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Vitalizi. Numeri. Polpetta avvelenata dei ‘diritti precostituiti’.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-30.

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Vediamo innanzi tutto di quantizzare il problema.

«Attualmente sono in pagamento oltre 2.600 vitalizi per un totale di oltre 200 milioni di euro l’anno»

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«Un taglio che riguarda una platea di 1.338 vitalizi»

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«Saranno invece salvi 67 ex deputati, il cui vitalizio non subirà alcun ritocco ma per loro viene introdotto un tetto massimo»

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«vengono previsti due tetti minimi: il primo pari a 980 euro, il secondo pari a 1.470.»

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«I deputati e i senatori, a partire dal 2011, grazie a una riforma voluta dal governo Monti non maturano più un vitalizio, ma una pensione calcolata col metodo contributivo»

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«Quando si parla di vitalizi che ancora vengono pagati dallo Stato e ancora pesano sulle casse pubblico, si fa riferimento a quelli elargiti a ex deputati e senatori che hanno maturato il diritto al vitalizio prima che intervenisse l’abolizione»

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«l’Inps pubblicò insieme al testo dell’audizione di Boeri una tabella che contiene le stime anno per anno della spesa per vitalizi col sistema attuale»

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«Per il 2018 – anno record – il totale ammonta a quasi 207 milioni di euro. L’anno successivo dovrebbe calare a 200 milioni e poi via via scendere progressivamente»

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«È vero che ci sia anche chi riceve un vitalizio senza aver “mai messo piede” in Parlamento. Questo è il caso, ad esempio, di Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce e senatore radicale per qualche giorno nel 1987. Dopo la proclamazione, rimase in carica solo per sette giorni, duranti i quali, per sua stessa ammissione, non entrò mai fisicamente a Palazzo Madama.

“Poi sulla base del regolamento”, spiega lo stesso Craveri in un’intervista, “è arrivata una lettera a casa in cui mi chiedevano se volevo versare i contributi come quelli dei senatori in carica. Li versai e successivamente mi è arrivato il vitalizio”. In base agli elenchi pubblicati ad esempio dal Fatto Quotidiano, il suo vitalizio risulta ammontare a 2.381,64 euro mensili.»

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Se dal punto di vista giuridico la definizione di ‘diritto precostituito’ è complessa, nella sua essenzialità è semplice.

Secondo tale visione, quanti abbiano conseguito un qualcosa legalmente sarebbero investiti dal diritto di mantenerla sine die.

La giurisprudenza italiana ha spesso utilizzato tale concetto nel formulare sentenze.

Sed contra, vi sarebbero molte argomentazioni non certo prive di valore.

Nulla nella vita umano è eterno: non si troverebbe quindi motivo per cui un qualcosa di acquisito debba godere codesta caratteristica.

Estendendo il concetto agli estremi, allora la nobiltà francese avrebbe avuto tutte le ragioni a continuare a godere dei ‘diritti precostituiti‘ maturati nei secoli, diritti che la rivoluzione francese ha risolto decapitandoli.

Vi sarebbe infine un discorso sottile. A ben vedere il funzionamento della situazione pensionistica, si evidenzia come i contributi versati servano per il computo dell’ammontare della pensione, ma essi sono stati a loro tempo utilizzati per pagare le pensioni in essere. In altri termini, non esiste fisicamente un fondo ove siano stati versati i contributi riscossi. Logica vorrebbe quindi che le pensioni fossero erogate tenendo conto, momento per momento, dall’entità dei contributi riscossi.

Ma tutti i ragionamenti si infrangono nel considerare che alla fine è la volontà politica e la forza attuativa  che governa l’intero sistema. Un diritto è tale fino a tanto che l’assetto politico tale lo riconosce.

Frase sicuramente dura, ma altrettanto sicuramente reale.

La storia è piena di esempi del genere, ed anche le corti costituzionali sono autorevoli solo fino a tanto che tali siano ritenute essere. Solo i cannoni sono autorevoli di per sé stessi.

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In sintesi, il parlamento è sovrano, e come tale può legiferare ed imporre l’esecuzione del dettame stabilito.

Un aspetto tuttavia resta ancora alquanto in chiaroscuro.

Se fosse approvato il ricalcolo dei vitalizi il risparmio dello stato non sarebbe certo entusiasmante, circa 40 milioni contro un volume di spesa di circa ottocento miliardi. Ma sarebbe stato costituito un precedente non da poco, essendo stato demolito il concetto di ‘diritto precostituito‘. Di lì alla generalizzazione il passo sarebbe brevissimo: tutte le pensioni, per esempio, potrebbero essere ricalcolate, ma solo per fare uo dei tanti possibili esempi.


Agi. 2018-06-28. Quanti vitalizi si pagano ancora in Italia?

Il ministro per i Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, in un articolo pubblicato sul blog del Movimento 5 Stelle, ha scritto: “Attualmente sono in pagamento oltre 2.600 vitalizi per un totale di oltre 200 milioni di euro l’anno. Vengono corrisposti assegni d’oro a ex parlamentari che non hanno mai messo piede a Camera e Senato, versiamo cifre da capogiro anche a chi ha versato contributi ridicoli”.

Si tratta di un’affermazione corretta.

Premessa

I deputati e i senatori, a partire dal 2011, grazie a una riforma voluta dal governo Monti non maturano più un vitalizio, ma una pensione calcolata col metodo contributivo.

Quando si parla di vitalizi che ancora vengono pagati dallo Stato e ancora pesano sulle casse pubblico, si fa riferimento a quelli elargiti a ex deputati e senatori che hanno maturato il diritto al vitalizio prima che intervenisse l’abolizione.

Numero e costo

Il numero e dei vitalizi è stato fornito dal presidente dell’Inps Tito Boeri, nel corso di un’audizione alla Camera del 5 maggio 2016. Allora Boeri dichiarò: “Oggi ci sono circa 2.600 vitalizi in pagamento per cariche elettive alla Camera o al Senato”.

Dunque il numero citato da Fraccaro è corretto.

Per quanto riguarda il costo, l’Inps pubblicò insieme al testo dell’audizione di Boeri una tabella che contiene le stime anno per anno della spesa per vitalizi col sistema attuale.

Per il 2018 – anno record – il totale ammonta a quasi 207 milioni di euro. L’anno successivo dovrebbe calare a 200 milioni e poi via via scendere progressivamente. Si tratta oltretutto, secondo l’Inps stesso, di stime prudenti “perché ottenuta applicando le regole ai soli anni di servizio presso il Parlamento italiano. Sono così stati esclusi eventuali anni di servizio presso il Parlamento europeo o presso Consigli Regionali”.

Anche il numero dato da Fraccaro per la spesa è insomma corretto.

Il ricalcolo col metodo contributivo, sostenuto dal Movimento 5 Stelle, produrrebbe un risparmio di 80 milioni nel 2018, secondo le stime dell’Inps.

Il 27 giugno, la presidenza della Camera ha presentato una delibera che, se approvata, porterebbe appunto al ricalcolo contributivo. Le stime della stessa presidenza parlano di risparmi per 40 milioni di euro all’anno grazie al taglio ai vitalizi dei deputati. Considerando anche i senatori, è probabile che ci si avvicini alla stima dell’Inps.

Si tratta di cifre minime rispetto al bilancio dello Stato – più di 850 miliardi di euro all’anno di spesa pubblica, rispetto ai quali un risparmio di 80 milioni rappresenta meno dello 0,01% – ma che hanno assunto oramai una forte valenza simbolica.

Si potrebbe poi porre un problema di costituzionalità a seconda dei dettagli dell’intervento sui vitalizi degli ex parlamentari.

Vitalizi a chi non ha mai messo piede in Parlamento?

È vero che ci sia anche chi riceve un vitalizio senza aver “mai messo piede” in Parlamento. Questo è il caso, ad esempio, di Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce e senatore radicale per qualche giorno nel 1987. Dopo la proclamazione, rimase in carica solo per sette giorni, duranti i quali, per sua stessa ammissione, non entrò mai fisicamente a Palazzo Madama.

“Poi sulla base del regolamento”, spiega lo stesso Craveri in un’intervista, “è arrivata una lettera a casa in cui mi chiedevano se volevo versare i contributi come quelli dei senatori in carica. Li versai e successivamente mi è arrivato il vitalizio”. In base agli elenchi pubblicati ad esempio dal Fatto Quotidiano, il suo vitalizio risulta ammontare a 2.381,64 euro mensili.

Ci sono altre storie simili alla sua, come ad esempio quella dell’ex deputato Luca Boneschi, oggi deceduto, che si dimise pochi giorno dopo l’elezione (per nobili ragioni)) e che grazie alla legge dell’epoca ottenne il vitalizio. O come quella di Angelo Pezzana, anch’egli ex deputato rimasto in carica appena una settimana ma titolare di un vitalizio mensile pari a 2.275,32 euro.

Dunque Fraccaro ha ragione sull’esistenza di almeno alcune situazioni di questo genere.

Quanto hanno dato e quanto ricevono gli ex parlamentari?

Per quanto riguarda infine la sproporzione tra quanto versato e quanto ricevuto, questa è connaturata al sistema retributivo. Il lavoratore, in questo caso il parlamentare, gode di una pensione la cui misura è determinata dalla media delle retribuzioni degli ultimi anni lavorativi, indipendentemente dai contributi versati.

Se guardiamo ai dati contenuti nella già citata tabella Inps si vede che nel 2018, a fronte dei 207 milioni di euro di vitalizi erogati dallo Stato, i contributi versati dagli ex parlamentari ammontano appena a 36,8 milioni. Cioè i contributi “coprono” meno di un quinto della spesa.

Questo a livello generale. Ma nel caso di parlamentari rimasti in carica per poco tempo, e che hanno iniziato a godere del vitalizio in giovane età, la sproporzione tra quanto versato e quanto ricevuto è naturalmente ancora maggiore.

Conclusione

Fraccaro cita numeri corretti: sono circa 2.600 gli ex parlamentari che ricevono vitalizi e l’ammontare della spesa dello Stato per queste prestazioni è, al 2018, superiore ai 200 milioni di euro.

Esistono poi casi di ex parlamentari che sono rimasti in carica solo pochi giorni, durante i quali magari non sono mai fisicamente entrati in Parlamento, e godono del vitalizio.

È infine vero che esista spesso una sproporzione notevole tra quanto versato e quanto ricevuto dagli ex onorevoli, in particolare se sono rimasti in carica per poco tempo e se hanno iniziato a percepire il vitalizio in giovane età.


Agi. 2018-06-28. In cosa consiste la sforbiciata ai vitalizi, in numeri

Circa 40 milioni di risparmi per le casse della Camera, una cifra che si aggira intorno ai 200 milioni per l’intera legislatura. è questo l’obiettivo della sforbiciata che il presidente della Camera, Roberto Fico, intende dare ai vitalizi degli ex deputati, che ad oggi ammontano a 1.405.

Un taglio che riguarda una platea di 1.338 vitalizi, che saranno ricalcolati secondo il metodo contributivo e che, quindi, subiranno una diminuzione dal 40 al 60% dell’importo finora percepito. Saranno invece salvi 67 ex deputati, il cui vitalizio non subirà alcun ritocco ma per loro viene introdotto un tetto massimo. La ratio è che con il ricalcolo avrebbero incassato un assegno di importo maggiore e, quindi, viene messo un tetto limite che si calcola sulla base dell’ultimo vitalizio percepito al 31 ottobre 2018. Infine, vengono previsti due tetti minimi: il primo pari a 980 euro, il secondo pari a 1.470.

In vigore dal 1 novembre 2018, ma solo alla Camera

Se la riforma voluta da Fico e dai 5 stelle vedrà la luce senza modifiche, le nuove norme entreranno in vigore il 1 novembre del 2018. Questi, in sintesi, i contenuti principali del testo di delibera illustrato oggi da Fico all’Ufficio di presidenza della Camera. Le proposte di modifica dovranno essere presentate entro giovedì prossimo, 5 luglio, mentre la discussione e le votazioni si svolgeranno dalla settimana successiva. L’obiettivo di Fico è di approvare la delibera entro la fine di luglio, quindi prima della pausa estiva. Ma la riforma riguarderà solo Montecitorio. Il Senato, infatti, non ha ancora provveduto a predisporre un testo.

In cosa consiste la riforma dei vitalizi

La delibera presentata oggi da Fico mira a superare il regime dei vitalizi tutt’ora in essere per circa 2.600 ex parlamentari tra Camera e Senato, per una cifra che nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro, mentre nel 2017 è cresciuta, toccando quota 206,28 milioni di euro e la stima fatta dall’Inps è che nel 2018 dovrebbe crescere ancora, arrivando a toccare quota 206,94 milioni.

Nel 2012 Camera e Senato avevano provveduto a modificare il sistema pensionistico dei parlamentari sul modello contributivo, eliminando quindi per il futuro il regime dei vitalizi, rimasto in essere solo per gli ex parlamentari al momento dell’entrata in vigore della riforma. Con la delibera illustrata oggi i 5 stelle puntano a riformare l’intero sistema pensionistico, ampliando la platea di intervento agli ex deputati. Si procede, appunto, con la rideterminazione secondo i principi del metodo di calcolo contributivo degli assegni vitalizi, delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata e dei trattamenti di reversibilità maturati sulla base della normativa vigente alla data del 31 dicembre 2011.

La rideterminazione, ha spiegato il presidente della Camera illustrando la delibera – per la cui elaborazione Fico si è avvalso della collaborazione di Inps e Istat – è effettuata moltiplicando il montante contributivo individuale per il coefficiente di trasformazione relativo all’età anagrafica del deputato alla data della decorrenza dell’assegno vitalizio o del trattamento previdenziale pro rata. La base imponibile contributiva è determinata, secondo quanto previsto dalle disposizioni per i dipendenti pubblici, sulla base dell’ammontare dell’indennità parlamentare lorda definito dalla normativa vigente nel periodo di riferimento.

La quota di contribuzione a carico del deputato è pari all’aliquota percentuale della base imponibile prevista dalla normativa di riferimento, ivi ricomprendendo l’aliquota della eventuale contribuzione ai fini del completamento volontario del quinquennio della legislatura e l’aliquota della eventuale contribuzione aggiuntiva ai fini del conseguimento del diritto al trattamento di reversibilità.

Il calcolo delle aliquote

La quota di contribuzione a carico della Camera dei deputati è pari al prodotto tra l’aliquota percentuale a carico del deputato e il valore di 2,75. Il montante contributivo individuale, rivalutato sulla base dell’andamento del Pil in conformità a quanto previsto nell’ordinamento generale, viene trasformato in prestazione pensionistica applicando i coefficienti di trasformazione, determinati ad hoc dall’Inps relativi all’età anagrafica dei deputati alla data della decorrenza dell’assegno vitalizio o del trattamento previdenziale pro rata.

Per quanto riguarda i trattamenti di reversibilità, le quote previste dalla normativa vigente ai fini della liquidazione dei trattamenti di reversibilità sono rapportate al trattamento previdenziale spettante all’avente causa. Quanto ai limiti massimi e minimi del trattamento previdenziale, nella delibera si prevede che l’ammontare dei trattamenti previdenziali rideterminati non può comunque superare l’importo degli assegni vitalizi in vigore alla data dell’inizio del mandato parlamentare di ciascun deputato. Inoltre, l’ammontare dei nuovi vitalizi non può comunque essere inferiore all’importo del trattamento previdenziale maturato da un deputato che abbia svolto il mandato parlamentare nella sola XVII legislatura e che abbia maturato il diritto al compimento del 65mo anno di età, corrispondente a 980 euro netti mensili.

Nel caso in cui la rideterminazione del trattamento secondo la proposta di deliberazione sia superiore al 50% di quello in godimento, il limite minimo è aumentato a 1.470 euro.

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