Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Unione Europea

Repubblica Ceka. Venerdì le elezioni presidenziali.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-11.

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Domani 12 gennaio e dopodomani si terranno le elezioni presidenziali nella Repubblica Ceka.

Il secondo turno sarebbe previsto per il 26 – 27 gennaio.

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Nel primo round, Mr Miloš Zeman è proiettato al 45.5% – 42.5%, contro il 27.2% -27.5% di Mr Jiří Drahoš.

Tutti i sondaggi elettorali sembrerebbero invece essere concordi su di una vittoria di Mr Jiří Drahoš alla seconda tornata, vittoria che sembrerebbe essere anche schiacciante.

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Il Presidente Zeman ha una notevole sintonia politica con Mr Babis, fatto questo che non gli procura certo le simpatie della dirigenza dell’Unione Europea, dei liberal e dei socialisti ideologici, che hanno investito cifre degne del massimo rispetto nella candidatura di Mr Jiří Drahoš.

Con grave dimenticanza, i media liberal non hanno accusato Mr Miloš Zeman anche di aggiotaggio e di pascolo abusivo, unici reati che non gli hanno imputato.

Segnaliamo anche una voce fuori dal coro.

Zeman leads polls ahead of Czech presidential elections

«Polls ahead of the weekend’s first round in Czech presidential elections project Milos Zeman, a former Social Democrat party chairman, to win a second term (47.6 percent) with his most serious challenger, Jiri Drahos, former head of the Czech Academy of Sciences, scoring 44.9 percent. Zeman has shifted over time from enthusiastic European federalist to become an outspoken backer of Russia, and proposing a referendum on Czech EU membership.»

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Ricordiamo come le prospezioni elettorali abbiano un margine di incertezza attorno al ±5%, motivo per cui sembrerebbe ragionevole prudenza non azzardare prognostici.



Ansa. 2018-01-11. Repubblica ceca al voto per le presidenziali. Zeman favorito, ma l’outsider Drahos potrebbe farcela

Le elezioni presidenziali, in programma venerdì e sabato in Repubblica ceca, hanno tutta l’aria di un plebiscito a favore o contro l’attuale capo dello stato, Milos Zeman, che nonostante l’età, 73 anni, e una salute malferma, vuole restare al Castello di Praga per i prossimi cinque anni. Un voto nel quale l’elettorato ceco è inoltre chiamato a decidere sull’accordo di potere fra Zeman e il premier Andrej Babis, il politico miliardario, capo del movimento populista dei cittadini scontenti e vincitore delle scorse elezioni politiche, il cui governo non è ancora riuscito a ricevere la fiducia della Camera, ma sempre fermamente sostenuto dal presidente in carica. L’impressione è che il destino dell’uno sia strettamente legato a quello dell’altro.

Opposto ad altri otto candidati, Zeman – 73 anni, ex leader socialdemocratico, il presidente più filo russo e più filo cinese d’Europa, che si dice filo europeo, ma non perde occasione per criticare Bruxelles, noto per la sua intransigenza anti migranti e anti Islam – è considerato il grande favorito.

I sondaggi anche nei giorni scorsi gli attribuivano una quota di consensi del 42,5%, ovviamente la più elevata fra tutti gli aspiranti al Castello. Se però questo fine settimana Zeman non dovesse riuscire nell’impresa della rielezione al primo turno, per la quale gli occorrerebbe più della metà dei voti validi, non saranno da escludere sorprese nel successivo ballottaggio, che si svolgerebbe il 26 e 27 gennaio.

L’unico avversario che sembra in grado di raggiungere il testa a testa finale con Zeman è Jiri Drahos, 68 anni, uno scienziato, professore universitario, ex presidente della Accademia delle Scienze della Repubblica ceca, al quale gli ultimi sondaggi attribuiscono il 28% dei consensi. Drahos – moderato, filo europeo, dall’immagine cristallina, ma senza alcuna esperienza in politica – nell’eventuale ballottaggio potrebbe avvantaggiarsi dell’effetto polarizzazione, vista la tendenza del Presidente in carica a spaccare l’elettorato.

E oggi sono in tanti i cittadini cechi secondo i quali Praga non possa andare avanti con un capo dello stato come Zeman, coi suoi modi troppo spesso fuori dalle regole, gran bevitore e gran fumatore, il contrario del politicamente corretto, con una certa inclinazione al linguaggio volgare, che in questi ultimi anni di terrorismo internazionale e crisi migratoria (da lui definita “una invasione organizzata per distruggere l’Europa, di persone che non possono integrarsi”), non ha mai avuto il minimo ritegno nel puntare al consenso con toni e argomenti populistici.

Questo voto presidenziale, come detto, avrà con ogni probabilità un esito decisivo per il futuro governo del paese. Zeman infatti negli ultimi tempi si è schierato a favore del premier Andrej Babis – il miliardario, leader del movimento populista dei “Cittadini scontenti” e vincitore delle scorse elezioni politiche – al quale ha affidato l’incarico di formare un governo di minoranza e promettendogli un nuovo incarico, se questo primo tentativo di Babis dovesse fallire.

Tutto questo nonostante la contrarietà mostrata sinora di tutti gli altri partiti di allearsi con Babis e senza alcuna considerazione della richiesta di autorizzazione a procedere per truffa alla Ue che pende attualmente sul capo di Babis. Il tycoon è infatti coinvolto in una indagine giudiziaria riguardante il Capi hnizdo (Nido della cicogna), un agriturismo per ricchi, per il quale le società che fanno capo a Babis avrebbero ottenuto un finanziamento europeo senza averne diritto, attraverso una documentazione manipolata. Una vicenda della quale si sono occupati negli ultimi mesi anche gli ispettori dell’Olaf, l’ufficio antifrode della Unione europea, i quali sono giunti alle medesime conclusioni per le quali gli inquirenti cechi hanno chiesto la autorizzazione a procedere.

Gli altri candidati in lizza per le presidenziali sono Michal Horacek, uomo d’affari e paroliere, autore di canzoni di successo, l’unico che ha pagato tutte le spese della campagna elettorale, con proprie risorse; Mirek Topolanek, ex premier civico democratico, che nel 2009 salì agli onori della cronaca internazionale per le foto in costume adamitico mentre era ospite nella villa in Costa Smeralda di Silvio Berlusconi; Pavel Fischer, ex diplomatico, già ambasciatore ceco a Parigi; Marek Hilser, medico e attivista, 41 anni, il più giovane dei candidati; Vratislav Kulhanek, amministratore delegato della Skoda Auto; Jiri Hynek, presidente dell’Associazione ceca delle industrie del settore difesa e sicurezza; Petr Hannig, compositore, cantante e politico.

Nessuno di essi, ad eccezione del già citato Drahos, sembra avere chance di contendere la rielezione presidenziale a Zeman. Quest’ultimo fra l’altro si è rifiutato in questi mesi di partecipare a dibattiti elettorali con gli altri candidati, contando – e persino abusando, secondo i critici – della visibilità offertagli dalla carica di capo dello stato attualmente ricoperta. Le occasioni peraltro non gli mancano, come accaduto appena pochi giorni fa, durante una cerimonia al Castello, per il 100esimo anniversario della indipendenza nazionale, durante la quale Zeman ha preso la parola, dando la sua interpretazione fra gli applausi degli ultimi cinquant’anni di storia ceca. Da un lato, liquidando il mito di Alexander Dubcek, il protagonista della Primavera di Praga, che ha definito “un fifone, che all’arrivo dei sovietici se la fece addosso come quasi tutti i dirigenti del tempo”; poi minimizzando la Rivoluzione di velluto del 1989 e l’importanza dei dissidenti, fra cui in primo luogo il suo predecessore al Castello, Vaclav Havel, e affermando: “Macché “Charta 77″. L’unico che dobbiamo ringraziare per la caduta del regime è stato Michail Gorbacev”.

Parole criticate e rifiutate da una parte della popolazione, ma che molti elettori cechi con ogni probabilità dimostreranno di approvare, venerdì e sabato, con il voto a favore di Milos Zeman presidente.

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