Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Weimar. Lo spettro che si aggira in Occidente ed in Germania.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-11.

Weimar 001

Il problema presenta diverse chiavi di lettura, tutte valide.

In questa sede ci occuperemo solo dell’aspetto tecnico, perché è quello statisticamente meno affrontato.

Tramonto non dell’Occidente ma della dottrina illuminista.

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Diciamo subito che non esiste un sistema elettorale perfetto: ci si dovrebbe accontentare del meno peggio, in rapporto ai tempi.

Le leggi fondamentali della Repubblica di Roma, durata cinque secoli, avevano la gran bella caratteristica di essere semplici e, soprattutto, duttili. Si distingueva un tempo ordinario, quando erano eletti i due consoli e le altre cariche minori, da tempi straordinari, quando si eleggeva per sei mesi rinnovabili un dittatore con poteri assoluti.

I magistrati in carica non erano imputabili, ma finito il mandato potevano essere chiamati a rispondere di eventuali abusi.

I sistemi elettorali odierni in Occidente sono viziati da due assunzioni implicite.

La prima assunzione è che tutte le decisioni importanti siano prese in loggia, e quindi portate avanti e votate da tutti i confratelli equanimemente sparsi nei vari partiti. In pratica, i vari parlamenti sono inutili orpelli, specchietti per le allodole cinguettanti.

La seconda assunzione è che la loggia abbia effettivo potere. Fatto questo non sempre verificato.

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Questo sistema è andato bene per lungo tempo. Soddisfafa gli autocrati e dava oppio al popolo, che si illudeva di contare qualcosa.

Suffragio universale e ripartizione proporzionale dei seggi erano i due pilastri delle leggi elettorali. Idea invero balzana, perché non prevede la gestione in tempi di crisi.

Poi, negli ultimi anni si è dovuto constatare che accanto al declino economico dell’Occidente, oggi ridotto a circa un terzo del pil ppa mondiale, la loggia aveva perso in modo consistente potere anche all’interno della nazione. In altri termini, le decisioni prese dovevano per forza di cose confrontarsi con quello che pensava il resto del mondo internazionale e con le altre forze locali.

Di seguito, sono emerse nei diversi stati forze politiche, infiltrate sicuramente, ma non al punto tale da governarle. Si sono così venute a formare numerose forze politiche una divergente dall’altra, inconciliabili, spesso aggreganti urlatori di professione. Due le conseguenze.

La prima consiste nel fatto che i membri della loggia nel parlamento non erano più numericamente in maggioranza.

La seconda che la frammentazione politica impediva la formazione di un governo. Le raffiche di veti incrociati erano troppo forti per poter essere contrastati.

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Durante l’apice della crisi del 1958, il 13 maggio il generale De Gaulle fu chiamato al potere in una Francia dilaniata dalla guerra in Algeria. De Gaulle fu per l’«indipendenza nazionale» in rottura con il federalismo europeo e la divisione di Jalta: egli immaginava dunque una «Europa delle nazioni» basata sulla riconciliazione franco-tedesca e che avrebbe docuto andare«dall’Atlantico agli Urali», ovviamente sotto controllo francese.

Nel 1958 De Gaulle vara una riforma elettorale che nella sostanza è rimasta fino ad oggi. Il doppio turno obbliga i partiti a coalizzarsi, ma alla fine, per buona sostanza, va al governo la formazione di maggioranza relativa, pur dando l’impressione che sia stata eletta in modo proporzionale.

La Francia è rimasta l’unico paese europeo ad utilizzare in modo sistematico il doppio turno.

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Adesso nel chaos politico c’è la Germania. I partiti tradizionali hanno ideologie divergenti e nessun partito trova gran che piacere a parlare proficuamente con gli altri. È in buona compagnia con molto altri stati, per essere franchi. In più molte preclusioni sono ideologiche, quindi non contrattabili.

Aleggia quindi lo spettro di Weimar.

Se la situazione di chaos politico è simile a quello riscontrato in Francia negli anni cinquanta, la differenza maggiore consiste nel fatto che in Francia c’era De Gaulle, mentre in Germania non esiste una figura analoga, altrettanto prestigiosa, che possa imporre dall’alto, in modo autocratico, una riforma elettorale e sbloccare così il sistema inceppato.

Ecco perché adesso il fantasma di Weimar incute paura: tutti sappiamo come è andata a finire e nessuno riesce a trovare la forza nemmeno di parlarne.

Grande la responsabilità che si è assunta Frau Merkel nel non dimettersi immediatamente dopo il 24 settembre.


Bloomberg. 2018-01-07. Ghost of Weimar Looms Over German Politics

The failures of the 1930s suggest Angela Merkel’s struggle to form a coalition will end sooner or later.

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Across the cobbled square in the city of Weimar where Germany’s national assembly met in 1919, plans to mark that first, stumbling attempt at a democratic government have taken on greater significance in recent weeks.

The new center for events dedicated to the short-lived Weimar Republic is due to open in 2020, but it’s already a timely reminder of the past as the country struggles with political gridlock and the rise of the far right.

The upheaval that preceded World War II and the need to avoid any repeat have cast a long shadow since Chancellor Angela Merkel was re-elected in September with no obvious coalition partner. While no-one is predicting a return to fascism, the unexpected threat of instability at the heart of Europe’s biggest economy has alarmed business and political leaders alike.

“We couldn’t have imagined that the issue of the danger to democracy and the Weimar Republic would become so contemporary,” Weimar’s mayor, Stefan Wolf, said at his office overlooking a square flanked by the 16th century St. Peter and Paul Church.

The historic echoes reflect Merkel’s tarnished election victory and Germany’s slipped halo as Europe’s anchor of liberal stability. But Weimar also serves as a powerful reminder of Germany’s sense of collective responsibility to ensure the lessons of the descent into Nazi dictatorship and war are learnt by each new generation. 

The current dilemma stems from the erosion of support for Merkel’s Christian Democratic-led bloc and the Social Democrats, which have governed together for eight of her 12 years in office. As backing for the two main parties ebbed, a wrench has been thrown into coalition-building, with the anti-immigration Alternative for Germany a prime beneficiary: it swept into parliament for the first time last year with almost 13 percent of the vote.

The Social Democrats, who saw their support plunge during tie-ups with Merkel, initially ruled out a return to government. Merkel is seeking to break the deadlock in a new round of talks this weekend to convince them to rekindle their alliance for the good of the country.

The appeal for responsibility helps to explain the public skepticism that greeted the Free Democratic Party’s decision to pull the plug on talks with Merkel, ending a four-week effort to form a multi-party government. FDP leader Christian Lindner blamed intransigence on the part of others, but his party and personal ratings have taken the biggest hit in polls since. 

According to a detailed account in the Frankfurter Allgemeine Zeitung,  Merkel invoked Weimar to her party colleagues, reminding them of the reasons for the collapse of the grand coalition under Chancellor Hermann Mueller in 1930 in an attempt to steel them for compromise.

Former Finance Minister Wolfgang Schaeuble, now Bundestag president, also recalled the need to remember the lessons of the Weimar Republic, whose collapse led to Adolf Hitler ramming through dictatorial powers three years later. “Too much polarization — meaning a competition for who’s the best anti-fascist combatant — ultimately only strengthens the right,” he said in an interview with Die Welt published on Dec. 27.

Authorities in the eastern German city have been converting what is now the Bauhaus Museum into the Haus der Weimarer Republik. The failed republic, now synonymous with hyperinflation, running street battles and political assassinations, began after the abdication of Kaiser Wilhelm II in 1918. It ended with the rise of the Nazi dictatorship in 1933.

Mayor Wolf sees the parallels in today’s need for political stability. As a Social Democrat, he personally feels opposition would be better for his party. “But I fear at the moment there is no other alternative for Germany,” he said.

Less than a 10 minute walk from Wolf’s office, the iconic statue of Johann Wolfgang von Goethe and Friedrich Schiller presides over a teeming ice-skating rink next to a Christmas market on a chilly December day. Adjacent is the city museum that houses a long-term exhibition on the Weimar Republic.

Alf Roessner, the museum’s director, shows off a collection of World War I Prussian helmets, portraits of leaders including the republic’s first president, and images of the black-red-gold tricolor that was first adopted as the national flag in Weimar.

Having grown up in communist East Germany and taken part in protests before the collapse of the Berlin Wall, Roessner said he’s particularly attuned to the lessons of Weimar and the value of democracy and stability.

“What we’ve learned is that democratic education is important,” he said over coffee at the museum. “You have to recognize that democracy doesn’t simply fall from the sky.”

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