Pubblicato in: Economia e Produzione Industriale, Sistemi Economici, Unione Europea

Europa. Lavoro Part time. Da risorsa a ghetto.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-06-18.

Lavoratori 001

Il part time è semplicemente una forma di contratto di lavoro ad orario ridotto, cui corrisponde usualmente una congrua riduzione dell’emolumento e dei contributi versati. Si noti come le legislazioni varino in modo significativo da stato a stato dell’Unione Europea: per questo motivo abbiamo tenuto una definizione generica.

Prima di addentrarci, potrebbe essere utile fare almeno alcune considerazioni generali.

La prima considerazione verte il ruolo dei mezzi. Un mezzo è di per sé stesso neutro: acquista un suo significato nel contesto e per le finalità per le quali è usato. Per spiegarci meglio, un coltello altro non è che una lama metallica affilata con un manico. Può essere usato per tagliare fini fettine di un buon salame stagionato, oppure per sgozzare una persona: non dipenda da esso il fine per cui è stato utilizzato.

La seconda considerazione prende atto di come il part time risolva brillantemente le esigenze di una certa quale quota di popolazione che sarebbe indisponibile a lavorare a tempo pieno, per problemi personali oppure familiari, I casi classici sono gli studenti e le donne con famiglia. Non solo queste categorie possono guadagnarsi un qualcosa dignitosamente, ma mettono anche a disposizione della società le proprie competenze, che spesso sono importanti.

La terza considerazione verte invece sul fatto che ad un lavoro part time corrispondono minori contributi versati, se ovviamente previsti dalla legislazione. Quanti lavorano a part time contribuiscono in maniera ridotta alle entrate delle casse pensionistiche e, di conseguenza, al memento del pensionamento godranno di pensioni ridotte, con le quali non sarà possibile svolgere una dignitosa vita da pensionati. In linea generale questa situazione diventa un gradito aiuto all’economica familiare, non certo il cespite primario.

La quarta considerazione verte invece sull’uso ‘improprio’ del part time. Quando un mercato del lavoro stagna, le persone in cerca di un lavoro si devono accontentare di quello che trovano, e molto spesso accettano un part time. Questa categoria è solitamente denominata ‘involontaria‘, perché formata da persone che avrebbero desiderato trovare piena occupazione, ma non ci sono riusciti. La quota percentuale degli ‘involontari‘ è uno dei tanti segni di disagio lavorativo.

La quinta considerazione riguarda invece la modalità di classificazione del fenomeno. Il problema non è lessicologico sul valore del termine ‘occupato‘: il buon senso suggerirebbe trattarsi di una persona che lavori guadagnando almeno quel tanto che basta per mantenere sé stesso e la propria famiglia in modo dignitoso. La maggior parte degli Istituti di Statistica europei considerano invece ‘occupato‘ chiunque nel mese precedente al rilevamento abbia lavorato in modo retribuito almeno una ora. È del tutto evidente come i lavoratori a part time siano considerati occupati a tutti gli effetti statistici. Questa ambiguità definitiva determina una grande confusione, anche se abbellisce le statistiche degli occupati. A voler esser caustici, si potrebbe dire che se gli Istituti di Statistica definissero ‘occupati‘ tutti i cittadini dello stato, l’occupazione sarebbe del 100% e sarebbe anche inutile rilevarla.

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2018-06-10__Eurostat_Part_Time__001

«43 million persons aged 15 to 64 in the European Union (EU) worked part-time in 2017. This represents one in five (19.4%) persons having a job in the EU »

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«In 2017, this proportion was still much higher for women (31.7%) than for men (8.8%).»

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«Across the EU Member States, part-time employment was by far the most common in the Netherlands, with half (49.8%) of all employed persons aged 15 to 64 working part-time in 2017. After the Netherlands, about one in four employed persons worked part-time in Austria (27.9%), Germany (26.9%), Denmark (25.3%), the United Kingdom (24.9), Belgium (24.5%) and Sweden (23.3%).»

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«Low shares were also recorded in Slovakia (5.8%), the Czech Republic (6.2%), Poland (6.6%), Romania (6.8%), Lithuania (7.6%) and Latvia (7.7%).»

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«Among those persons in the EU employed part-time in 2017, over a quarter (26.4%) did not actively choose this working pattern»

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«The highest shares of involuntary part-time work across the EU were recorded in Greece (70.2% of persons employed part-time) and Cyprus (67.4%), followed by Italy (62.5%), Spain (61.1%), Bulgaria (58.7%), Romania (55.8%), Portugal (47.5%) and France (43.1%).»

2018-06-10__Eurostat_Part_Time__002

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Questi dati dovrebbero dare molto da pensare, specie ai nostri governanti.

Che in Italia ed in Spagna il 62.5% ed il 61.1%, rispettivamente, degli occupati a part time abbiano accettato un simile posto non riuscendo a trovare un lavoro a tempo pieno la conta lunga sullo stato di questi sistemi economici. Che poi anche il 43.1% dei francesi a part time siano in simile condizione non è certo buona notizia da quel paese.

Non conforta venire a sapere che il 49.8% degli olandesi lavori a part time, né tanto meno che il 46.4% delle donne tedesche sia in simili condizioni. Un fenomeno del genere è, come minimo, una bomba ad orologeria pensionistica di non poco rilievo.

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Concludiamo con una unica raccomandazione.

Ogniqualvolta si incontri un termine, ci si premuri di verificare la definizione sotto la quale è stato usato: spesso di si trova di fronte a sorprese inaspettate.

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Eurostat ha rilasciato il Report «Part-time employment as percentage of the total employment, by sex and age (%)» ed il Report «Involuntary part-time employment as percentage of the total part-time employment, by sex and age (%)»

Sempre Eurostat pubblica un commento ai dai prodotti:

«How common – and how voluntary – is part-time employment?»

43 million persons aged 15 to 64 in the European Union (EU) worked part-time in 2017. This represents one in five (19.4%) persons having a job in the EU. Part-time employment as a percentage of total employment has fluctuated between 15.6% and 19.6% over the last 15 years in the EU.

In 2017, this proportion was still much higher for women (31.7%) than for men (8.8%). It was also slightly higher in the euro area (21.6%) than in the EU (19.4%).

Highest share of part-time employment in the Netherlands; lowest in Bulgaria

Across the EU Member States, part-time employment was by far the most common in the Netherlands, with half (49.8%) of all employed persons aged 15 to 64 working part-time in 2017. After the Netherlands, about one in four employed persons worked part-time in Austria (27.9%), Germany (26.9%), Denmark (25.3%), the United Kingdom (24.9), Belgium (24.5%) and Sweden (23.3%).

At the opposite end of the scale, part-time employment accounted for less than 5% of all employment in Bulgaria (2.2%), Hungary (4.3%) and Croatia (4.8%). Low shares were also recorded in Slovakia (5.8%), the Czech Republic (6.2%), Poland (6.6%), Romania (6.8%), Lithuania (7.6%) and Latvia (7.7%).

Involuntary part-time work highest in southern Member States

Among those persons in the EU employed part-time in 2017, over a quarter (26.4%) did not actively choose this working pattern.

The highest shares of involuntary part-time work across the EU were recorded in Greece (70.2% of persons employed part-time) and Cyprus (67.4%), followed by Italy (62.5%), Spain (61.1%), Bulgaria (58.7%), Romania (55.8%), Portugal (47.5%) and France (43.1%).

In contrast, involuntary part time represented less than 10% of total part-time employment in Estonia (7.5%), Belgium (7.8%), the Netherlands (8.2%), the Czech Republic (9.1%) and Malta (9.6%).

Further information on part-time work can be found in this Statistics Explained article.

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