Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Sindacati. I numeri veri e quelli falsi della disfatta.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-09-11.

2018-09-08__Sindacati__001

I sindacati hanno svolto un ruolo storico che sembrerebbe essersi avviato all’esaurimento.

Come tutti i fenomeni sociali può essere valutato da differenti punti di vista: ciascuno individua alcuni punti concretamente reali, e nessuno potrebbe essere considerato del tutto esaustivo del fenomeno.

Prima di cercare di darne qualche interpretazione logica, sarebbe opportuno disporre di qualche numero.

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Premettiamo che i dati relativi al numero degli iscritti è un dato finora secretato. Poi, circolano i numeri più disparati: talora ingigantiti per millantare un peso politico che non si ha più, oppure sminuiti per cercare di minimizzare le stime degli introiti percepiti dalle quote sindacali esatte sia su stipendi sia su pensioni.

La Confederazione Sindacati Autonomi Lavoratori, Confsat, ha pubblicato il Report

Quanti sono gli iscritti al sindacato in Italia? Sono oltre 3 milioni quelli fantasma.

«Quando la stampa e gli enti di studio e di ricerca nazionali e internazionali vogliono illustrare degli articoli sui temi del lavoro e sui sindacati in Italia danno in genere la cifra complessiva di 14,8 milioni, somma degli iscritti dichiarati da Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Questa cifra è, a oggi, quella ritenuta ufficiale. Ma è una cifra sbagliata per due motivi: anzitutto, non tiene conto di altre forze sindacali esistenti che, se in parte sono numerose e di piccole dimensioni, in parte si sono irrobustite e organizzate diventando vere e proprie confederazioni. E’ il caso della Confsal che oggi presenta i dati sulla consistenza della propria rappresentanza e rappresentatività. Il secondo motivo per cui la cifra è sbagliata è che, procedendo a un semplice ragionamento con i dati certi di cui disponiamo, a cominciare da quelle degli iscritti ufficialmente dichiarati, i conti non tornano, e non di poco: si tratta di oltre 3 milioni di iscritti in più, limitandoci a considerare le 5 confederazioni Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confsal. Vediamo.

Iscritti dichiarati dalle 5 confederazioni (2010)

CGIL 5.748.269

CISL 4.542.354

UGL 2.377.529

UIL 2.184.911

CONFSAL 1.818.245

TOTALE 16.671.308

PARZIALE

Altri sindacati 3.176.639

Totale 19.847.947».

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Se questo dato fosse corretto sarebbe inesplicabile, essendo la forza lavoro totale in Italia di circa ventitre milioni (22,903,000), lavoratori autonomi compresi.

«Il tasso di sindacalizzazione in Italia

Per proseguire il ragionamento va tenuto presente che il tasso medio attuale di sindacalizzazione in Italia è del 33,8 per cento (fonte “Corriere della Sera”, articolo di Sergio Romano, maggio 2011, con dati Cnel).

A questo punto, togliamo dai 22.903.000 lavoratori attivi i lavoratori del pubblico impiego ottenendo la cifra di 19.650.000 (vedi Tabella C), che rappresenta il numero complessivo dei lavoratori del privato. Come si vede nella tabella, applicando il tasso del 33,8 per cento su questo numero otteniamo il valore massimo di lavoratori del privato iscritti al sindacato: 6.641.700. Ma gli iscritti del privato dichiarati dalle sole 5 confederazioni risultano essere, come da Tabella B, 8.623.585 rappresentando – sempre in rapporto ai 19.650.000 totali – il 43,8 per cento, come valore minimo.

C’è un 10 per cento di differenza, che sui 19.650.000 lavoratori attivi del privato significa 1.965.000 lavoratori in più!

Ora, se sommiamo 1.275.051 pensionati iscritti eccedenti, precedentemente calcolati, a questo 10 per cento in più sui lavoratori attivi del privato abbiamo ben 3.240.051 iscritti dichiarati in più.»

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Facendo però riferimento alla Tabella pubblicata, qui riportata in fotocopia, gli iscritti ai sindacati sarebbero 16,671,308, dei quali 6,967,126 pensionati, anche se Inps ne certifica solo 5,682,075. Il numero degli iscritti pensionati sarebbe quindi (100 * 6,967,126 / 16,671,308) = 41.79% del totale.

Ma se come affermerebbe l’Inps il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori fosse del 30%, ci si aspetterebbe un numero totale di iscritti al sindacato di poco superiore ai sei milioni, non certo diciassette milioni.

Come sempre succede in questi casi, il vero oggetto del contendere è solo questione di vilissimo quanto bramato denaro.

Come conseguenza di codesto chaos si è arrivati, faticosamente, al Testo unico sulla rappresentanza, sottoscritto da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil il 10 gennaio 2014, in base al quale spetta solo all’Inps il computo del numero degli iscritti ai sindacati.

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Questa situazione kafkiana trova alcune spiegazioni pensando agli interessi di vile bottega, due dei quali sono auto evidenti.

– la legittimazione a negoziare contratti collettivi nazionali di categoria viene riconosciuta alle organizzazioni sindacali che raggiungono la soglia minima di rappresentatività del 5%, determinata sulla base della capacità associativa (totale degli iscritti) e della forza rappresentativa (tra tutti i lavoratori anche non iscritti) di ciascuna organizzazione sindacale;

– l’iscrizione ai sindacati comporta una trattenuta per quota associativa su stipendi e pensioni. Cifre a nove zeri.

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Senza aver gonfiato il numero degli iscritti ben pochi sindacati potrebbero lecitamente sedersi a tavoli di trattative, pur essendo la quota minima stabilita al 5% di rappresentatività.

Infine, cinque milioni e mezzo di pensionati continuano a versare la quota di iscrizione detratta dalle loro pensioni. È una cifra totale che è riferito raggiunge e supera i seicento milioni all’anno: una gran bella cifra. Ben si capisce come l’Inps abbia avocato a sé il compiuto del numero esatto degli iscritti.

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I sindacati dei lavoratori dovrebbero meglio chiamarsi i sindacati dei pensionati, rappresentando questa categoria il 41.79% degli iscritti. Non a caso la oramai flebile voce dei sindacati difende a spada tratta i pensionati e con grande morigeratezza gli iscritti ancora attivi.

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Demoskopica ha rilasciato un interessante report: La mappatura regionale della rappresentanza sindacale.

Essendo il testo coperto da copyright e regolarmente commercializzato, lo segnaliamo per senza citarne i contenuti, dei quali terremo però conto nell’esposizione che segue.

Faremo quindi riferimento alla stampa citabile.

In fuga dal sindacato: -450mila iscritti in 2 anni

Il sindacato italiano continua a registrare un calo del consenso. In soli due anni, le principali organizzazioni sindacali hanno perso complessivamente circa 450mila iscritti. Una contrazione, che poteva manifestarsi in forma ancora più allarmante se non fosse per la Uil che ha fatto registrare, al contrario, un incremento, seppur non particolarmente rilevante. I numeri non lasciano spazio a dubbi: dal 2015 al 2017, i tesserati hanno subito una contrazione di 447mila persone, di cui ben 293mila residenti nelle realtà regionali del Mezzogiorno.

E’ quanto emerge dall’Indice di appeal sindacale (Ias) ideato dall’Istituto Demoskopika che, analizzando il periodo 2015-2017, ha tracciato una classifica delle regioni in relazione all’attrattività delle principali organizzazioni dei lavoratori sul territorio. Due gli indicatori utilizzati: gli iscritti ai sindacati di Cgil, Cisl, Uil e le persone di 14 anni e più che hanno svolto attività gratuita per un sindacato. È la Cgil a registrare il maggiore decremento con un calo di ben 285mila iscritti, seguita dalla Cisl con meno 188mila tesserati. Per la Uil, andamento in controtendenza: circa 26mila iscritti in più nell’arco temporale osservato.

Piemonte, Valle d’Aosta e Campania si collocano in coda alla graduatoria delle regioni ‘più sfiduciate’ dalle organizzazioni sindacali. Al contrario, sul podio delle regioni a maggiore appeal sindacale si posizionano Basilicata, Toscana e Sicilia. Circa 574mila italiani over 13 anni, pari soltanto all’1,2% della popolazione di riferimento, infine, hanno dichiarato di aver svolto attività sociale gratuita per un sindacato nel 2016 con un decremento di oltre 9 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

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Cerchiamo di tirare delle conclusioni.

Il declino dei sindacati segue di pari passo quello dei partiti della sinistra.

Non riescono ad attrarre i giovani lavoratori e la loro base pensionata va incontro alla naturale dipartita.

Sono oramai non più a lungo idonei come forza politica.

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