Pubblicato in: Commercio, Devoluzione socialismo, Fisco e Tasse

Nuove Imprese individuali. Una su due chiude entro due anni.

Giuseppe Sandro Mela.

2019-02-16.

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«negli ultimi cinque anni si è assistito ad una vera emorragia di imprese individuali»

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«Le piccole imprese nate nel 2014 sono state 235.985 e di queste, a fine 2018, ne sono rimaste 147.801»

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«Sono quindi 88.184 le attività individuali che hanno chiuso nei primi cinque anni di vita, ovvero il 37,4%»

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«Il dato è ancora più allarmante se si pensa che la metà delle imprese individuali che ha chiuso, 48.377, ha cessato l’attività entro il 2015, vale a dire entro il secondo anno di vita»

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«Addirittura 20.538 sono nate e morte nello stesso anno, il 2014»

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«In valori assoluti il maggior numero di piccole imprese che ha cessato l’attività operava nel commercio, settore che ha fatto registrare ben 30.546 chiusure tra il 2014 e il 2018»

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«è il turismo che si dimostra il settore più fragile: su 22.885 attività aperte nel 2014, 9.955 hanno chiuso la saracinesca entro il 2018, vale a dire il 43,5%»

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Anche se microbica ed a livello individuale, la gestione di una impresa soggiace ad un corpo legislativo e normativo imponente: la complessità burocratica è tale che il titolare deve necessariamente appoggiarsi ad un commercialista.

Poi, la tassazione nel suo totale complessivo passa il 60%.

Se è vero che molte persone aprono l’attività nella convinzione di essere in grado di poterla gestire al meglio, sarebbe anche vero ricordare l’enorme differenza che passa tra il sentir parlare della burocrazia ed il trovarsi invece arenati nei suoi meandri.

Una delle cause che più facilmente portano ad una amara chiusura è la carenza di liquidità, ci si unisce la grande difficoltà di accedere al credito bancario: le banche imprestano denaro a chi già ce lo ha. Poi, il terrifico invitato di pietra: un fisco mai sazio. E pensare che la gente in altri tempi fece una rivoluzione a causa della tassa sul macinato: prelevava il 10% (dieci percento).

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Se negli ultimi dieci anni nessuna delle imprese individuali nate nel periodo avesse dovuto chiudere, ad oggi ci sarebbe circa un milione di posti di lavoro in più. È una cifra imponente, che avrebbe concorso non poco a migliorare la situazione del sistema economico italiano. Non solo, ma sarebbe anche un milione di persone in meno a chiedere sussidi di disoccupazione, riducendo così il carico dello stato.

A nostro sommesso parere, sarebbe utile provvedimento escludere per cinque anni consecutivi dalla tassazione le imprese individuali neonate. Sarebbe una iniziativa a costo zero. Infatti, quando non erano ancora in essere lo stato nulla poteva percepire da loro: la detassazione non comporterebbe quindi per lo stato né danno né aggravio di spesa.

Senza il carico impositivo, molto verosimilmente un gran numero di imprese individuali avrebbe avuto modo di consolidarsi, tramutandosi in una realtà economicamente sana e produttiva.

L’occlusione ad un ragionamento di questo tipo è di natura ideologica per cui tutte le imprese devono pagare, indipendentemente dalle loro caratteristiche e dal contesto in cui operano. Ma con l’ideologia non si va molto lontano.

Si è perfettamente consci che taluni potrebbero avere il prurito di fare i furbetti, aprendo e chiudendo in continuazione, ma realtà di codesto tipo sarebbe ben facilmente individuabili: una cosa è l’uso ed una del tutto opposta è l’abuso.


Imprese individuali: il 37,4% non supera i 5 anni di vita

Di quelle nate nel 2014, solo tre su cinque sono arrivate al 2018. Una su due chiude dopo 48 mesi,

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Sono individuali, operano soprattutto nel turismo e hanno sede per lo più in Emilia Romagna. E’ l’identikit delle iniziative imprenditoriali che non sono riuscite a brindare al sesto anno di vita: nate nel 2014, hanno chiuso nel 2018.

L’emorragia delle piccole imprese

Nonostante nel 2018 il saldo tra imprese nate e morte si sia chiuso positivamente, come ha spiegato Truenumbers in questo articolo, negli ultimi cinque anni si è assistito ad una vera emorragia di imprese individuali. Il grafico interattivo qui sopra illustra i numeri di questa strage. Le piccole imprese nate nel 2014 sono state 235.985 e di queste, a fine 2018, ne sono rimaste 147.801. Sono quindi 88.184 le attività individuali che hanno chiuso nei primi cinque anni di vita, ovvero il 37,4%. Il dato è ancora più allarmante se si pensa che la metà delle imprese individuali che ha chiuso, 48.377, ha cessato l’attività entro il 2015, vale a dire entro il secondo anno di vita. Addirittura 20.538 sono nate e morte nello stesso anno, il 2014.

I settori più colpiti

In valori assoluti il maggior numero di piccole imprese che ha cessato l’attività operava nel commercio, settore che ha fatto registrare ben 30.546 chiusure tra il 2014 e il 2018. Ma se consideriamo la percentuale delle chiusure sul totale delle attività aperte è il turismo che si dimostra il settore più fragile: su 22.885 attività aperte nel 2014, 9.955 hanno chiuso la saracinesca entro il 2018, vale a dire il 43,5%. Nessun altro settore ha vissuto la stessa crisi negli ultimi cinque anni. I servizi alle imprese seguono da vicino il turismo con il 40,1% di chiusure.

Dove si chiude?

Inaspettatamente è l’Emilia Romagna la regione che ha fatto registrare il maggior numero di chiusure: il 40% delle aziende individuali aperte nel 2014 ha chiuso nel 2018. Il grafico qui sotto mostra la percentuale di chiusure, regione per regione, delle aziende individuali nate nel 2014 e che non hanno superato il 31 dicembre dell’anno scorso.

La Toscana è molto vicina all’Emilia Romagna col 39,9% delle cessazioni, mentre il Piemonte è al terzo posto con il 39,5%. La Basilicata è la regione più virtuosa, con solo il 30,5% di aziende individuali che non hanno superato i cinque anni di vita. In media, la percentuale delle piccole imprese chiuse tra il 2014 e il 2018 è stata, come detto, del 37,4%. Qualcuno, in pochi per la verità, ha fatto anche il tentativo di tirare su nuovamente su la saracinesca: solo il 5,2%, infatti,  ha recuperato voglia e risorse e ci ha riprovato.

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