Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Senza categoria, Unione Europea

Finita l’orgia delle promesse arrivano i conti: per iniziare, 100 miliardi.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-05-14.

Michelangelo. Noè. Sisitina.

«lunga promessa con l’attender corto / ti farà trïunfar ne l’alto seggio»

Dante. Inferno. XXVII.


In tutta l’Europa, ma soprattutto in Italia, le ultime campagne elettorali sono state caratterizzate da promesse mirabolanti, faraoniche.

Elezioni 2018, tutte le promesse elettorali. “Canone, bollo e pensioni: tutte le promesse elettorali a due mesi dal voto“

«la corsa a chi la spara più grossa è iniziata già da un bel po’. Né si intravedono inversioni di rotta. Dall’abolizione del canone Rai al salario minimo, dal reddito di cittadinanza alle pensioni. Senza dimenticare la cancellazione di Jobs Act, legge Fornero, bollo auto, tasse universitarie… la lista delle promesse elettorali è già piuttosto corposa, il conto (in termini di risorse da investire) si prevede salato e al voto mancano ancora due mesi: il bello deve ancora venire.“»

Facendo un ‘conto della serva‘, se tutte le promesse fatte messe assieme fossero mantenute, il conto da pagare sarebbe circa 700 miliardi. Una gran bella cifretta.

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Per disgrazia dei nostri uomini politici la nostra Costituzione ha anche un patetico articolo 81.

«Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.

Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.»

Ma si sa che leggi e regolamenti servono esclusivamente a coloro che proprio non sanno come fare a regolarsi: di conseguenza, i politici hanno vissuto felici e beati ignorando il concetto di copertura.

Non a caso il nostro debito sovrano si aggirava sui 2,286.451 miliardi a febbraio 2018.

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Questa estate e questo autunno si preannunciano roventi.

Per impegni pregressi dovrebbe scattare un incremento dell’Iva, sempre che qualche santo non provveda altrimenti.

Poi, a novembre, dovrebbero cessare i QE della Banca Centrale Europea, e l’Italia perderà il grande acquirente dei suoi titoli di stato. Dovrà cercarsene altri.

Infine, a livello mondiale i tassi di interesse si stanno innalzando. L’aumento di un solo punto percentuale su 2,286.451 miliardi significa un incremento di 23 miliardi negli interessi dovuti, ed altrettanti di ridotte entrate nei rinnovi.

In parole povere, non solo parlare di promesse da mantenere è stravagante, ma si sarà costretti a parlare, al contario, di come fare a pagare i conti.

Italia. Manovra da trenta miliardi. I masochisti voteranno a favore. 2017-12-04.

Conti Pubblici. Manovra. I 30 miliardi che sono 70, ma raddoppieranno. 2018-03-24.

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Quegli incredibili allegroni del Corriere della Sera stimano il valore della manovra necessaria a circa 100 miliardi, perché non tengono conto anche degli aggravi sul debito sovrano.

Qualcuno parla anche di spending review, nome altisonante per indicare tagli di bilancio.

Ma è impossibile tagliare proprio quello che si era promesso di rinvigorire.

È più facile che i pescecani diventino vegetariani.

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Poniamo quindi una domanda finale.

Come sarebbe mai possibile parlare di “crescita” quando sul Contribuente arriva una mazzolata del genere?


Corriere. 2018-05-14. Manovra fino a 100 miliardi di euro Tutte le voci fra tagli e nuovo Fisco

Per Flat Tax, pensioni e reddito di cittadinanza le risorse arriverebbero da un condono fiscale, dal taglio delle agevolazioni e dalla crescita. Il rischio di una nuova clausola di salvaguardia (in teoria vietata)

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Il pacchetto economico del programma di governo di Lega e Movimento 5 Stelle costa almeno 65 miliardi di euro. Almeno, perché a seconda delle stime si può arrivare fino a 100 miliardi. La voce più corposa è la flat tax, la tassa piatta con due aliquote al 15 e al 20%. Secondo la Lega il costo netto è di 26 miliardi di euro. La cifra è un po’ ballerina perché dipende da come verrà costruito concretamente il meccanismo. In mancanza di dettagli molto cambia a seconda dal punto di vista.

Pochi mesi fa il servizio studi della Camera aveva stimato in 33 miliardi di euro il costo di una flat tax meno ambiziosa, quella con aliquota unica al 23% proposta da Forza Italia. Mentre qualche anno fa la relazione tecnica del ministero del Tesoro aveva indicato in 18 miliardi il costo di una flat tax ancora più prudente, quella pensata dal governo Berlusconi con due aliquote più alte, al 23% e al 33%. Il problema è quello di sempre: dove trovare i soldi. Ma anche come costruire in concreto le coperture.

Nel primo anno la flat tax dovrebbe essere finanziata con un condono che consentirebbe di chiudere i conti aperti con il Fisco pagando il 10% del dovuto. Una misura una tantum che porterebbe in dote circa 30 miliardi di euro. Nel primo anno basterebbe, sempre che funzioni. Negli anni successivi il condono verrebbe sostituito da un’altra voce: l’aumento del gettito portato dalla crescita dei consumi, spinti a loro volta proprio dal taglio delle tasse. Si resterebbe in pari, o quasi. Con un problema però.

Il minore incasso legato al taglio delle tasse sarebbe una certezza. Il maggiore incasso che lo dovrebbe compensare solo una probabilità. Il costo reale della flat tax, quindi, potrebbe essere più alto. Ma soprattutto condono e crescita non possono essere utilizzate come coperture.

Altrimenti c’è il rischio di vedersi rinviare una legge in Parlamento dal capo dello Stato, che non a caso proprio in questi giorni ha citato i precedenti nel ramo di Luigi Einaudi. La soluzione starebbe nelle clausole di salvaguardia, cioè un piano B pronto a scattare solo in caso di necessità. Dopo l’ampio utilizzo degli ultimi anni, l’introduzione di nuove clausole di salvaguardia è vietata per legge. È vero che le leggi possono essere sempre cambiate. Resta il paradosso che la clausola potrebbe prendere la forma di un aumento dell’Iva. E il conto potrebbe essere molto più salato di quello da 12,5 miliardi previsto per il 2019 e che deve essere disinnescato.

Per le coperture ci sono altre voci: almeno 20 miliardi dovrebbero arrivare dal taglio delle agevolazioni fiscali, comprese quelle per le ristrutturazioni edilizie salvando però i rimborsi già in corso, una decina da nuove misure da spending review, tagli di spesa ancora da definire. Questi soldi, però, servirebbero a finanziare, oltre allo stop dell’aumento dell’Iva, le altre misure del pacchetto: almeno 5 miliardi per le pensioni con l’introduzione di «quota 100», almeno 17 per il reddito di cittadinanza, cominciando però nel 2019 con i 2 miliardi per il potenziamento dei centri per l’impiego. Sul punto le stime variano: di 15 miliardi ha parlato l’Istat, secondo l’Inps sarebbero il doppio. In caso di necessità la copertura aggiuntiva potrebbe arrivare da un aumento del deficit. L’Unione Europea direbbe di no perché negli anni passati abbiamo già sfruttato tutti i margini di flessibilità possibili. Ma sfidare Bruxelles, per un governo Lega—M5S più che un ostacolo sarebbe una tentazione.

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