Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Partito Democratico. Il dramma nel dramma.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-08.

2018-07-09__Salvini__002

6 commenti, 17 condivisioni, 79 like. Una audicence da straccivendoli.


Il partito democratico è crollato dal 40.8% conseguito alle scorse elezioni europee all’attuale 17%.

Gli Elettori non si riconoscono in esso e gli hanno voltato le spalle.

Questo fenomeno dovrebbe essere inquadrato nella ben più ampia devoluzione dell’ideologia socialista che sta attuandosi su scala mondiale, ma l’entità del crollo è di tale portata da indurre anche ad un’analisi locale.

*

«divisioni assurde che hanno fatto il male del Pd»

*

«l’alternativa al Pd non era la scissione o Leu ma la destra e Salvini»

*

«la ripartenza non può essere in simil Ds o simil Unione»

*

«hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato e ora si ritrovano il governo Salvini»

*

«Io non vedo nostalgie, oggi non si può cantare ‘Bandiera rossa’ ma nemmeno sostituirla con ‘Uno su mille ce la fa’”»

*

«Renzi non si predispone all’ascolto degli altri, un limite»

* * * * * * *

In questo momento sembrerebbero di interesse generale soltanto alcuni dei tanti aspetti degni di essere almeno menzionati.

  • 1. Un dato di fatto.

«Renzi non si predispone all’ascolto degli altri, un limite»

Questo statement dovrebbe essere generalizzato. Il pd ha dimostrato di essere incapace di stare a sentire, e quindi comprendere, la gente. Questi numeri di Facebook sono eloquenti. Guardate con attenzione i seguenti post.

2018-07-09__Salvini__003

Gentiloni, 774 like, 85 condivisioni, 89 commenti.

2018-07-09__Salvini__004

Boldrini con 4,619 like, 991 commenti e 438 condivisioni surclassa sia Renzi sia Gentiloni. Al momento, è lei l’anima della sinistra italiana.

2018-07-09__Salvini__001

Salvini. In sole cinque ore di pubblicazione ha raccolto 71,664 like, 13,432 condivisioni e 6,439 commenti. Queste cifre sono di per sé stesse eloquenti. Per il pd Salvini non è l’avversario da scalzare, ma quello da imitare.

  • 2. Divisioni interne.

Un partito politico carico di divisioni interne viste come lotta per la vita o per la morte non ha nessuna possibilità di conquistarsi Elettorato. La gente desidera idee chiare ed espresse in modo comprensibile. L’epoca dei discorsi magniloquenti è finita.

  • 3. La battaglia è al centro.

Sarebbe errato asserire che il pd sia stato battuto da Salvini.

Grillo è l’artefice del crollo verticale del pd, ed ha usato la semplicissima tecnica di stare a sentire, ed in parte assecondare, le masse. Il M5S ha svolto, e svolge tuttora, il compito assegnato alle sturmtruppen: hanno scardinato il sistema pregresso consentendo alla gente una via per abbandonare il pd. Poi, che un movimento di sola protesta urlata e di idee alquanto utopiche possa resistere a lungo al governo sarebbe cosa su cui discutere molto. Non a caso sono bastati pochi mesi per assistere ad un incremento spettacolare delle intenzioni di voto per la lega. Volenti o nolenti Salvini ha fatto qualcosa di tangibile, e lo ha fatto interpretando un sentimento nazionale largamente diffuso.

Salvini ha fatto quello che avrebbe potuto, e dovuto, fare il pd, se solo avesse chiesto il parere ad uno scugnizzo napoletano.

Qualora il pd volesse davvero rientrare nei giochi politici, dovrebbe valutare con grande attenzione quelle che sono le istanze popolari. Ma almeno al momento il pd sembrerebbe comportarsi da persona autistica.

  • 4. Il deep state.

Il pd, ma forse sarebbe più corretto dire Leu, ha ancora un controllo reale sul deep state italiano. In fondo, quasi tutti gli alti burocrati provengono da quella matrice culturale. Ma questa è arma da usare con destrezza, con intelligenza, non per sfogare rabbie nemmeno poi tanto recondite.

Caso da manuale è la recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione contro la lega: sentenza politica grondante di astio impotente.

Posizioni come questa portano inevitabilmente a controreazioni del tipo polacco: non ora, ma sicuramente nel futuro. Appoggiarle significa candidarsi alla scomparsa.

Da questo punto di vista molti si augurano che il pd ed i burocrati statali non cambino registro: si suicidano con le loro stesse mani.

Chi non si ricorda la fine che fecero tutti i magistrati zelanti nell’aprile del 1945?

* * * * * * *

Concludiamo con una constatazione.

L’Italia, e più in generale il mondo, non sa più cosa farsene di un partito come il pd old fashion. Assomiglia ad uno sconsolato costruttore di bighe che si lamenta di non trovar mercato ai suoi prodotti.

Ma, soprattutto, l’Italia ed il mondo non san più cosa farsene di saccenti arroganti: semplicemente la gente non li vota.


Adnk. 2018-07-08. Il Pd prova a voltare pagina

Maurizio Martina è stato eletto ieri segretario del Pd dall’Assemblea: circa 200 firme a sostegno della sua candidatura e, al momento del voto, 7 contrari e 13 astenuti. Dopo una sfibrante mediazione, a tenere insieme tutte le anime del partito è stato il mandato a termine del neo segretario, che nel suo discorso si è impegnato a convocare il Congresso “entro le elezioni europee”.

Una formula inserita ancor più vagamente nell’ordine del giorno finale, approvato dall’Assemblea (congresso da tenere “in vista delle europee”) che i Big del partito avrebbero concretizzato con una intesa per primarie entro febbraio, il 24 probabilmente. A inizio settimana Martina annuncerà la nuova segreteria condivisa, mentre le tappe principali del percorso “aperto” e “nuovo” dei dem sono i congressi locali entro dicembre, un forum programmatico a Milano a ottobre e un’altra Assemblea entro fine anno per formalizzare le primarie.

Ma sull’Assemblea ha lasciato il segno Matteo Renzi, con un intervento che non ha risparmiato ‘stoccate’ dentro e fuori il partito. “Non me ne sono andato quando conveniva e non me ne vado ora. Rispetterò le decisioni dell’Assemblea e darò il mio contributo”, ha premesso il senatore dem invocando unità: “Sono ottimista sul fatto che la musica cambierà, si può ripartire ma senza considerare nemico chi sta a fianco a noi”.

E’ stato nell’analisi delle ragioni della sconfitta che Renzi non ha fatto sconti a nessuno. “La responsabilità è mia, lo dico con la consapevolezza che questo non basta”, è stata la sua premessa. Nello svolgimento, però, il senatore ha puntato il dito sulla minoranza ai tempi della sua segreteria: “Hanno picchiato contro l’argine del sistema, sul web e con divisioni assurde che hanno fatto il male del Pd”.

L’ex segretario si è rivolto alla sinistra (“si è visto, poi, che l’alternativa al Pd non era la scissione o Leu ma la destra e Salvini”), sulle possibili formule nel futuro del Pd (“la ripartenza non può essere in simil Ds o simil Unione”), sulla stampa e gli intellettuali ‘pro M5s’ (“hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato e ora si ritrovano il governo Salvini”). E anche parlando dei compagni di partito, Renzi si è tolto più di un sassolino dalla scarpa: ha criticato “l’apatia” come segno della campagna elettorale e il “falso nueve” (Gentiloni?) e sul caso Consip ha spiegato: “Non mi sarei aspettato più affetto dalla gente, perché quello non è mai mancato, ma maggiore solidarietà nel partito”.

Poi, tra qualche brusio della platea, ha spiegato: “Continuate così, ci vediamo al Congresso, perderete di nuovo e come sempre comincerete a criticare chi ha vinto. Ma così segate il ramo su cui siete seduti”. All’ex segretario ha risposto Gianni Cuperlo: “Io non vedo nostalgie, oggi non si può cantare ‘Bandiera rossa’ ma nemmeno sostituirla con ‘Uno su mille ce la fa’”. Nicola Zingaretti ha rintuzzato: “Renzi non si predispone all’ascolto degli altri, un limite”. Mentre Martina ha espresso il suo auspicio di un Pd “che suona come un’orchestra”. A margine, Zingaretti ha ancora una volta ribadito, “io sono in campo“. Per ora, l’unica candidatura formale alle primarie.

Annunci