Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Unione Europea. Non stiamo arrivando. Siamo arrivati.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-19.

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Il tempo passato non ritorna mai più. Ci fosse ancora Selīm-i sānī, detto Sarhoş …


Comprendiamo più che bene, benissimo, l’allarmato urlo di dolore che il dr. Luca Veronese leva al Grande Architetto dalle colonne de Il Sole 24 Ore.

Quel figliolo crede che il partito democratico abbia preso la maggioranza assoluta  dei voti alle scorse elezioni.

Invece conta meno del 19%: fin troppi, potrebbe dire qualcuno. Ma alle elezioni europee valeva il 40.8%.

Nei collegi uninominali la Boldrini ha preso il 4.6% dei voti, Pietro Grasso è arrivato al 5.8%, e D’Alema ha fatto il 5.4%.

Suvvia: qualche buon samaritano glielo faccia presente, ma con garbo.

«Il populismo avanza»

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Ma non avanza mica soltanto nei paesi dell’est.

Il dr. Luca Veronese dovrebbe ricordarsi anche del 24 settembre in Germania e del 4 marzo in Italia. La Große Koalition ha perso 189 deputati e la sua riedizione sta in piedi con gli spilli. In Italia il partito democratico è crollato dal 40.8% delle elezioni europee all’attuale 18.72%: una débâcle. In Francia il partito socialista è sceso dal 61% all’8%.

Il fatto nuovo, vera e propria mutazione genetica, è che gli Elettori non votano più liberal e socialisti ideologici: non ne vogliono più sapere.

Gli Elettori hanno votato quelle formazioni che il dr. Luca Veronese, ed con Lui i corifei liberal e socialista, hanno denominato in modo spregiativo “populisti” e “nazionalisti“, quasi che questi siano degli eretici da mettere al rogo.

«La deriva nazionalista avviata da Viktor Orban in Ungheria ha trovato da anni un solido alleato nella Polonia di Jaroslaw Kaczynski. La spaccatura, con Bruxelles e con i Paesi occidentali, è evidente anche se si guarda a una serie di accadimenti di queste settimane: l’elezione alla presidenza della Repubblica Ceca del filorusso Milos Zeman; le controverse riforme della Romania messa sotto osservazione dalla Commissione; la crisi di governo e le rivolte di piazza in Slovacchia che stanno favorendo i partiti di destra; alcuni segnali che vengono dai Balcani, e dalla Serbia in particolare, che pur coinvolta nella strategia di allargamento della Commissione Ue mantiene legami strettissimi con Mosca»

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E come se il cahiers de doléances non fosse sufficiente, aggiunge mestamente:

«la diplomazia economica della Cina mette pressioni sui governi»

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«Brexit apre prospettive del tutto inattese»

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Il Sole 24 Ore aggiunge stupefatto alcuni statement di Mr Orban.

«gli Stati uniti d’Europa sono una follia»

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«l’Unione europea deve essere un’unione di patrie»

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«le democrazie occidentali sono ormai fallite»

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I commenti del dr. Luca Veronese sembrerebbero essere stati presi dal manuale del perfetto liberal.

«Non è solo euroscetticismo, è qualcosa di più: xenofobia quando si discute di flussi migratori, autoritarismo che smantella lo Stato di diritto quando deve riaffermare il proprio potere; sovranismo che calpesta i principi fondanti dell’Unione e bada solo a incassare i fondi comunitari indispensabili per sostenere l’economia nazionale»

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Si notino i termini: “euroscetticismo“, “xenofobia“, “autoritarismo“, “sovranismo“, etc., etc. Sono i peggiori insulti che può fare un liberal, se si eccettua l’esecrando ‘omofobo‘.

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Caro Sole 24 Ore, il partito democratico, nipotino maldestro del partito comunista italiano, è politicamente defunto. Come prima ricordato, ma il ripasso è sempre utile, nei collegi uninominali i suoi leader hanno raggranellato il voto di alcuni dei loro parenti: la Boldrini ha preso il 4.6% dei voti, Pietro Grasso è arrivato al 5.8%, e D’Alema ha fatto il 5.4%, battuto dalla candidata Cinquestelle Barbara Lezzi con il 38.3%.

Adesso pigliatevi un pochino di tempo per elaborare il lutto: siete diventati la minoranza.

Sprazzi intellettivi nel partito comunista… pardon, democratico.

«è arrivato il momento di capire il perché»

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«Dopo aver vituperato il popolo rozzo e ingrato. Dopo averlo coperto di improperi. Dopo aver sottolineato la propria indiscussa superiorità morale e antropologica sul popolo bruto e beota che si è permesso di ripudiarti con una certa corale sbrigatività. Dopo aver deplorato la mancanza di eleganza dei nuovi sanculotti che non ti stanno più a sentire. Dopo aver tuittato furiosamente contro il popolo tuittatore. Dopo aver mugugnato sui social sulla strapotenza dei social in un’epoca in cui il popolaccio si è messo alla tastiera e non vota più le avanguardie del pensiero. Dopo aver inveito contro la pancia del Paese, perché la pancia sono sempre gli altri e tu sei il cervello misconosciuto dalla volgarità dei più. Dopo aver indicato nei bassi istinti, nelle spregevoli pulsioni, nell’irrazionale e puerile rabbia la forza di chi ti è alieno mentre tu incarnavi per decreto il voto razionale, saggio, pensoso sugli interessi generali di un Paese panciuto che ha pure la sfrontatezza di voltarti le spalle, dopo tutto questo ora magari sarebbe il caso di capire cosa accade nel mondo, attrezzarsi di pazienza, magari addirittura, dopo aver studiato finalmente cose utili, mettere il naso fuori dai nostri appartamenti.»

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In ogni caso, ringraziamo di cuore il dr. Luca Veronese.

È anche grazie ai suoi articoli ed alle idee che propugna che il partito democratico è stato annientato in Italia.

Auspichiamo che perseveri su questa strada fino alla sua totale scomparsa: è un alleato prezioso.


Sole 24 Ore. 2018-02-18. Non solo Orban e Kaczynski: il populismo avanza a Est

L’Europa dell’Est si sta allontanando dal nucleo centrale dell’Unione. La deriva nazionalista avviata da Viktor Orban in Ungheria ha trovato da anni un solido alleato nella Polonia di Jaroslaw Kaczynski. La spaccatura, con Bruxelles e con i Paesi occidentali, è evidente anche se si guarda a una serie di accadimenti di queste settimane: l’elezione alla presidenza della Repubblica Ceca del filorusso Milos Zeman; le controverse riforme della Romania messa sotto osservazione dalla Commissione; la crisi di governo e le rivolte di piazza in Slovacchia che stanno favorendo i partiti di destra; alcuni segnali che vengono dai Balcani, e dalla Serbia in particolare, che pur coinvolta nella strategia di allargamento della Commissione Ue mantiene legami strettissimi con Mosca.

Il continente europeo è diviso come non accadeva dalla Guerra Fredda e di certo le contrapposizioni tra l’Occidente e la Russia hanno un ruolo nella deriva dell’Est. A questo si aggiunge l’imprevedibilità degli Usa di Donald Trump, un vero idolo per molti leader dell’area. Mentre la diplomazia economica della Cina mette pressioni sui governi. E Brexit apre prospettive del tutto inattese.

La Germania e la Francia vogliono «più Europa»: tentano di rianimare l’Unione, rilanciando le riforme, a partire dall’economia, per creare un blocco più solido, attorno all’euro. Hanno l’appoggio di Italia e Spagna. Trovano però resistenze nei Paesi del Nord che – guardando alla mutualizzazione del debito – non si fidano del Sud mediterraneo. È Emmanuel Macron a proporsi alla testa di questo nuovo euroattivismo, a costo di lasciare indietro qualcuno: «Dobbiamo fare dell’Europa una potenza in tutti i settori. Ma non possiamo – ha detto il presidente francese – aspettare che tutti siano pronti. Chi non lo è non può fermare gli altri».

In direzione opposta si muovono sempre più Paesi dell’Europa centro-orientale: attorno a Ungheria e Polonia si è consolidata la convinzione – ribadita dallo stesso Orban – che «le democrazie occidentali sono ormai fallite»,che «l’Unione europea deve essere un’unione di patrie», che «gli Stati uniti d’Europa sono una follia». Non è solo euroscetticismo, è qualcosa di più: xenofobia quando si discute di flussi migratori, autoritarismo che smantella lo Stato di diritto quando deve riaffermare il proprio potere; sovranismo che calpesta i principi fondanti dell’Unione e bada solo a incassare i fondi comunitari indispensabili per sostenere l’economia nazionale.

Sì, perché la deriva è tutta politica. Mentre l’economia dei Paesi dell’Est resta agganciata agli scambi e agli investimenti occidentali. In alcuni casi, come per la Slovacchia o la Repubblica Ceca, quasi completamente integrata nella grande fabbrica tedesca. Ed è la ripresa dell’Europa occidentale a rafforzare la corsa del Pil della Polonia o dell’Ungheria. La loro principale preoccupazione in questa fase riguarda il nuovo budget Ue, cioè la redistribuzione dei finanziamenti dopo il 2020. Mentre guadagnano consensi con le rivendicazioni nei confronti delle economie più ricche: nell’Europa dell’Est il Pil pro capite non raggiunge i 10mila dollari annui, fermandosi a un quarto della media dell’Eurozona.

Il populismo e il nazionalismo esistono evidentemente anche nell’Europa occidentale. Ma comandano già – assieme o disgiunti – a Budapest, a Varsavia, a Praga, anche a Belgrado. E potrebbero farlo presto a Bratislava. «Gli immigrati vogliono portarci via la nostra patria, la nostra Ungheria», ripete Orban nei comizi di questi giorni, attaccando anche i poteri forti globali del «nemico della patria George Soros». Le elezioni del prossimo 8 aprile saranno un nuovo successo per il leader magiaro che per non perdere voti a destra ha inglobato anche numerose proposte dello Jobbik, il movimento razzista e ultranazionalista. La deriva dell’Est potrebbe essere solo all’inizio. E l’Europa in questo momento non sembra avere i mezzi per fermarla.

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