Pubblicato in: Amministrazione, Devoluzione socialismo

Provincie. Il 31 ottobre andremo a votare per 47 enti che quasi non esistono.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-30.

Ghigliottina 1004

È un guazzabuglio tipicamente nostrano: in questo noi italiani siamo dei maestri.

Cosa sono le provincie?

«Relativamente all’Italia, la provincia è un ente locale avente una competenza su un gruppo di comuni, non necessariamente contigui, e al contempo una circoscrizione periferica di uffici statali. Essa ha competenze e funzioni determinate dalle leggi di attuazione dell’art. 114 della Costituzione.

Attualmente le province italiane sono 107, includendo nel computo anche i liberi consorzi comunali della Sicilia che hanno natura consortile, le province autonome di Trento e di Bolzano che svolgono funzioni regionali e sono in grado di legiferare, le 14 città metropolitane, la Regione Valle d’Aosta che svolge anche funzioni che nelle regioni a statuto ordinario sono svolte dalle province, e le 4 province del Friuli-Venezia Giulia che sono state ridotte a pure circoscrizioni statali.

Il numero delle province italiane è costantemente aumentato nel secondo dopoguerra. Nella creazione di nuove province, non si è registrato alcun caso di accorpamento o soppressione di enti precedenti se non per cessione dei relativi territori ad altri Stati (provincia di Fiume, di Pola e di Zara), è solo in Sardegna sono state soppresse le province di diritto regionale dell’Ogliastra e di Olbia-Tempio, mentre sono state accorpate la provincia di Carbonia-Iglesias, la provincia del Medio Campidano e parte della provincia di Cagliari andando a costituire l’attuale provincia del Sud Sardegna.

La riforma Delrio, nel suo testo originario, emanato per decreto, prevedeva la riduzione delle circoscrizioni provinciali a circa la metà. In sede di conversione in legge la parte relativa ad accorpamenti, soppressioni, fusioni e incorporazioni è stata abrogata. Così era accaduto in precedenza con gli emendamenti alle varie riforme varate dal governo Monti. Con la modifica del Titolo V della Costituzione del 2001 le province sono state mantenute tra gli elementi costitutivi della Repubblica, al pari dei comuni. Questo ha portato la Corte costituzionale ad annullare i decreti del Governo Monti che svuotavano le province delle loro funzioni come anticamera della loro abolizione.

Il 3 aprile 2014 è stata approvata definitivamente dal parlamento una riforma delle province a seguito della quale esse sono diventate enti di area vasta di secondo livello, cioè eletti a suffragio ristretto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni presenti sul loro territorio. È previsto che alcune funzioni proprie delle province passino ai comuni e alle regioni. Fanno eccezione le province autonome di Trento e Bolzano inoltre le regioni a statuto speciale che hanno autonomia in materia di enti locali ovvero la Sicilia, Sardegna e Friuli – Venezia Giulia si sono in parte discostate dai principi della legislazione statale in materia.»

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Chi e come elegge presidente e consiglio provinciale?

«La regolamentazione del consiglio provinciale è difforme sul territorio nazionale. Nelle regioni a statuto ordinario, la legge “Delrio” 7 aprile 2014 n°56 ha disposto una riforma complessiva dell’ente provinciale. Secondo la legge costituzionale 23 settembre 1993 n°2, nelle regioni a statuto speciale la normativa in questione si applica solo nella misura in cui esse lo desiderino.

Secondo la legge Delrio, il consiglio provinciale viene eletto a suffragio ristretto solo dai sindaci e dai consiglieri comunali della provincia. Anche il suffragio passivo è stato parimenti ristretto, con l’aggiunta in via transitoria dei consiglieri provinciali uscenti. Il voto è ponderato secondo le fasce di popolazione previste per le elezioni comunali. Il consiglio provinciale si compone del Presidente della provincia e di un numero variabile di consiglieri, in funzione del numero degli abitanti:

– 16 consiglieri nelle province con più di 700.000 abitanti,

– 12 consiglieri nelle province intermedie,

– 10 consiglieri nelle province con meno di 300.000 abitanti.

Sebbene non esplicitamente disposto dal testo di legge, il sistema elettorale è stabilito nel metodo D’Hondt per analogia di quanto previsto per i consigli metropolitani. Il superamento del vecchio metodo del premio di maggioranza a favore del ritorno alla proporzionale è da supporsi essere motivato sia dal fatto che la distorsione a favore del maggior partito è già implicita nel restringimento del suffragio a consiglieri comunali già eletti con sistema maggioritario, sia dalla cancellazione del rapporto di fiducia col Presidente che rende così superflua la necessità di un’ampia maggioranza consiliare per la stabilità dell’organo esecutivo. La selezione dei singoli consiglieri avviene invece sulla base del classico voto di preferenza, fatto inedito nella storia elettorale delle province italiane. La nuova normativa ha ridotto la durata del mandato del Consiglio in 2 anni, sebbene l’eventuale perdita della carica comunale comporti la decadenza del consigliere provinciale e la sua surroga. Il passaggio al sistema presidenziale ha invece implicitamente abolito la possibilità di uno scioglimento anticipato del Consiglio per motivi politici.»

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Uno dei più deprecabili e deprecandi aspetti di essere stati governati per decenni da politici liberal oppure socialisti è l’astrusa quanto assurda complicatezza della struttura amministrativa della cosa pubblica.

Questa è la diretta conseguenza di una visione idealista statolatra che ad ogni provvedimento in materia complica la già complessa macchina organizzativa dello stato: è una burocrazia che genera sempre nuova burocrazia.

Gli Elettori si erano più volte pronunciati per l’abolizione delle provincie. Ma abolire 107 presidenze e 107 consigli suona agli orecchi statalisti come un’orrenda eresia. Ma questo sarebbe anche il meno. Le provincie hanno un bilancio che spendono con spensierata gaiezza, hanno il loro personale, accuratamente selezionato tra gli aventi diritto, ossia i tesserati del partito egemone, e continuano anche allegramente ad assumere nuovo personale.

Il ritorno delle Province: enti morti che assumono

«Le Province tornano a nuova vita grazie alla legge di Bilancio varata dal governo Gentiloni: rianimate da una pioggia di milioni e dal via libera alle assunzioni a tempo indeterminato, dopo il blocco del turn over lungo tre anni, si preparano a una florida ripartenza. A riabilitarle ufficialmente c’è l’iniezione da 700 milioni di euro per il 2018, necessaria a finanziare la spesa corrente, e che fa cantare vittoria al presidente dell’Upi (Unione province italiane), Achille Variati: «Finalmente non siamo più un tabù per la politica». È la celebrazione di una rinascita: «La legge ci restituisce l’autonomia finanziaria e quella organizzativa, riaffermando per le Province i principi contenuti nella Costituzione e che fino ad oggi erano stati disattesi». ….

La legge di bilancio licenziata dal Parlamento riapre i cordoni della borsa: 480 milioni di euro per il 2018 e un fondo straordinario da 1,6 miliardi per la manutenzione della rete stradale provinciale.

Ma soprattutto c’è il via alle assunzioni a tempo indeterminato sia nelle Province che nelle Città metropolitane, con priorità agli uffici in sofferenza come viabilità ed edilizia, a patto che l’importo dei costi complessivi di personale non superi il 20% delle spese correnti»

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La domanda di quanti siano a percepire emolumenti dalle provincie resta senza risposta: è più facile che venga reso pubblico lo schieramento atomico dei nostri amici russi. Se il numero dei dipendenti è stimabile per difetto a circa 30,000 unità, il numero dei consulenti e dei fornitori di beni o servizi supera le 120,000 unità. Alle volte cifre ragionevoli, altre volte cifre stroboscopiche.

Anche il volume di spesa è segreto militare: una stima del tutto grossolana si aggirerebbe attorno ai trenta miliardi all’anno.

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È una situazione organizzativa folle, fatta da un partito folle.

Dirigenza del pd. Ecco perché dovrebbe essere internata in manicomio.

Calenda. ‘Al pd serve il presidente della associazione di psichiatria.’

Studiare l’organizzazione della cosa pubblica italiana porta immediatamente alla mente quella della Francia nel periodo a ridosso della rivoluzione francese, quando il solo numero delle leggi, regolamenti e norme in campo fiscale assommavano a ben 120,000 atti differenti. Ben si capisce come alla fine la gente si sia rivoltata, abbia fatto un rogo delle leggi passate, ed abbia accuratamente decapitato personalità, burocrati e funzionari dell’ancien régime.

Almeno i morti non ritornano ed hanno smesso di nuocere.

Nota Importante.

A molti sfugge un meccanismo perverso delle elezioni indirette.

Lo scopo ultimo delle elezioni dovrebbe essere il consentire il ricambio politico e generazionale.

Con le elezioni indirette sono elettori attuali personaggi eletti in un passato quadro politico del tutto differente da quello odierno. In questa maniera il vecchio tende ad auto perpetuarsi, con tutti gli evidenti conflitti gestionali.

A conti fatti, sarebbe meno costoso dare un vitalizio di 10,000 euro al mese purché scompaiano: loro e le provincie.


Agi. 2018-09-25. Il 31 ottobre saranno eletti i presidenti di 47 province. Ma non erano state abolite?

Consiglieri e presidenti non saranno votati dai cittadini. Come funziona il nuovo ordinamento degli enti locali che il referendum del 4 dicembre 2016 avrebbe dovuto spazzare via, ma che continuano a funzionare in base alla legge Delrio.

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Tutti gli ultimi governi hanno sparato a zero sulle province, fino ad annunciare di averle debellate, quale caposaldo di inutili sprechi. Eppure il 31 ottobre si voterà per rinnovare 47 presidenti e 70 consigli provinciali. Come è possibile? Il decreto milleproroghe, scrive il Sole 24 Ore, ha dato il via alla macchina elettorale, con buona pace della legge Delrio del 2014, che ha trasformato le Province in enti di secondo livello cioè eletti da sindaci e consiglieri comunali del territorio e non dai cittadini.

La riforma costituzionale che le avrebbe dovute cancellare si è arenata sullo scoglio del referendum e ora sta al governo gialloverde esaminare la richiesta dell’Upi di ripristinare 280 milioni di finanziamenti tagliati negli anni scorsi.

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I numeri

– Si eleggeranno 47 presidenti e 70 consigli provinciali

– Le province nelle Regioni a statuto ordinario sono 76

– In totale le poltrone da assegnare sono 850

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Come funzionano le elezioni

In teoria, sono candidabili tutti i sindaci e i consiglieri comunali interessati. In pratica, potrà essere coinvolto solo il 38% dei primi cittadini. L’altro 62% non ha i 12 mesi di mandato ancora da svolgere previsti dalla riforma Delrio. Il risultato è che l’election day consentirà di riempire tutte le caselle solo a 13 enti sui 47 coinvolti. Gli altri lo faranno a metà o in due tempi. Senza contare che nei 29 restanti (per arrivare alle 76 Province delle Regioni a statuto ordinario) sí voterà nell’arco dei prossimi 4 anni.

Cosa prevede la legge Delrio

Le 76 Province (e 10 Città metropolitane) delle Regioni ordinarie sono diventate enti di secondo grado con un presidente e un consiglio provinciale (tutti senza gettone) eletti tra i sindaci e i consiglieri comunali di zona. Non esistono più le giunte. Le Regioni hanno deciso quali funzioni lasciare loro e quali riprendersi. La riforma costituzionale avrebbe dovuto sopprimerle, ma è stata bocciata con il referendum

Le province ora costano il 32% in meno, con un taglio da 5 miliardi di spese nel 2010 a 3,45 del 2015, di cui solo 1,38 di funzioni fondamentali. Gli investimenti, poi, sono crollati del 63%, passando da 1,93 miliardi del 2008 a 0,71 del 2017.

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