Pubblicato in: Devoluzione socialismo, Persona Umana, Psichiatria

La realtà delle femmine incapace di orgasmo. Sono infelici.

Giuseppe Sandro Mela.

2018-01-04.

Consoni Lilla. Streghe, megere e vecchie infernali. 1997.

Consoni Lilla. Streghe, megere e vecchie infernali. 1997.


Il femminismo ed il gender sono una diretta emanazione dell’ideologia liberal.

Ma se il fine ultimo dell’essere umano è la felicità, sembrerebbe essere lecito domandarsi quanto queste ideologie abbiano reso felici le femmine, e con esse il genere umano.

Se è vero che le persone umane agiscono sull’ambiente in cui vivono variandolo, è però altrettanto vero che l’ambiente condiziona le persone, più o meno inconsciamente. Ma è proprio vero che la femmina si dovrebbe realizzare pienamente solo ed esclusivamente nel lavoro?

Ma cosa poi vogliono le femmine? Come tutti gli essere umani vorrebbero amare ed essere amate, ma l’amore non è una mercanzia, anzi. Pochi termini come lo ‘amore‘ sono stati distorti. Amare significa voler fermamente che l’oggetto amato realizzi lo scopo per cui è a questo mondo.

Amare non è sinonino di congiunzione carnale: né è sinonimo di fornitura di mezzi. Sarà anche questo, ma non certo in modo esclusivo.

Cercheremo di approfondire questo problema, almeno per alcuni aspetti: ma è poi felice la femmina occidentale?

*

Il “Female sexual arousal disorder” (Fsad) è una patologia psichiatrica codificata come ICD-10 F52.2, ICD-9-CM 302.72.

«Female sexual arousal disorder (FSAD) is a disorder characterized by a persistent or recurrent inability to attain sexual arousal or to maintain arousal until the completion of a sexual activity. The diagnosis can also refer to an inadequate lubrication-swelling response normally present during arousal and sexual activity. The condition should be distinguished from a general loss of interest in sexual activity and from other sexual dysfunctions, such as the orgasmic disorder (anorgasmia) and hypoactive sexual desire disorder, which is characterized as a lack or absence of sexual fantasies and desire for sexual activity for some period of time. ….

Estimates of the percentage of female sexual dysfunction attributable to physical factors have ranged from 30% to 80%.» [Fonte]

*

In sintesi, in Occidente una quota variabile tra il 30% e l’80% delle femmine è incapace di raggiungere l’orgasmo per cause fisiche. Tendo conto anche delle cause psichiatriche la frequenza di questa patologia aumenta in modo consistente: circa il 70% delle femmine è incapace di godere l’orgasmo.

Si noti come questa patologia rientri nella psichiatria piuttosto che nell’endocrinologia o nella ginecologia anche per l’Associazione degli Psichiatri Americani, da sempre schierati sulle posizioni dell’ideologia liberal.

* * * * * * *

Come tutte le sindromi psichiatriche da deprivazione le tipiche reazioni possono essere schematizzate in tre grandi categorie.

Alla prima categoria si ascrivono le reazioni da rimozione. La femmina nella sua psiche prende atto del problema, cerca disperatamente di risolverlo con le sue sole forze, ma l’insuccesso la rende ancor più frustrata. Di qui il rifiuto totale di ogni possibile evenienza sessuale. Infatti, una volta eliminata radicalmente questa occorrenza, si eliminano completamente gli insuccessi: non si cimentano nemmeno più nel tentativo di un docking.

Alla seconda categoria si ascrivono le reazioni da rigetto. Poiché all’imperioso desiderio di esperire l’orgasmo corrisponde l’insuccesso quasi certo, lo si demonizza ed alla fine lo si odia. È il quadro classico che consegue all’aver coltivato un desiderio irrealizzabile, che tramuta l’amore in profondo odio. Chi avesse messo attese irrealizzabile nel partner alla fine lo odia: è il meccanismo per cui coppie che si amavano anche con grande trasporto alla fine si separano con astioso rancore. Da tutto ciò deriva, anche se parzialmente, la terza categoria di reazioni.

Alla terza categoria sono da ascriversi le reazioni da surroga. Sentendosi deprivata del godimento dell’orgasmo naturale, la femmina si rifugia nell’autoerotismo, nelle droghe stimolanti, nell’uso di device elettromeccanici. Tutti rimedi che concorrono soltanto ad aggravare la situazione, anche se lì per lì fanno arrivare al sospirato orgasmo.

L’autoerotismo è il più subdolo. Nel corso della masturbazione la femmina architetta un sogno, di norma ripetitivo: ma come tutti i sogni esso è disancorato dalla realtà. È impossibile realizzare nella vita corrente un simile sogno, fatto questo che alla fine coerce in un egotico solipsismo. La femmina diventa schiava dei suoi sogni, unica evenienza possibilità di godimento fisico e psichico. Vive in modo tensiogeno il contatto con la realtà che permea di assunti di una fantasia non supervisionata dallarazionalità mentale.

Sugli effetti di droghe quali eroina e cocaina ci sarebbe ben poco da dire: dovrebbero essere tristemente noti.

L’uso dei device elettromeccanici si associa di norma alla masturbazione onirica, solo che dimensioni, forza e possibilità di durata di azione di un meccanismo nulla hanno a che vedere con le risorse umane. Alla fine si sviluppa una dipendenza da essi, fatto questo che preclude ogni possibile rapporto naturale, vissuto come totalmente insoddisfacente e spesso avversato perché il maschio raggiunge invece l’eccitazione. La femmina si sente defraudata. Né si sottovaluti il mercato dei giocattoli per femmine adulte: se ne vendono centinaia di migliaia di pezzi ogni anno.

* * * * * * *

Il risultato finale del female sexual arousal disorder è un comportamento schizoide. Se da una parte la femmina vive il disperato bisogno di attirare l’attenzione del maschio ad ogni costo e con ogni mezzo nella speranza orgasmica, nel contempo la avversa e lo rifugge nella certezza frustrante dell’insuccesso. Questo si ripercuote su tutto il comportamento femminile, sia in casa sia sul lavoro.

Ma la risultante finale è una drammatica, esasperante solitudine, da una parte subita con insulto personale della sorte avversa che defrauda, dall’altra ricercata e quasi bramata. E poiché le portatrici di questa patologia sono incapaci di revisione critica, la colpa del tutto è scaricata sul maschio: desiderio di farlo schiattare umiliandolo nel suo vigore. Presto si arriva al franco odio.

Non ci si stupisca quindi se i due terzi delle femmine sviluppino una sindrome depressiva, che si acuisce poi con il climaterio e la vecchiaia incipiente. La solitudine e la discrepanza dal reale diventano un carcere infernale.

*

Ma è triste esperienza di quanto perversione richiami perversione. Alla fine l’abitudine al perverso rende la femmina schiava dello stesso. Tutto il suo modulo mentale vi si impronta, anche in situazioni dove il sesso non dovrebbe entrarci per nulla.

Two-thirds of Britons have had mental health problems – survey

Lo sparuto manipolo di sani di mente è diventato una minoranza in Occidente.

I due articoli allegati sono un sunto dei trattati di psichiatria. Si pensi soltanto che si è arrivato all’aberrazione di pubblicare, a spese del pubblico erario, il “Feminist Journal of Geography”, come se la geografia variasse a seconda del sesso di chi la studia.

Nota.

Nell’abbracciare la teoria femminista i liberal ne hanno determinato la psichiatria.


Campus Reform. 2017-12-25. Feminist Profs: selfies perpetuate classic ‘gender roles’

– The professors analyzed 233 female selfies posted online after the first University of Georgia home football game of 2013.

– They found that “formal wear, soft and flowy dresses, a significant amount of jewelry,” bright red lipstick, and white teeth characterize the “southern lady.”

*

A group of feminist professors recently discovered that Instagram selfies taken by women in college can reinforce “traditional gender roles.”

In a study led by Mardi Schmeichel, a University of Georgia (UGA) professor specializing in “feminist theory,” a team of professors analyzed 233 selfies that were posted in 2013 within 24 hours of the first UGA football home game of the semester.

Schmeichel and her team analyzed these selfies to see if they represented “the idealized symbol of the southern lady,” which they note is an aesthetic trope that “has had significant and enduring consequences on notions of femininity in the South.”

This symbol of the southern lady, they argue, is typified by students’ formal wear, soft and flowy dresses, a significant amount of jewelry, and clothes that emphasize “feminine curves without revealing what might be considered ‘too much’ skin.”

Bright red lipstick and white teeth are also considered emblematic of this southern aesthetic, Schmeichel argues.

After analyzing selfies posted in the time surrounding the first 2013 UGA home game, Schmeichel found that 25 percent of women who posted photos embody this harmful aesthetic.

“The clothing, makeup, posing and editing used in the southern lady images work together to achieve a hyperfeminine gender performance that differs significantly from the images of women in the other selfies,” Schmeichel laments.

“In the southern lady images, attention to a traditionally gendered performance has been emphasized,” Schmeichel writes, lamenting that “the southern lady images that circulate in these selfies reinscribe a traditional femininity organized around/on a binary.”

She also notes that students’ embodiment of femininity can be troubling.

 “The celebration of traditional femininity has been is [sic] a vexing concern for some feminists, who have interpreted it as a rolling back of hard-won progress to eliminate women’s association with these rigidly gendered and often marginalized subject positions.”

“If we are committed to destabilizing gender binaries and working toward a world in which bodies, and images of them, are not traded as capital, then there must be some attention paid to ways in which women’s [Instagram] practices and behaviors can get in the way of these goals,” Schmeichel concludes.

Campus Reform reached out to Schmeichel and her team for comment, but did not receive a response in time for publication.


Campus Reform. 2017-12-25. Feminist profs: Citations perpetuate ‘white heteromasculinity’

– Two feminist Geography professors recently wrote an article for an academic journal arguing that citations in scholarly articles contribute to “white heteromasculinity” by ignoring research by women and people of color.

– The authors say that “white men tend to be cited in much higher numbers than people from other backgrounds,” but dismiss the idea that this is due to the relative preponderance of white male geographers.

*

In a recent academic journal article, two feminist professors claim that citing sources in scholarly articles contributes to “white heteromasculinity.”

Rutgers University professor Carrie Mott and University of Waterloo professor Daniel Cockayne advance the claim in an article published last month in the Feminist Journal of Geography, but also suggest that citation can serve as “a feminist and anti-racist technology of resistance” if references are chosen with the explicit intent of promoting “those authors and voices we want to carry forward.”

Mott and Cockayne say citation practices are an issue of scholarly concern because whether a professor’s work is cited by other scholars has strong implications for hiring, promotion, tenure, and how “certain voices are represented over others” in academia.

“To cite only white men…or to only cite established scholars…does a disservice to researchers and writers who are othered by white heteromasculinism,” they argue, defining “white heteromasculinism” as “an intersectional system of oppression describing on-going processes that bolster the status of those who are white, male, able-bodied, economically privileged, heterosexual, and cisgendered.”

The authors claim that this oppressive tradition contributes to the “marginalization of women, people of color, and those othered through white heteromasculine hegemony,” asserting that “particular voices and bodies are persistently left out of the conversation altogether.”

Mott, one of the co-authors, told Campus Reform that she and Cockayne were inspired to write about citation practices after observing that “white men tend to be cited in much higher numbers than people from other backgrounds,” explaining that “we started looking into research that had been done in other fields about similar topics, and wanted to write something specifically for Geographers to think about the relationship between knowledge production and identity.”

According to Mott, women and minorities “have contributed a lot to Geographic research,” but those contributions have largely been overlooked by other researchers, which not only hinders the professional advancement of individual scholars, but also denies the benefit that their diverse perspectives might offer to the discipline.

“When it is predominantly white, heteronormative males who are cited, this means that the views and knowledge that are represented do not reflect the experience of people from other backgrounds,” she asserted. “When scholars continue to cite only white men on a given topic, they ignore the broader diversity of voices and researchers that are also doing important work on a that topic.”

According to the most recent research by the American Association of Geographers, however, women only account for 37 percent of geography professors, and only publish 33 percent of research articles related to geography.

Campus Reform inquired as to whether the citational disparity might simply reflect the relative preponderance of white men in the field, but Cockayne rebuffed that suggestion, saying, “the point we are trying to make is that important research done by traditionally marginalized voices…is often ignored by ‘mainstream’ and very well-established scholars—which means, in geography at least, white male Marxists.”

The professors conclude their paper by suggesting that researchers practice “conscientious engagement” in their citations “as a way to self-consciously draw attention to those whose work is being reproduced.”

Specifically, they urge their fellow scholars to “think through how many women, people of color, early career scholars, graduate students, and non-academics are cited,” saying this will call attention to “the power dynamics that are unintentionally reproduced therein.”

They caution, however, that this approach entails a certain risk of “basing assumptions of gender or cisnormativity on particularly gendered names.”

Annunci