Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale

Startup innovative. Le allucinazioni di gloria e la realtà dei fallimenti.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-07-07

 Idolatria 001

Mito e demitizzazione.

Il flop delle start up italiane: non creano impiego, stentano ad andare all’estero e non sono aiutate dal Paese

«L’opinione generale è che una startup sia un’azienda nella sua fase di avvio ….

È più probabile che la fase di startup finisca quando l’impresa è in grado di provvedere alle proprie esigenze di bilancio in modo autonomo, cominciando ad ammortizzare i debiti o a dare soddisfazioni economiche agli investitori. ….

Alle nostre latitudini il caos è moltiplicato da questioni più tecniche, a partire dall’apposito registro voluto dal ministero dello Sviluppo economico e che accoglie oggi 6.973 startup innovative, in barba al decreto legge “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (179/2012) il quale, all’articolo 25, impone i requisiti utili all’identificazione di una startup innovativa, tra cui spicca: “Deve avere quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico” ….

 il registro per le startup contiene di tutto un po’ e, tra le 6.973 censite non manca qualche sorpresa, incluse quelle neo-imprese che non hanno un sito web, non per forza essenziale per fare business ma che dovrebbe rientrare nei fondamentali di un’azienda ad alto valore tecnologico. ….

Le società di capitali tradizionali che hanno dipendenti sono invece 632.991 e danno lavoro a 8.832.898 persone. La ratio società di capitali e startup – che sono lo 0,43% – svantaggia queste ultime le quali, per tenere il passo, dovrebbero creare circa 30mila impieghi in più. ….

Le notizie poco buone non sono finite: tutti gli indici della produzione delle startup sono in calo. In questo caso i dati più completi risalgono al 2015 (i bilanci del 2016 sono ancora in fase di preparazione) e offrono una tendenza alla contrazione. Il fatturato medio è di 122.600 euro (-15% rispetto al terzo trimestre 2015), l’attivo medio è di circa 237.000 euro (-10,9%) e il valore di produzione delle startup (questa volta il dato è al 31 marzo 2017) è di 454,68 milioni di euro, in calo di 129 milioni rispetto alla fine del 2015 (-22%). Inoltre solo 42 startup ogni 100 raggiungono la zona utili.»

* * * * * * *

Rerum novarum cupidi“, aveva detto Vincenzo Pecci. L’idea di startup ‘innovativa‘ ha da sempre colpito la fantasia, alimentata dall’aneddotica dei quei pochissimi casi che sono riusciti a raggiungere fama e guadagno. Era il cavallo di battaglia dei liberal democratici, mica di quei buzzurri che scavano carbone.

Bill Gates non è la norma, bensì la eccezione. Illudersi che l’eccezione sia la norma è via maestra verso il fallimento.

Elizabeth Holmes, e la Theranos, è un caso paramount. Sbandierata altissima tecnologia all’estrema avanguardia, fondatrice ed amministratrice una ragazza giovane e bella, idolo di tutte le femministe e di tutti i liberal, Silicon Valley la inneggiava deificandola, attirando nel contempo una valanga di investimenti, ma proprio tanti.

Marc Andreessen, aveva definito la Holmes come la prima donna capace di entrare nell’empireo degli “imprenditori rivoluzionari”, che avrebbe rivoluzionato la medicina ed il mondo degli affari. Il Wall Street Journal le dedicò un paginone iper laudativo.  Valutata all’apice 9 miliardi di dollari: femmina!! È femmina!! cantavano giulivi. Poi passavano a raccogliere denaro.

La sa anche la Peronospora manshurica: le starup si nutrono di denaro, con grande chemiotattismo positivo per quello pubblico: quello estirpato a forza dalle tasche dei contribuenti, che i governanti elargiscono a man bassa agli amici degli amici. Voi finanziateci adesso, ora, subito, con denaro sonante: noi nel futuro si daremo cose mirabolanti, mai viste, impensate ed impensabili.

Poi l’agenzia federale revoca la licenza alla Theranos: risultato, la bancarotta fraudolenta.

*

E per l’Italia?

Le startup innovative hanno un fatturato medio di 122,600 euro, tanto quanto un tecnico odontoiatra, e solo il 42% genera un qualche utile.

Ma tutte sono state fatte partire con denaro elargito dallo stato dopo averlo prelevato dalle tasche dei Contribuenti.

Si vorrebbe forse fare i pitocchi per qualche decina di miliardi?

Si vogliono eliminare gli sprechi? Si smetta di finanziare con denaro pubblico questa voragine insulsa.


Corriere. 2018-07-04. Chiude Mosaicoon, la startup siciliana fiore all’occhiello del Sud hitech

Pluripremiata, anche nella Silicon Valley, l’azienda con sede a Palermo nata nel 2010 simboleggiava la rinascita digitale del Sud Italia. Ottimista il fondatore: «É stata ed è ancora una esperienza di successo. Abbiamo creato valore»

*

L’idea di base era creare una nuova forma di marketing sfruttando le potenzialità virali della Rete. Si definivano infatti una «Viral Media Company»: creavano campagne video curandone tutti i dettagli dalla prima all’ultima fase. E poi li diffondevano online con tecniche per farle diffondere il più velocemente e ampiamente possibile. Un’idea brillante che ha portato Mosaicoon, startup fondata a Palermo nel 2010, ad essere apprezzata e premiata in tutta Europa ma anche nel mondo, fino in Silicon Valley. Una esperienza di successo che però ora deve fermarsi. Mosaicoon ha dichiarato che chiuderà. Anche se il tono con cui il suo fondatore, Ugo Parodi Giusino racconta le motivazioni dell’annuncio di avvio del processo di fallimento della azienda, ha comunque sfumature di ottimismo: «Vorrei che prevalesse quella che è stata ed è ancora una esperienza di valore — dice al Corriere — se in Italia ci si stupisce, in altri Paesi è normale. In fondo nove startup su dieci chiudono e un progetto che è durato dieci anni, che in questo settore rappresentano un’era geologica, non va compianto ma celebrato».

Perché la chiusura

I motivi del fallimento sono diversi, racconta Parodi Giusino che oggi ha 36 anni, ma nel 2010, al momento della creazione di Mosaicoon, ne aveva 26: «Un mix di fattori legati a un mercato che è forse il più competitivo in assoluto», quello della pubblicità online. «In parte sicuramente è stata nostra responsabilità — aggiunge — in questo campo devi continuare ad innovare e non siamo più riusciti ad evolverci». Poi i finanziamenti, che non sono mancati nel momento in cui la startup doveva crescere — Mosaicoon ha collezionato oltre 12,2 milioni — ma «nell’ultimo anno siamo entrati in un ciclo complesso dove c’era anche il problema di accesso ai capitali». In generale — ragiona — «è mancata la giusta chimica tra investimenti e un nuovo prodotto che non ha funzionato».

Il «gioiello» del Sud hitech

Il fondatore parla anche della scelta di rimanere radicato in Italia, e in particolare nella regione dove è nato e cresciuto, la Sicilia. Con la creazione di una sede «vista mare» a Isola delle Femmine, alle porte di Palermo: «L’obiettivo di un’impresa — spiega — non è solo quello di produrre capitali, ma anche di creare valore». E la scelta di restare nel Sud Italia ha infatti reso Mosaicoon un simbolo della possibile rinascita del Meridione in chiave digitale. Lo ha celebrato anche il sindaco del capoluogo siciliano, Leoluca Orlando: «Ha simboleggiato la possibilità anche in Sicilia di costruire una impresa innovativa, generando un percorso anche culturale con ricadute positive per il territorio in termini economici e di innovazione. Oggi simboleggia le difficoltà imposte al sistema imprenditoriale da una sempre più estrema finanziarizzazione e il sempre maggiore monopolio nel settore hi-tech in mano a pochi colossi. Resta comunque patrimonio di tutti noi su cui continuare a costruire». Ma secondo Parodi Giusino «il problema è più che altro relativa all’Italia in generale. Non è facile essere competitivi da qui».

Nessuna «lagnusìa»

Mosaicoon negli anni era riuscita ad aprire sedi anche a Londra, Singapore, Nuove Delhi, Seoul, Milano e Roma. Oltre a quella principale, che è sempre rimasta a Palermo. Qui lavorano, fino ad oggi, una quarantina di persone, molte delle quali giovani e che erano tornate nella regione proprio grazie alla startup. «Grazie al brand — continua Parodi Giusino — spero riusciranno a riposizionarsi in altri impieghi». Ma assicura che il clima generale, al momento dell’annuncio di chiusura, è stato in generale positivo: «Siamo una startup. Oggi il lavoro è diverso, è dinamico ed elastico. Il mondo sta cambiando». Lui si prenderà un momento per rifiatare e per analizzare a freddo la situazione, ma si porterà dietro «il valore enorme di questa esperienza», dice, che è pronto a ricapitalizzare in nuovi progetti. «Odio le lamentele — conclude — in siciliano la chiamiamo “lagnusìa”». E si augura che il messaggio di Mosaicoon sia costruttivo, quello di un progetto che è nato, è cresciuto, ha avuto successo e poi, quando qualcosa si è rotto, è finito.

 

Annunci

Un pensiero riguardo “Startup innovative. Le allucinazioni di gloria e la realtà dei fallimenti.

I commenti sono chiusi.