturalmente 100%. Quello sotto riguarda le economie avanzate.

Come si vede è calata man mano, da più del 50% nel 2006 al 30% nel 2016 la proporzione di Stati con rating massimo, AAA. Sono invece aumentati fino al 2013 quelli con titoli solo speculativi, ovvero non raccomandabili come destinazione del risparmio (ma solo per specularci sopra), per poi diminuire negli ultimi anni. Così come quelli Baa, tra cui l’Italia per esempio.

Hanno proseguito a peggiorare anche i rating dei Paesi emergenti, come si vede nel grafico sotto.

Quelli con rating solo speculativo sono ormai il 60%, ed erano poco più del 50% nel 2012. Significa che nuovi default non sono, quindi, impossibili. Anzi, appaiono più probabili rispetto al passato.

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