Pubblicato in: Devoluzione socialismo

Sprazzi intellettivi nel partito comunista… pardon, democratico.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-03-13.

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Mr Pierluigi Battista è penna sottile quanto arguta.

Ha messo il dito sulla piaga.

Il lemma, si scusi la terminologia matematica, è semplicissimo:

«è arrivato il momento di capire il perché»

Questo in effetti è il cuore del problema.

Vi sarebbe tanto, così come vi sarebbe poco da aggiungere.

L’abitudine di dare sempre la colpa agli altri è un residuo infantile che alla fine inibisce la concreta possibilità di poter e saper fare revisione critica del proprio pensato ed operato: conduce invariabilmente a fare errori.

Quello che a parere di molti è uno dei nodi del partito democratico è la loro ideologia profondamente statalista: questa poteva avere un suo ubi consistat decenni or sono, ma è del tutto inappropriata a comprendere e governare ciò che sta succedendo ora.

Un altro nodo è l’impossibilità teorica e pratica di far convivere mentalità contrastanti, massimamente quando le minoranze interne si rifiutano di comportarsi da minoranze, ma pretendono non tanto di essere sentite nella gestione, bensì di gestire essi stessi al posto della maggioranza.

Un caso da manuale sono gli on Grasso, Boldrini e D’Alema. Recuperati nel proporzionale, nei loro collegi hanno ottenuti voti per 5.8%, 4.68% e 5.4%, rispettivamente. Popolarità davvero esigua per proporsi con gestori del partito ed, ancor peggio, come interpreti del popolo italiano.

Da ultimo, ma non certo per ultimo, il politico è per sua natura una persona che osserva ed ascolta.

Solo i grandi statisti sono riusciti a far fare ai loro popoli quello che volevano: il politico usuale deve più o meno stare a sentire il popolo.


Corriere. 2018-03-12. Ci sarà un perché della sconfitta, no?

E adesso, passata una settimana di depressione luttuosa, si può ricominciare a pensare, persino a studiare. Dopo aver vituperato il popolo rozzo e ingrato. Dopo averlo coperto di improperi. Dopo aver sottolineato la propria indiscussa superiorità morale e antropologica sul popolo bruto e beota che si è permesso di ripudiarti con una certa corale sbrigatività. Dopo aver deplorato la mancanza di eleganza dei nuovi sanculotti che non ti stanno più a sentire. Dopo aver tuittato furiosamente contro il popolo tuittatore. Dopo aver mugugnato sui social sulla strapotenza dei social in un’epoca in cui il popolaccio si è messo alla tastiera e non vota più le avanguardie del pensiero. Dopo aver inveito contro la pancia del Paese, perché la pancia sono sempre gli altri e tu sei il cervello misconosciuto dalla volgarità dei più. Dopo aver indicato nei bassi istinti, nelle spregevoli pulsioni, nell’irrazionale e puerile rabbia la forza di chi ti è alieno mentre tu incarnavi per decreto il voto razionale, saggio, pensoso sugli interessi generali di un Paese panciuto che ha pure la sfrontatezza di voltarti le spalle, dopo tutto questo ora magari sarebbe il caso di capire cosa accade nel mondo, attrezzarsi di pazienza, magari addirittura, dopo aver studiato finalmente cose utili, mettere il naso fuori dai nostri appartamenti.

Ora, dopo il rituale e snervante piagnisteo sulla nequizia dei tempi, come gli aristocratici monarchici incartapecoriti che in «Anni difficili» di Dino Risi imprecavano contro il popolaccio che aveva appena votato per la Repubblica (il paragone è con gli aristocratici, non con la Repubblica scelta), è arrivato il momento di capire il perché e, come si fa nelle democrazie, attrezzarsi per andar meglio la prossima volta. Ora, dopo aver rimproverato, bacchettato, deplorato, redarguito, addirittura gli intellettuali potrebbero sfogliare qualche libro che magari è capace di andare più in profondità delle cose dette nelle conferenze stampa. Dopo aver metabolizzato la sconfitta, si può anche immaginare di rialzarsi un giorno di questi, a meno di non voler continuare nell’imprecazione malmostosa e patetica contro quello che accade e che accadendo tende a escluderti. Come quelli che insultano chi, amato, si ostina a non amarti. E ci sarà pure un perché, no?

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