Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Elezioni Provinciali. A cosa ed a chi servono. $$$$$$!!

Giuseppe Sandro Mela.

2018-10-31.

Tavala Imbandita

Nel fare la riforma del 2014, l’on Delrio aveva una gran bella volpe sotto la ascella.

Era l’epoca del partito democratico al 40.8% alle elezioni europee: si credeva essere egemone in eterno.

All’epoca era il partito con maggiori comun sotto governo: di qui l’idea delle provincie ridotte ad ente di seconda istanza, ma nominate dai membri dei consigli comunali: parlando come si mangia, le provincie italiane sarebbero diventate sinecure pidiine.

Poi, per unire l’utile al dilettevole, le provincie così organizzate avrebbero dovuto gestire tutti gli appalti dei comuni afferenti.

Nella pratica, alle provincie era stato attribuito un mandato delicatissimo, che avrebbe gestito un colossale giro di denaro, a maggior gloria del partito democratico. Tovagliolo al collo, forchetta impugnata nella sinistra e coltello nella destra, il partito democratico avrebbe voluto togliersi almeno la più grossa. Ed il tutto in modo così discreto!

«Oggi è giorno di elezioni per quasi 60mila politici locali»

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«In 61 Province di 15 regioni oggi si vota per eleggere consigli e presidenti. I candidati sono oltre 700 suddivisi in 73 liste, per 328 incarichi di consigliere provinciale»

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«Ottanta sono i sindaci comunali che si candidano per l’incarico di presidente di una Provincia, così come ora prevede la legge, trattandosi di elezioni di secondo livello, cioè indirette, senza voto da parte dei cittadini»

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«Con l’election day delle Province, fissato in estate con il decreto Milleproroghe, in 47 casi verrà eletto il presidente, in altre 14 soltanto i consigli»

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«Con il voto di oggi, saranno rappresentati oltre 26 milioni di cittadini»

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«In Lombardia si va al voto a Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Sondrio e Varese; in Piemonte a Biella, Cuneo, Novara, Verbano Cusio Ossola, Alessandria, Vercelli e Asti; in Liguria soltanto Savona; in Veneto a padova, Rovigo, Verona e Vicenza; in Emilia-Romagna a Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Rimini; in Toscana ad Arezzo, Livorno, Pisa, Prato e Siena; nelle Marche ad Ancona, Ascoli Piceno e Pesaro-Urbino; in Umbria soltanto a Perugia; in Abruzzo a Chieti, Pescara e Teramo; nel Lazio a Frosinone e Rieti; in Campania ad Avellino, Benevento e Salerno; in Basilicata a Matera e Potenza; in Puglia a Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto; in Calabria a Catanzaro e Vibo Valentia; in Molise a Campobasso.»

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«Con la manovra economica, infatti, le Province si ritrovano a essere un cardine nel lavoro degli enti locali, con l’investitura ufficiale a stazioni appaltanti per i lavori pubblici avviati dai Comuni del loro territorio»

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«Con la manovra, le Province tornano ufficialmente a essere un cardine nella vita degli enti locali con l’investitura ufficiale a stazioni appaltanti per i lavori pubblici avviati dai Comuni del loro territorio. In molte parti d’Italia è già così, sono oltre 3.600 (il 45% del totale) i sindaci che si affidano alla “loro” provincia per fare le gare»

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«Ma la scelta diventerà obbligatoria per tutti i Comuni non capoluogo una volta in vigore la legge di bilancio»

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«Il vicepremier Luigi Di Maio, invece, ha detto: “Il M5S non parteciperà alle elezioni provinciali coerentemente con quello che abbiamo sempre detto. Le Province non sono mai state abolite: hanno solo tolto il diritto di voto ai cittadini. Così come sono non funzionano e sono uno sfregio alla sovranità popolare. Presto rivedremo le loro funzioni e la loro stessa esistenza”»

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Poi vennero le elezioni del 4 marzo, ed il partito democratico crollò come un castello di carte.

Ma a giugno, con le elezioni amministrative che coinvolgono quasi sei milioni di italiani, il male diventa peggio.

Elezioni comunali. Riepilogo numerico. Le parole sono aria.

«Il centrosinistra aveva 16 sindaci nei comuni capoluogo di provincia e per ora ne riconferma solo 1. …. M5S passa dal 32.7% all’attuale 12.1%, verosimilmente a causa della mancata mobilizzazione dell’elettorato.»

È Salvini con la Lega che stravince le elezioni amministrative.

Ovviamente, oggi ne taglierà i dividendi.


Corriere. 2018-10-31. Si vota in 61 Province. La Lega ci crede, il M5S no: «Uno sfregio»

Dalle 8 alle 20 chiamati alle urne gli amministratori dei Comuni. Oggetto di tentativi di abolizione, il referendum costituzionale del 2016 aveva salvato le Province. Ma ora, sul loro futuro, Salvini e Di Maio hanno idee diverse.

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In 61 Province di 15 regioni oggi si vota per eleggere consigli e presidenti. I candidati sono oltre 700 suddivisi in 73 liste, per 328 incarichi di consigliere provinciale. Ottanta sono i sindaci comunali che si candidano per l’incarico di presidente di una Provincia, così come ora prevede la legge, trattandosi di elezioni di secondo livello, cioè indirette, senza voto da parte dei cittadini. A votare, dopo la riforma Delrio del 2014, saranno gli amministratori locali, dalle 8 alle 20, nelle sedi delle Province stesse. Soltanto i sindaci possono presiedere una Provincia.

M5S e Lega divisi

Il rinnovo degli enti provinciali cade in una fase in cui questi enti vengono chiamati ad avere nuova vita. Con la manovra economica, infatti, le Province si ritrovano a essere un cardine nel lavoro degli enti locali, con l’investitura ufficiale a stazioni appaltanti per i lavori pubblici avviati dai Comuni del loro territorio. Già oggi in parte è così, ma la scelta in futuro diventerà obbligatoria per tutti i Comuni non capoluogo una volta in vigore la legge di Bilancio, che offre anche 250 milioni all’anno dal 2019 al 2033 per la manutenzione di strade e scuole. La questione non vede d’accordo tra loro Lega e M5S. Sarebbe il Carroccio a credere nel ruolo delle Province (nei collegati alla manovra potrebbero arrivare ulteriori novità), avversato invece dai Cinque Stelle dopo anni di lotta dichiarata a ogni forma di «costo della politica». Secondo il partito di Matteo Salvini: «La questione della soppressione delle Province è stata oggetto di un grande dibattito basato, principalmente, sulla necessità di ridurre i costi della politica. In realtà, il costo delle Province è relativo e la loro soppressione, con l’attribuzione delle funzioni ai Comuni, non comporterebbe risparmi di spesa. Inoltre, oggi i piccoli Comuni non sono nelle condizioni di svolgere le competenze e le funzioni attualmente esercitate dalle province come, per esempio, la manutenzione delle strade, la gestione degli edifici scolastici delle scuole superiori, i centri per l’impiego». Il vicepremier Luigi Di Maio, invece, ha detto: ««Il M5S non parteciperà alle elezioni provinciali coerentemente con quello che abbiamo sempre detto. Le Province non sono mai state abolite: hanno solo tolto il diritto di voto ai cittadini. Così come sono non funzionano e sono uno sfregio alla sovranità popolare. Presto rivedremo le loro funzioni e la loro stessa esistenza».

In nome di 26 milioni di cittadini

Ma, intanto, che cosa accade oggi con il voto? Con l’election day delle Province, fissato in estate con il decreto Milleproroghe, in 47 casi verrà eletto il presidente, in altre 14 soltanto i consigli. Tra le 47 dove sarà eletto il presidente, 13 rinnovano anche il consiglio. Con il voto di oggi, saranno rappresentati oltre 26 milioni di cittadini. In Lombardia si va al voto a Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Sondrio e Varese; in Piemonte a Biella, Cuneo, Novara, Verbano Cusio Ossola, Alessandria, Vercelli e Asti; in Liguria soltanto Savona; in Veneto a padova, Rovigo, Verona e Vicenza; in Emilia-Romagna a Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Rimini; in Toscana ad Arezzo, Livorno, Pisa, Prato e Siena; nelle Marche ad Ancona, Ascoli Piceno e Pesaro-Urbino; in Umbria soltanto a Perugia; in Abruzzo a Chieti, Pescara e Teramo; nel Lazio a Frosinone e Rieti; in Campania ad Avellino, Benevento e Salerno; in Basilicata a Matera e Potenza; in Puglia a Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto; in Calabria a Catanzaro e Vibo Valentia; in Molise a Campobasso.

Limbo infinito

Le Province, salvate dal referendum costituzionale del 2016 che puntava a eliminarle dalla carta, si occupano soprattutto di gestione di strade e di scuole. Dovevano essere abolite da tempo e invece sono rimaste in un limbo. Circa metà dei 48 mila dipendenti sono stati trasferiti, soprattutto nelle Regioni. Le risorse sono state tagliate, alcune competenze sono state spostate alle Regioni. Alcune Province, come quelle di Milano, Roma, Bologna o Napoli, sono state trasformate in Città metropolitane. In certi casi gli enti provinciali hanno difficoltà finanziarie a svolgere i propri compiti.


Sole 24 Ore. 2018-10-31. Province, la Lega prepara il ritorno in grande stile. M5S contrario

Oggi è giorno di elezioni per quasi 60mila politici locali. È l’«election day» delle Province, fissato in estate dal Milleproroghe, che chiama alle urne sindaci e consiglieri dei territori per rinnovare 27 consigli provinciali e 47 presidenti.

Ed è solo il primo passo per un ritorno delle Province che si annuncia in grande stile, dopo anni di limbo prodotto dal tentativo di abolirle cancellato dal referendum del 4 dicembre. Altri due passi sono scritti nel testo della legge di bilancio attesa per oggi in Parlamento. Ma il bello viene dopo, e prepara il terreno a un nuovo scontro M5S-Lega dopo le «manine» sui condoni e i maldipancia sulla sicurezza.

Le «centrali» per le gare
Con la manovra, le Province tornano ufficialmente a essere un cardine nella vita degli enti locali con l’investitura ufficiale a stazioni appaltanti per i lavori pubblici avviati dai Comuni del loro territorio. In molte parti d’Italia è già così, sono oltre 3.600 (il 45% del totale) i sindaci che si affidano alla “loro” provincia per fare le gare. Ma la scelta diventerà obbligatoria per tutti i Comuni non capoluogo una volta in vigore la legge di bilancio, che offre anche 250 milioni all’anno dal 2019 al 2033 per la manutenzione di strade e scuole.

Più soldi a strade e scuole
«Non bastano», si lamentano gli amministratori provinciali in uscita da lunghi anni di tagli e compensazioni a bilanci sempre più in sofferenza. Ma le novità sono significative anche perché nelle idee della maggioranza, e soprattutto della Lega, sono l’antipasto del cambio di rotta vero e proprio: quello che con la riforma degli ordinamenti punta a far tornare al voto per i consigli provinciali i cittadini, e non solo i politici dei Comuni.

Il gran ritorno
Il tema è al centro dell’agenda. Ad accendere le polveri è stato il Milleproroghe, che ha previsto l’avvio entro il 21 novembre di un tavolo tecnico per «la revisione organica della disciplina in materia di ordinamento delle Province e delle Città metropolitane». E soprattutto tra i collegati alla manovra è in cottura una legge delega per la riforma degli enti locali: quella sarà la sede in cui provare il blitz. Un blitz rischioso soprattutto per i Cinque Stelle, dopo anni di lotta dichiarata a ogni forma di «costo della politica». Ma fondamentale per la Lega, che negli enti locali ha le sue radici irrinunciabili anche nella sua nuova veste sovranista.

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