Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Sarebbe proibito parlare del Friuli, ma se lo fa il Corriere….

Giuseppe Sandro Mela.

2018-04-28.

Tomba_002

Nella Fattoria degli Animali tutti gli animali erano eguali tra di loro, ma alcuni di essi erano più eguali di altri.

Il mondo è paese, e l’Italia non fa certo eccezione.

Con anche tutte le stranezze italiane.

I media a ‘larga tiratura’ sono rimasti saldamente legati ai liberal ed al partito democratico, e ne parlano come se fossero ancora in vita politica. Ma sono invece morti e defunti, ed i giornali li seguono a stretto giro di posta. Almeno i Dialoghi dei Morti di Luciano di Salmosata erano di piacevole lettura: queste testate farneticano come se il pd esistesse ancora come forza politica.

Ma quanto contano ancora le grandi testate giornalistiche?

Vendite giornali ottobre 2017. Repubblica e Corriere mai così giù, gli altri…

2018-04-28__Giornali__001

«Nel 1992 Repubblica vendeva il venerdì fino a 850 mila copie,  …. Poco di meno vendeva il Corriere della Sera.»

*

«Anche il Corriere ha perso due terzi delle sue vendite di un tempo. È sceso a 191.321 copie»

*

«la gente è stufa di giornali anti, di giornale a tesi preconcetta, dove anche la cronaca nera è imprigionata dal pregiudizio»

* * * *

Siamo chiari: i giornali attuali sono in perdita, tirano e vendono quote da Burundi. Un bel giorno falliranno e nessuno li potrà rimpiangere.

Orbene.

Dall’alto, dal basso si potrebbe dire, delle sue 191mila copie vendute, il Corriere della Sera esce con l’allegato articolo sulle elezioni di domani nel Friuli Venezia Giulia.

È stato sufficiente un governo di sinistra per decretare la sua morte. Debora Serracchiani ha sistematicamente distrutto il partito democratico con implacabile odio satanico: nulla è restato intentato pur di danneggiarlo. Ed alla fine sembrerebbe esserci riuscita.

«i dati delle elezioni politiche del 4 marzo, con la Lega primo partito al 25,8%, Forza Italia al 10,7% e M5S al 24,6%»

*

«Negli ultimi due anni il Pd ha perso tutto quel che poteva perdere, cominciando con l’esito disastroso del referendum del 4 dicembre 2016. Tre capoluoghi come Trieste, Pordenone e Gorizia, e poi Ronchi dei Legionari, Codroipo, fino a una roccaforte operaia come Monfalcone, forse la sconfitta più simbolica e sanguinosa.»

* * *

Per i democratici è sempre colpa degli altri: il giorno che faranno autocritica si suicideranno in massa.

Nota.

Ripetiamo per chiarezza che le elezioni in Friuli Venezia Giulia sono elezioni locali, estrapolare i risultati a livello nazionale sarebbe incorretto e, quindi, anche pericoloso.

Se proprio non si riuscisse a vincere la tentazione, da un punto di vista statistico sarebbero significative solo variazioni superiori ai quattro punti percentuali.


Corriere. 2018-04-28. Elezioni Friuli Venezia Giulia, la posta in gioco Centrodestra avanti e il Pd rischia di arrivare terzo

L’esito delle elezioni regionali condizionerà le trattative per il governo. Al lumicino le speranze dei dem, che hanno governato negli ultimi 5 anni. Il M5S candida un ex An

*

«Il povero Bolzonello». I due anziani militanti della Cgil hanno appena ripiegato le bandiere e si allontanano bofonchiando tra loro sotto i portici della città vecchia. Piazza Cavana si svuota, resta qualche fedelissimo per un brindisi, e ne abbiamo visti di più allegri. Alla chiusura della campagna elettorale del candidato democratico si respira l’ineluttabile a pieni polmoni. «Brav’uomo» dice un sindacalista. «La persona giusta nel momento sbagliato» replica l’altro. Sospirano entrambi, poi se ne vanno. Alla vigilia delle Regionali sembra quasi che il Friuli Venezia Giulia, terra bellissima e operosa con un Pil stimato a 37,2 miliardi di euro, più 1,8 per cento rispetto all’anno precedente, quasi un punto sopra la media nazionale, la prima in Italia per quota d’imprese collegate online con la pubblica amministrazione, sia una tappa di passaggio, lembo d’Italia reso ancora più estremo e distante del solito dalle circostanze. Il risultato della partita locale servirà solo a definire i rapporti di forza, soprattutto nel centrodestra, con le eventuali ricadute che verranno percepite e utilizzate a livello nazionale. Il risultato non pare in discussione. «Potevo fare il ministro» urla Massimiliano Fedriga dal palco in piazza della Borsa, con un benedicente Matteo Salvini al suo fianco. «Invece sono rimasto qui per amore della mia terra».

C’è chi è scappato a Roma, ammicca il candidato di tutto il centrodestra, ma leghista purissimo dalla tenera età di 15 anni, facile riferimento a Debora Serracchiani, presidente uscente che ha passato la mano. «Io invece ho scelto la mia gente per non consegnare la regione a chi l’ha distrutta». Le certezze si sprecano, corroborate da eloquenti sondaggi. «Perché, c’è qualcuno che ha dei dubbi?» sorride Roberto Dipiazza, sindaco dal temperamento guascone che accompagna Silvio Berlusconi durante la sua visita. L’ex presidente del Consiglio ha battuto la regione in lungo e in largo, sostenendo in pubblico l’importanza di non avere un distacco eccessivo dalla Lega. Gli umori del territorio potranno incidere sulla conta finale. Forza Italia ha fatto e disfatto, bruciando in serie una decina di possibili candidati alla presidenza della regione. Quando è stata trovata la quadra sul nome dell’ex governatore Renzo Tondo, la ribellione della base leghista ha imposto la virata su Fedriga, volto noto dei talk televisivi, candidato più riluttante di quanto appaia, con una squadra ancora da pensare, al punto da aver annunciato assessori tutti esterni. Il serrate le fila berlusconiano deve fare i conti anche con parecchi mal di pancia interni al suo partito.

A eliminare qualunque suspence sul risultato finale non ci sono soltanto i dati delle elezioni politiche del 4 marzo, con la Lega primo partito al 25,8%, Forza Italia al 10,7% e M5S al 24,6%. Negli ultimi due anni il Pd ha perso tutto quel che poteva perdere, cominciando con l’esito disastroso del referendum del 4 dicembre 2016. Tre capoluoghi come Trieste, Pordenone e Gorizia, e poi Ronchi dei Legionari, Codroipo, fino a una roccaforte operaia come Monfalcone, forse la sconfitta più simbolica e sanguinosa. Il Friuli Venezia Giulia è uno dei sintomi più evidenti della malattia dei democratici. Debora Serracchiani, il convitato di pietra di queste Regionali, è stata presidente di Regione e vicesegretaria del Pd, un doppio impegno diventato ben presto spina nel fianco a casa sua.

All’ex ragazza prodigio del centrosinistra i detrattori rimproverano l’imposizione di un modello di potere calato dell’alto. E così a Sergio Bolzonello, il suo vice nella legislatura appena conclusa, ex sindaco di Pordenone, di formazione liberale, è toccata una campagna elettorale controvento, in bilico tra lealtà e distinguo. «Io e Debora siamo diversi. Il mio decisionismo passa sempre attraverso il confronto. Anche se in alcuni momenti avrei dovuto cercare maggiore distacco, non ho nulla da rimproverarle. Ora è vituperata da tutti, ma credo che nel tempo il giudizio sul suo e nostro lavoro verrà scritto in altro modo». La grande paura dei dem è il terzo posto, con la piazza d’onore ceduta ai 5 Stelle, che schierano Alessandro Fraleoni Morgera. Un ricercatore universitario, romano di nascita, trasferito nel 2008 a Trieste da Bologna, ex militante di An, che ha puntato tutto sull’attacco frontale alla giunta uscente. Nella sua recente tappa a Udine, Luigi Di Maio ha messo le mani avanti. «Le elezioni regionali vanno staccate dal discorso nazionale». Ma alla fine non resteranno che i numeri, tutti da giocare su un altro tavolo. Il Friuli Venezia Giulia, un apostrofo più o meno rosa tra le parole Roma e governo.

Annunci